L’infausta vicenda di Riccardo Perucolo, pittore

Fatto abbrusciar publicamente


Esistono storie che vedono come protagonisti dei personaggi la cui notorietà è legata più alla loro vicenda personale che alle opere che hanno lasciato alla loro dipartita: siamo davanti a una di queste storie il cui protagonista è un pittore veneto, “iovene scarno, picolo, con pocha barba”, di nome Riccardo Perucolo.

Sconosciuto alla letteratura artistica antica, Riccardo era il terzogenito (Santo ed Elisabetta erano i fratelli maggiori) di Cecilia e Antonio Perucolo, muratore e proprietario di una casa in muratura con terra e vigneto che permetteva di non vivere in ristrettezze, e fu battezzato nella pieve di Zoppè, nei pressi di Conegliano, tra il 1515 e il 1520.

Ignoriamo dove sia andato a bottega, Conegliano in questi anni era un centro molto attivo e le maestranze, importanti come il Pordenone o Sebastiano Florigerio o meno, come il locale Alvise Bianchettini, non mancavano e sicuramente il suo apprendistato era già finito nel 1539 poiché in un atto notarile è citato come “maistro pitore”. In una data imprecisata soggiorna a Venezia e qui conoscerà Antonia Voltolina, figlia di Sebastiano che di mestiere faceva il “mensurator blandarum” ovvero custode e controllore dei pesi del Fondaco dei frumenti della Serenissima, che gli porterà in dote 100 ducati e con la quale avrà quattro figli: Angelo Giovanni, Gedeone, Dario e Persilia. L’allargamento della famiglia andava di pari passo con il lavoro che non doveva certo mancargli visto che nel 1544 compera una casa in muratura nella quale rimarrà fino alla fine della vita.

In questo periodo si avvicina anche alla figura di Gottardo Montanaro, un prete coneglianese molto vicino alle idee del vescovo apostata Pietro Paolo Vergerio (inizialmente cattolico e tra gli organizzatori del concilio di Trento e poi, dopo la conoscenza diretta di Lutero e alle sue idee, protestante) e, affascinato dalla sua oratoria inizia a seguirlo nelle sue riunioni segrete e nei suoi dettami contro l’avidità del clero, la messa, la transustanziazione e il battesimo.



La frequentazione di prete Montanaro, del suo cenacolo e la professione non nascosta delle idee luterane portarono al suo arresto, assieme a quello del falegname Nicolò delle Monache, il 25 maggio 1549. Le accuse furono mosse dal procuratore fiscale della diocesi, Giovanni Andrea Coronelli, dopo diverse segnalazioni di concittadini e in seguito al ritrovamento di diversi libri “scomodi” nella libreria del pittore dopo una perquisizione come un “Testamento nuovo vulgare” e le “Epistole di San Paulo vulgare”. Poche settimane dopo sarà tradotto a Venezia e il processo davanti alla Santa Inquisizione inizierà l’11 giugno nella chiesetta di San Teodoro e si protrarrà per quattro udienze dove verranno discusse le sue idee come: ad esempio quelle sulla Trinità e sul culto dei santi dove lui sostiene che “basta solamente pregar Christo perché lui è cappo et che pregando Christo non accada pregar li santi”, oppure quelle sull’utilità del sacrificio eucaristico durante la messa poiché “l sacramento de altar è un signo et che l’hostia consecrata è un pezo de pasta et che l’è comemoration de la pasion de Christo solamente, perché Christo è in cielo e non in questa hostia”.

Gli atti del processo, oltre alle accuse, ci forniscono anche indicazioni sull’attività pittorica di Riccardo Perucolo: grazie alla testimonianza di Agnese Sarcinelli del 17 giugno 1549 (“molti anni lavorò in casa nostra a depenzer”), si è riusciti a risalire al suo pennello per i fregi a monocromo su fondo nero del piano nobile di Palazzo Sarcinelli a Conegliano (1540 circa); apprendiamo anche della sua abitudine di apostrofare con male parole i curiosi che lo guardavano mentre lavorava, come accadde durante la realizzazione degli affreschi per le case di Pietro Pasqualina (maggio 1548), di Latino da Collo (giugno/settembre 1548), di Gianpiero Calza e di Bernardino Vezzati (primavera 1549). Sappiamo anche che nella primavera del 1547 affrescò due grandi figure di santi (san Leonardo e san Benedetto) per la loggetta del Palazzo Pretorio su commissione del podestà di Conegliano Benedetto Soranzo, e secondo la testimonianza del doratore Donato di Stefano mentre dipingeva alle persone curiose diceva “Qua voio far doi santoni, che le persone crede che i siano in paradiso, che forse i sono a casa del diavolo a scaldarse i piè” e, durante l’interrogatorio del pittore, lo si accusò di averli chiamati “santacci” e lui prontamente rispose “perché erano mal depinti”.

A Riccardo Perucolo sono stati attribuiti una serie di graffiti ritraenti una Crocefissione, una Madonna con Bambino e san Sebastiano, scoperti sotto l’intonaco della cella numero X nei Pozzi di Palazzo Ducale a Venezia, anche se la sua paternità resta molto dubbia.

L’11 luglio 1549 Riccardo Perucolo e Nicolò dalle Monache pronunciano e sottoscrivono i propri atti di abiura suggellati dalla clausola “Et se per caso, che Dio me vedi, incorressi in tal error et contrafacessi a quanto hora ho promesso et prometto, voglio incorrer in le pene infliette per li sacri canoni alli quali mi sottometto volontariamente et come relapso voglio esser giudicato”, inoltre dopo che saranno ricondotti a Conegliano dovranno fare pubblica abiura e presenziare alla messa (per 18 mesi Riccardo e 12 Nicolò) con una corda al collo in segno di umiltà, rimanere confinati a Conegliano fino alla fine della pena e pagare le spese processuali.



Una volta scontata la pena la vita di Riccardo per un periodo di tempo ha ripreso a scorrere normalmente, ha ripreso a lavorare e ha concepito tre dei suoi quattro figli ma, nel frattempo, il vescovo di Ceneda, nella figura di Camillo Speziari, sotto consiglio dell’Inquisizione veneziana teneva sott’occhio il pittore, diventato troppo tranquillo per non destare sospetti. Il 28 agosto 1567 nuove accuse ricaddero su Perucolo, venne accusato di aver coperto la fuga in Moravia dell’anabattista Alessio Todeschi, di essere ricettatore di eretici e di possedere alcuni testi del vescovo apostata Pietro Paolo Vergerio. Nel dicembre del 1567 venne incarcerato, torturato e infine condannato, ma la vicenda non era ancora finita perché la notte del 4 febbraio 1568 i figli Gedeone e Giovanni Angelo eludono le ronde del Castello di Conegliano e fanno fuggire di prigione il padre Riccardo ma purtroppo vennero riconosciuti e presi tra le gole del Cadore da un manipolo di soldati.

I figli non vennero accusati, Riccardo invece venne ricacciato in prigione e il 19 febbraio confessa i reati di cui è accusato e chiede che gli sia concessa la comunione; il 21 febbraio i giudici scrissero “Giudichiamo, sentenziamo e dichiariamo te, Riccardo Perucolo pittore, spergiuro, sacrilego, scomunicato, e degli errori predetti, impenitente relasso ed ostinato e come eretico relasso, da punire e condannare e da abbandonare al braccio secolare” e lo condannarono al rogo.

Purtroppo non è dato sapere quando avvenne precisamente l’esecuzione pubblica di Riccardo, sicuramente tra il 22 febbraio e il 20 marzo 1568 poiché, in questa data, l’inquisitore Valerio Faenzi comunicava al segretario di Stato vaticano di “aver ricevuta una lettera del clarissimo podestà di Conigliano, et scrive haver fatto abbrusciar publicamente Ricardo pitor con molta sotisfattione del populo et molta edificatione”.

Il nome di Riccardo Perucolo compare fugacemente nei testi sulla storia dei movimenti ereticali in Italia e non trova spazio nei libri di storia dell’arte; la sua vita è terminata con una condanna alla pena del fuoco, che “scaturisce da un atto cinico di indiscriminata propaganda deterrente e di generica vendetta sanguinaria che lo costituisce in vittima sacrificale innocua”, e il suo ricordo rimane in una damnatio memoriae dalla quale ogni tanto fa capolino, ancora con quel furore che ha guidato le sue azioni terrene.

di Marco Saporiti

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Autore

  • Laureato in Storia e Critica dell'Arte, ha una passione infinita per il Rinascimento tedesco, la batteria e la musica progressive. Ha la capacità innata di diventare un'ombra quando è al cospetto di troppe persone.