Il fervente condensarsi del Furore

essere

Trasformazioni sonore e silenziose in Tarantino e Anderson

«…Ehi, se tu hai un frullato, e anch’io ho un frullato,
e ho anche una cannuccia… eccola qua, questa la cannuccia.
Vedi, sta a vedere… Ora la mia cannuccia attraversa
tutta la stanza, e inizia a bere il tuo frullato.
Io bevo il tuo frullato! Io tutto lo bevo!»
Il petroliere (P. T. Anderson)

Da sempre gli uomini si son posti il filosofico assillo dei continui traslochi dell’Essere: il problema del trasformazione della realtà. Per Parmenide ogni trasformazione è un trauma; mutare è come fare un balzo nel Nulla, la cui penetrazione nel reale deve essere scongiurata da un Tutto che è un padre col ciglio immutabile e severo che non permette mai che alla sua tavola si cambi posto, perché accettare anche un solo piccolo cambiamento equivarrebbe a togliere il tappo al Caos e lasciar risucchiare l’Essere nel niente. Nella filosofia di Eraclito, all’opposto, il variare ha il ruolo focale di causa efficiente che muove il Tutto, come se Madre Natura fosse una bimba che gioca ad agghindarsi con infinite file di perle e vesti e scarpe troppo grandi che deve sempre cambiare. Sono due diversi atteggiamenti verso il cambiamento; uno da surfisti della metamorfosi, in cui il soggetto è aperto e disponibile a qualsiasi direzione del mutare delle cose, l’altro, invece, che vive i cambiamenti in modo più patetico, quasi fossero coup de théâtre.

Forse però tali diversi atteggiamenti rispecchiano due qualità diverse delle metamorfosi. Secondo François Jullien esistono due diverse modalità delle trasformazioni: ci sono le «trasformazioni silenziose» che possiamo vedere, osservare parzialmente ma a cui non badiamo, perché operano cambiamenti minimi e agiscono diffusamente e in profondità, con costanza e senza far rumore. Non sono situate in momenti precisi e ciascun punto di trasformazione può condurre a un esito piuttosto che ad un altro. Mancano persino i suoni (le parole) per descrivere e raccontare tali trasformazioni che agiscono febbrili e che potremmo definire trasformazioni del Fervore. Sono cambiamenti che rispondono a domande del tipo: in che momento il Feudalesimo si è mutato nel Capitalismo e in base a quali micro-alterazioni?

Ci sono poi trasformazioni che sono invisibili ma che si fan sentire all’improvviso con un gran baccano e che Jullien chiama «eventi sonori»[1]. Per queste trasformazioni le parole ci sono: rivoluzione, rottura, crisi, ecc. sappiamo individuare esattamente l’istante o il punto in cui si sono presentate. Anzi la storia è costellata da date ed eventi di questo tipo. È il Tea Party a segnare una svolta della storia statunitense; la presa della Bastiglia invece segna la storia di Francia. Queste sono le trasformazioni del Furore.

Queste due differenti trasformazioni non sono necessariamente in contraddizione tra loro e possono anche essere momenti complementari di un unico processo. Il fiume scava e modella la pianura quasi senza far rumore, fino a che nel suo corso non diventa cascata fragorosa. Il furore è lo spunto acuto del cambiamento febbrile, la furia è l’effetto folgorante del condensarsi del fervore.

Un paio di autori del cinema americano contemporaneo sembrano aver colto questa dinamica delle trasformazioni per poi applicarla ai propri film. Si tratta di due registi molto diversi tra loro, eppure con molti più punti di contatto di quel che sembrerebbe a un primo sguardo: Paul Thomas Anderson e Quentin Tarantino.

Entrambi devono qualcosa al cinema di Robert Altman (il primo anzi ne è considerato l’allievo diretto) ma quel che conta è che per ambedue un film è l’occasione per una riflessione sulle trasformazioni e su come metterle in scena.

Può trattarsi di storie con al centro soggetti che attraversano o escono da una fase di cambiamento personale (Jackie Brown per Tarantino e Punch-Drunk Love per Anderson) oppure in maniera più altmaniana di metamorfosi che riguardano più persone assieme (Pulp Fiction, Kill Bill per Tarantino o Boogie Nights – l’altra Hollywood e Magnolia per Anderson) oppure di momenti di trasformazione della Storia. Qui s’evidenziano di più le differenze fra i due registi. Se Anderson mette in scena trasformazioni realistiche o verosimili, quelle che hanno interessato il Capitalismo americano ne Il Petroliere o la vita a Hollywood in Licorice Pizza, Tarantino non disdegna invece immaginare delle false trasformazioni nella Storia (The Inglorious Bastards o C’era una volta a… Hollywood). La cosa interessante però è che ambedue popolano i loro film di personaggi ferventi o furiosi o persino ferventi e furiosi allo stesso tempo.

Quentin Tarantino fa della furia di alcuni suoi personaggi addirittura la propria cifra stilistica (si pensi a Le Iene o a Kill Bill). Un furore che spesso si manifesta improvvisamente, allo scopo di trasportare lo spettatore in tutt’altro genere cinematografico rispetto a quello che stava guardando fino a quel momento. Un espediente (usato da Tarantino in Django e in The Hateful Eight o in C’era una volta a…Hollywood) è quello di concentrare la furia tutta in una καταστροϕή finale (a tinte decisamente forti) che modifica il film. Al momento catartico s’arriva però dopo che un flusso di tensioni sotterranee, tutte verbali, ha scavato carsicamente nello spettatore preparandolo a comprendere che ferocia e furia non sono fini a se stesse, ma espressione di un brutale fervore (razzismo, fanatismo…) già presente anche se invisibile (nascosto o ignorato). Il cinema di Tarantino, per tornare al distinguo di Jullien, è un cinema che procede per «Eventi», per punti di trasformazione eclatanti. Così eclatanti da apparire irreali. Il cinema è così l’occasione per mettere in scena universi alternativi, compossibilità non realizzate (Hitler muore al cinema, Sharon Tate si salva). Anzi, filmare storie che avrebbero potuto andare in modo totalmente diverso da come sono realmente avvenute è, per Tarantino, il manifesto d’una poetica da sempre critica verso la Hollywood del politicamente corretto.

Il cinema di Anderson sembra invece condurre lo spettatore attraverso storie di trasformazioni nelle quali è il fervore a fermentare silenzioso nel tino in cui evolvono le psicologie dei protagonisti. I quali a onor del vero spesso appaiono in preda a piccole smanie furiose lungo tutto l’arco del film; anzi, in ogni film di Anderson c’è almeno un personaggio furioso perché frustrato. Tuttavia Anderson evita d’incentrare il film su eventi clamorosi che trasformano storia e personaggi, come fa Tarantino, ma preferisce far scivolare lo spettatore all’interno d’un lento e silenzioso trasformarsi della storia.

Film d’eccezione in questo senso è Il Petroliere, dove si narra di Daniel, un minatore che diventa petroliere. Il successo economico lo induce a una sorta di fanatico fervore per l’accumulo di danaro, tanto da spingerlo a ipocrisie e umiliazioni che lo muteranno infine in un misantropo. Dall’ipocrisia non è però esente nemmeno Eli, l’antagonista di Daniel nel film, che sfrutta il proprio carisma e l’ingenuo trasporto religioso delle comunità evangeliche per arricchirsi. Max Weber, nel noto L’etica protestante e lo spirito del Capitalismo, ha messo in luce quanto il Capitalismo americano sia stato agevolato da abiti religiosi improntati all’ascesi: molto lavoro e pochi vizi hanno promosso l’accumulo di ricchezza. La trasformazione che mette in scena Anderson riguarda proprio la perdita di centralità del Capitalismo diffuso, alimentato dai valori religiosi ormai decadenti (Eli è un falso profeta) a favore della centralità acquisita da un Capitalismo elitario, spietato, misantropo e privo d’umanità; il Capitalismo finanziario e petrolifero che uccide quello basato sull’etica di Calvino. Trasformazione in sordina che s’è mossa sotterranea (come il petrolio) e che si conclude nel finale, quando la furia di Daniel si spegne nella frase: “ho finito!”.

Note
[1] François Jullien, Essere o Vivere – il pensiero occidentale e il pensiero cinese in venti contrasti, Milano, Feltrinelli, 2016

di Amedeo Liberti