Coltivare il maggese

maggese

Capita che ogni tanto ci occorra un’analisi, un esame obiettivo e poi dopo la diagnosi, appuntata in modo sovversivo nell’anamnesi. Letta l’anamnesi, segue la cura.
Il medico prescrive la terapia, il paziente – se senziente e collaborativo – sceglie di seguirla. C’è un problema, lo si analizza, si trova una soluzione. Sembra tutto lineare e semplice, eppure molti sono quelli che si fermano al primo punto: c’è un problema. Pazienza.
L’ignoto è meno spaventoso del purgatorio della sala d’attesa ed effettivamente i medici poco hanno fatto per rendere la seconda meno spiacevole. Diciamocelo: il verde acqua non è un colore rilassante, anzi, spinge alla riflessione e come conseguenza all’ansia.
Vi è, nello stare seduti ad aspettare il proprio turno, fissando magari una qualche tavola anatomica d’epoca, la tensione suprema tra il peggio e il meglio, gli estremi del possibile, che è poi il sentimento di tutta un’esistenza che in sala d’attesa si concentra e si fa dominante.
Se potessimo sezionare la tensione, sgorgherebbe un sangue misto di terrore e speranza: una sorta di sogno lucido. Ci sono dunque tre vie per attraversare questa emorragia: non attraversarla (pazienza), attraversarla di corsa – come quando a mensa, da piccoli, si ingoiava la pasta intera per non sentirne il sapore – e, infine, come consiglia Salvatore Toma (Quad. XV, 57):

Spremiti Toma
spremiti come
un limone
o spezzati come
si spezza un ramo
d’alloro per
respirare dal vivo, dal profondo.
Questo ordinarsi
di vivere non
ti fa bene non
ti rappresenta più.
Arditi Toma
datti fuoco acqua terra
datti luce
batti palpita schiuditi
battiti[1]

La porta verde 1

La visione del poeta è in netta contrapposizione con le prime due vie, ossia la via della rassegnazione e la via della paura o della superficialità. Toma sceglie di affrontare l’attesa suprema, quella della morte, respirando dal vivo (e non ordinandosi di vivere) col rischio anche di spezzarsi, di darsi fuoco.
E si ardeva certamente Amelia Rosselli, che oltre a dar fuoco a se stessa ha dato fuoco al linguaggio intero trasformando le parole, inclusi gli articoli come “il” o “la” in idee, ipotesi in divenire.

Facce appese, bronzi al muro, facce di bronzo, santi appesi
al muro in una camera solitaria in affitto, per quattro
giorni aspetto. Una camera povera, sovraccarica di fiori
di plastica, e leoni alla porta. Un mare trombante, e un
paese grossolano, verdi porte all’aperto dietro la strada
nuova, i monti inosservabili, la luce è un diadema. Le
colline poi sono verdi cavalli, il galoppo un imbroglio,
uno stratagemma per perdersi. Fa caldo ancora, e il cielo
è macchiato di tombe oscure[2]

Non ci è dato sapere cosa Amelia stesse attendendo, né forse ci importa. L’attesa è al contempo chiusa in una stanza, in uno dei suoi quadrati o quadri poetici, e spalancata su verdi porte, su strade nuove, dalle quali entra la luce. L’uso magistrale dell’enjambement fa sì che il periodo logico risulti continuamente sospeso alla fine del verso, a volerci lasciare la mano su un baratro per poi riafferrarla al cominciare del verso successivo, con ritmo crudele, giusto il tempo di gustare un briciolo di quel sentimento.
L’attesa poetica vede convivere speranza e delusione, è certezza e visione. Così come quando suo oggetto non è né cosa né fatto, ma persona: il o la poeta piagnucola la perdita e al contempo canta affinché l’ultima parola non sia ancora detta.
Riporto tre versi da Serpenta di Dario Bellezza:

Aspetto e spero: opposte nudità
a cui dovute sono le gioie
della fugace pallida mano

Versi che in un’altra sua poesia, contenuta in Lodi del corpo maschile, sembrano trovare quasi una naturale continuazione:

Anche perché sono innamorato
e l’aspetto. Ogni giorno lo vedo
e lo saluto, e salutando sento
il cuore, i cuori!, vuoto, vuoti:
come il mondo dopo la fine del mondo
o andando per prati, incontrando
infelici e pensando a lui che dice:
«Posso salire?» e rinvio a chissà
quando, a chissà quando
una serata formidabile e altera
e il suo corpo comunicativo
e lontano in questa notte
senza spasimi o urla.

la porta verde 2

La tensione di una cosa attesa è miccia a prescindere da cosa sia a scatenarla, ma è nel modo di affrontare la saudade che ne deriva il fattore comune all’interno dell’eterogenea produzione poetica. Non è una semplice attesa malinconica ad alimentare la poesia; se da un lato vi è il ricordo struggente del passato conosciuto, dall’altro vi è una fede devastante nel futuro che ancora è un foglio bianco e che la voce anticipa nel condensarsi delle possibilità, che siano esse in positivo o in negativo.
La poesia è in grado di dar voce al grande silenzio dell’attesa, come leggiamo nei versi di Antonia Pozzi:

Aveva voce in te
l’universo
delle cose mute,
la speranza
che sta senz’ali nei nidi,
che sta sotterra
non fiorita.
Aveva voce in te
il mistero
di tutto che presso una morte
vuol diventare vita,
il filo d’erba
sotto le putride foglie,
il primo riso del bimbo salvato
a fianco di un’agonia
in una corsia
d’ospedale.
Or quando cade dagli alti
rami notturni
dei campanili – un rintocco –
e in cuore affonda come
il frutto dentro il campo arato –
allora hai voce
tu in me –
con quella nota
ampia e sola
che dice i sogni sepolti
del mondo, l’oppressa
nostalgia della luce

Il poeta è, in conclusione, un contadino atipico. Non cerca di coprire la terra costantemente di nuovi frutti per horror vacui né si ferma a pazientare attendendo che qualcosa nasca da sé. Il poeta coltiva il maggese, e qui sta il paradosso.

Note

[1] Canzoniere della morte, Einaudi 1999

[2] Rosselli, Le poesie, Garzanti 1997, p. 353

di Chiara de Cillis