Recensione a Under The Skin

Mimesi, camaleontismo ed estraneità radicale

Indicato dai Cahiers du Cinéma come il miglior film del 2013 e uno dei migliori film di tutto il decennio, Under The Skin di Jonathan Glazer, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Michel Fabre, è un’originale contaminazione fra fantascienza e cinema d’autore, ricca di riflessioni esistenziali e filosofiche tout court. Protagonista del film è un’aliena senza nome, che assume le sembianze di un’avvenente donna terrestre, interpretata da Scarlett Johansson.
Dopo un’apertura enigmatica, che allude a una metamorfosi alternando citazioni di 2001: Odissea nello Spazio alla ricerca di un apparentemente impossibile “cinema astratto”, piombiamo nei dintorni di Glasgow, dove un motociclista recupera il corpo di una ragazza sul ciglio della strada e lo porta all’interno di un furgone, dove i vestiti della morta vengono presi dall’aliena, già trasformata in umana. Con questi vestiti addosso l’aliena inizia a girare in furgone attraverso la Scozia, osservando gli umani, chiedendo indicazioni e seducendo vari uomini che incontra lungo la strada o nei locali. Il pattern è sempre lo stesso: Lei adesca l’uomo con poche battute, fa subito capire le sue intenzioni e si apparta con lui; mentre gli uomini si spogliano, si ritrovano in un ambiente irreale, una sorta di non-luogo dai muri neri e riflettenti, in cui piano piano affogano in una liquido scuro; i loro corpi vengono poi risucchiati, forse per rifornire i macchinari alieni, forse per diventare, come nel libro di Fabre, hamburger per una potente multinazionale interplanetaria. L’aliena si mostra un’attenta osservatrice ma del tutto fredda nei confronti degli uomini e, in una delle scene più agghiaccianti del film, assiste alla morte accidentale di una famiglia in gita al mare senza battere ciglio. In tutti questi spostamenti Lei viene seguita dal motociclista, sicuramente un altro alieno camuffato in uomo, forse un suo mentore o un suo sorvegliante.


L’atteggiamento di Lei cambia decisamente quando una sera si imbatte in un ragazzo deforme. Lei lo adesca facilmente ma l’incontro con lui la turba così tanto da portarlo nella sua “camera oscura” per poi decidere di risparmiarlo. L’aliena, in qualche modo, piomba nell’umano: smette di adescare uomini, si taglia per sbaglio un polpastrello con una rosa, assaggia un pezzo di torta, osserva il suo corpo nudo allo specchio. Intesse un rapporto sentimentale con un uomo che la soccorre ma, dopo aver fatto per la prima volta l’amore con lui, scappa via confusa verso i boschi del nord della Scozia. Si rintana in un rifugio per escursionisti, ma viene aggredita da un taglialegna che tenta di violentarla; nello scontro fisico fra i due, il taglialegna le strappa di dosso quasi tutti i vestiti e anche la sua pelle, rivelando così il travestimento dell’aliena. Mentre l’uomo fugge via spaventato tutta la pelle le cade di dosso, e Lei si ritrova ad essere solamente un corpo “scarnificato” dalla liscissima pelle nera; in quel momento il taglialegna ritorna con una tanica di benzina e le dà fuoco, e l’aliena muore fra le fiamme, in mezzo alla neve. Il motociclista sembra assistere alla scena a distanza, poi alza gli occhi e ammira i fiocchi di neve che iniziano a cadere.
Con la sua trama ellittica e allegorica, Under The Skin è un esempio rigoroso di cinema puro, di una narrazione puramente cinematografica in cui i nessi causali restano non-detti e sia la progressione della storia che il racconto dei cambiamenti di cui fa esperienza la protagonista vengono affidati quasi unicamente alle immagini. È interessante la compresenza fra la fantascienza e il realismo, e fra la fiction e il documentario dal momento che un numero significativo di inquadrature è stato girato “dal vero”, senza preparazione e con la Johansson che, senza essere riconosciuta, chiedeva indicazioni a passanti che non sapevano di essere ripresi; è significativo come, con un certo anticipo sui tempi, il film di Glazer affronti i temi dell’identità, del genere sessuale, della fluidità e dell’accettazione del corpo, immaginando un mondo ribaltato in cui è una donna ad essere predatrice di uomini; ma l’aspetto forse più affascinante di Under The Skin è la sua trattazione eminentemente cinematografica di tematiche eminentemente filosofiche. C’è molto Heidegger, c’è molto Girard e forse anche qualcosa di Derrida nel sottotesto di Under The Skin: ed è in particolare la tematica mimetico-rituale ad essere condotta da Glazer in una sostanziale adesione alle tesi di René Girard che diventerà ancora più esplicito con il recente cortometraggio The Fall.


Sin dalle prime scene di Under The Skin il personaggio di Scarlett Johansson è emblema di uno stato che sarebbe scorretto definire “alienazione” ma che si è tentati di ribattezzare in un neologismo “alienezza”, o estraneità radicale. Questa è al tempo stesso un’esperienza quotidiana e universale e un’esperienza impossibile da raggiungere. Lei è “gettata” – in senso sia fisico che filosofico – in un mondo non suo, un mondo estraneo appunto, in cui deve compiere una missione non chiara agli spettatori e forse neanche a lei. Facendo un’operazione che in un certo senso tutti noi compiamo nei primi anni di vita, Lei si adegua a un mondo già formato da prima del suo arrivo: quel suo oscuro scrutare gli uomini e le cose è un passo obbligato per permettere il suo camuffamento, la sua intromissione in una specie non sua. Lo stesso tema della nudità non è privo di implicazioni concettuali: rimanda alla nascita, rimanda alla vulnerabilità, rimanda inevitabilmente alla seduzione, ma rimanda anche a una certa organicità, a un certo essere e scoprirsi flesh and blood che è al cuore di una delle scene cruciali del film, quella davanti allo specchio.
Under The Skin aderisce a una logica imitativa. Il comportamento dell’aliena è mimetico, in due sensi. Inizialmente, quello che opera lungo la prima parte del film è un camaleontismo, una parodia della mimesi se vogliamo; lei da aliena diventa apparentemente umana, ma solo per finta: la sua freddezza, la glacialità con cui osserva gli uomini per imitarli al meglio, anche la sua esasperata bellezza, tutti questi tratti sono inumani. Sotto il segno della mimesi – e per certi versi di un’oggettificazione – si svolgono anche gli adescamenti dei vari malcapitati, senza alcuna traccia di quella rivalità maschile per lo stesso oggetto del desiderio che invece Girard riscontrava in molti romanzi della letteratura occidentale: Lei incarna appieno tutti i desideri maschili, tutti gli stereotipi dell’erotismo femminile, lei imita il modello classico di “donna sexy” e lo spinge fino al parossismo, fingendo una disponibilità sessuale indifferenziata, costante e senza limite. Se la dinamica abituale del corteggiamento implica una certa affettazione di ritrosia iniziale da parte della donna, se è sempre l’uomo a dover fare “il primo passo”, Lei ribalta agevolmente questo pattern, divertendosi a confondere gli uomini. Ma è al momento dell’amplesso che la mimesi si rivela imitazione e dunque simulazione: invece di dare agli uomini la notte che hanno sempre sognato, Lei, molto semplicemente, li uccide. Questa uccisione potrebbe essere interpretata anche in senso morale, a mo’ di punizione, ma questa lettura non ci porta lontano. Ciò che è affascinante, nella brutale fine che tutti gli uomini fanno nella “camera oscura” all’interno forse della mente dell’aliena, è come in questa sopraffazione persista ancora un elemento di mimesi: una mimesi portata all’estremo, fino al cannibalismo e ad un’assimilazione sessuale-rituale, fino all’assunzione dell’oggetto del desiderio mimetico – posto che l’aliena voglia veramente diventare umana, come per certi versi accadrà nella seconda parte del film.


È con ogni evidenza l’incontro con il ragazzo deforme il punto di svolta di Under The Skin. Se, sia per specie che per bellezza Lei incarna un’estraneità radicale che si muove fra gli uomini attirandone sguardi e attenzioni, il ragazzo deforme rappresenta una diversità senza soluzione di senso opposto, relegato ai margini della società, costretto a coprirsi il volto con un cappuccio anche quando esce di casa, nottetempo, per buttare la spazzatura. Questo incontro fra due alterità sembra destinato a risolversi male per il ragazzo deforme e invece non lascia scampo proprio alla “donna”: da allora non potrà più essere la stessa aliena, non perché abbia scoperto l’amore – quello accadrà successivamente, nel prosieguo del film – ma perché si è riconosciuta nel Diverso. Lei e il deforme sono tanto distanti da essere simmetrici. È attraverso il disabile che Lei scopre l’umanità, e quella compassione che, sulla spiaggia, le era glacialmente mancata. Questa scoperta dell’umano la lascia confusa, attonita, la fa trovare immersa in una fisicità non sua; lo scoprirsi donna corrisponde all’adolescenza in questa ontogenesi condensata che è lo sviluppo del suo personaggio tanto quanto i minuti iniziali del film ne rappresentavano la nascita. La mimesi allora si fa mimesi autentica, per certi versi disperata, mimesi che non mira alla soppressione dell’oggetto attraverso la simulazione, ma che ricerca una veridica e per molti versi impossibile metamorfosi nell’umano.


Aliena, troppo aliena. E al tempo stesso troppo umana. Da quando ha incontrato il ragazzo deforme Lei non sembra in grado di usare il suo potere predatorio, o almeno ha smesso di usarlo. Il successivo incontro con un uomo gentile, premuroso, che prima si preoccupa di soccorrerla e di accoglierla in casa e che solo in un secondo momento intreccia una relazione sentimentale e sessuale con Lei, la lascerà completamente senza difese. È a questo punto che la mimesi da un lato diventa totale, dall’altro lato si rivela in tutta la sua fallacia. Quando viene aggredita dal taglialegna nel bosco, è esposta a una violenza che ne rivela il vero volto, sotto la maschera umana, sotto la pelle. Se fino a quel momento l’aliena aveva saputo nascondersi sotto le spoglie di una donna di una bellezza magnetica, è quando la pelle cade che si rivela in tutta la sua estraneità, in tutta la sua diversità inumana. In un certo senso, adottando un’ottica girardiana, questo suo rivelarsi/spogliarsi integralmente mostra anche una “riduzione all’indifferenziazione” della protagonista: sia in senso fisico, perché il suo corpo diventa perturbantemente liscio, il suo volto perde ogni sostanza, ogni possibilità di identificazione; sia in senso concettuale, perché Lei perde ciò che la rendeva riconoscibilissima, la sua bellezza, la sua identità sessuale, e da “oscuro oggetto del desiderio” quale era si ritrova senza soluzione di identità ad essere un’inevitabile vittima di persecuzione. Lei piomba al grado zero dell’umano, o quantomeno dell’antropomorfo, a prescindere da ogni diversificazione sessuale, in un corpo che si rivela androgino o meglio del tutto asessuato. Priva anzi deprivata di ogni identità, si può arrivare a dire che Lei diventa – e in ciò Under The Skin rispetterebbe anche troppo fedelmente le teorie di Girard se la scena non avvenisse in una solitaria spianata di neve – un’emanazione fantascientifica di quella vittima originaria scelta arbitrariamente, per caso, all’interno della comunità umana, alla base poi della propagazione del sacrificio espiatorio. È quell’umiliazione della vittima che precede il suo sacrificio e la sua idealizzazione, quel “ridurla a nulla” per poi innalzarla che trova un suo paradigma indiscutibile nei supplizi inflitti a Gesù prima della crocifissione. Lei è costretta a ritornare a quell’estraneità radicale rispetto all’umano da cui invano tentava di fuggire: solo così può essere legittimamente “sacrificata”. È qui, negli ultimi secondi del film, che subentra però un’ultima, contagiosa mimesi: probabilmente in contatto telecinetico con l’aliena, anche il motociclista sembra iniziare ad apprezzare il mondo circostante, la natura, la neve che cade. L’umanità deve essere contagiosa per questa razza di alieni.

di Ludovico Cantisani

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