Colombo, l’America e noi

colombo

Quando è che abbiamo compreso di essere parte di una totalità? La risposta non è facile, ma sicuramente qualcuno ci ha aiutato a capirlo. Siamo tutti discendenti di Cristoforo Colombo: con lui inizia un nuovo corso della vita dell’uomo sulla terra. «Il mondo è piccolo»[1]: a dirlo sarà proprio, paradossalmente, Colombo. Partito da Palos de la Frontera il 3 agosto 1492, era tutt’altro certo a cosa sarebbe andato incontro. Certo, c’era l’idea delle Indie, per come se le immaginava. Eppure nell’istante stesso in cui Colombo è salpato, si è staccato dal suo porto sicuro, siamo certi avrà pensato alle mitiche gesta di Ulisse. La differenza con l’eroe omerico però è sostanziale. Ulisse sfidava le (la) Divinità: non aveva fede, non poteva averla. L’obiettivo di Colombo, lo dice lui stesso nei suoi primi diari, era soltanto l’oro[2]. Col tempo diventerà quasi una sua ossessione ansiosa e incontrollabile. Nelle prime pagine dei suoi diari della prima spedizione, si capisce però che non rimane subito soddisfatto. Di oro non ce n’è quanto si aspettava e anzi, c’è anche da faticare molto per trovarlo. La speranza di Colombo però non può morire: il viaggio per arrivare fin lì è costato uomini, risorse, energie. Allora inizia un continuo vagare tra le sterminate isole e isolette alla ricerca della fonte dell’oro: è Dio che gli indicherà la direzione, è convinto che lo porterà alla sorgente viva da cui nasce l’oro. Non è il viaggio di Ulisse contro il Dio, ma anzi, è un viaggio verso il Dio. Anche Colombo sogna quindi, chissà, la fortezza di Xanadu, un universo nuovo da scoprire che forse si immagina proprio come quello che Coleridge ci ha fatto immaginare:

And there were gardens bright with sinuous rills,
Where blossomed many an incense-bearing tree;
And here were forests ancient as the hills,
Enfolding sunny spots of greenery[3]

C’è una cosa che però accomuna Colombo a Ulisse: è senz’altro il coraggio. Le motivazioni del coraggio che caratterizzano i viaggi dei due pionieri sono interessanti perché si intersecano l’una con l’altra. Ulisse sprona i suoi prodi a non fermarsi proprio sul più bello: la sete di conoscenza, spingersi dove nessuno si è spinto, consapevoli di sfidare il cielo. A prima vista l’intento di Colombo è assai diverso e molto meno folle di quello di Ulisse. Deve trovare l’oro che ha promesso ai reali spagnoli. Non è cosi: la spinta verso l’oro è solo lo sprone che serve per motivare la sua compagnia, ormai stanca del viaggio interminabile. Colombo ha chiara la strada davanti a sé: quando il cielo è limpido e la navigazione è spedita, lo immaginiamo per un attimo sbottonarsi la divisa che lo soffoca. Non sono quelli i suoi panni, non è il cercatore d’oro che tutti si immaginano. Prima di lui c’era stata un’altra persona che aveva tentato una impresa simile. Marco Polo ci era riuscito, come prima di lui ci era riuscito Alessandro Magno: con motivazioni anche qui, diversissime. L’impresa di soddisfare la conoscenza era già riuscita, dunque, qualche secolo prima. Persino un esploratore musulmano riuscì a fare meglio di Marco Polo. Ibn Battuta, quando si diresse in pellegrinaggio alla Mecca, partendo dal Marocco a metà del 1300, cambiò idea. Restò 30 anni in viaggio per il globo allora conosciuto. Laddove non arrivavano i dogmi religiosi medievali, arrivavano le credenze. Anche Ibn Battuta fu affascinato, come Colombo, dai racconti che si tramandavano. A Ibn avevano detto, anzi, dato per certo, che una volta arrivato sull’isola di Ceylon avrebbe trovato l’impronta del piede di Adamo. Racconti mitici lo incuriosivano: sanguisughe volanti, misteriose scimmie che parlavano tra loro. Anche Ibn vuole convertire al Corano le popolazioni che incontra: non ci riesce sempre però. La sua spinta è fortemente moralista e ciò gli farà condannare senza appello gli stranissimi costumi che incontrerà nelle Maldive, nelle steppe asiatiche.

Colombo marco polo

Colombo invece vuole sistemare i conti lasciati in sospeso da Marco Polo, al quale non era riuscita una impresa che si è portato con amarezza fino alla fine dei suoi giorni. «È da lungo tempo che l’imperatore del Cataio ha chiesto di poter avere dei sapienti che lo istruiscano alla fede di Cristo»[4]. Presto detto: Colombo vuole portare la parola di Nostro Signore presso il Khan. Il vero mandante di Colombo non è l’oro, né i reali di Spagna: è Papa Alessandro VI al quale scriverà nel 1502 una lettera in cui per la prima volta dirà chiaramente «Spero di poter diffondere il nome di Nostro Signore in tutto l’universo»[5]. Colombo esaltato predicatore e pionieristico missionario? Non solo, anzi, di più. La fonte dell’oro era data per certa da Marco Polo e tanti altri autori a lui contemporanei, proprio nelle Indie. L’obiettivo però era ancora un altro. Colombo è figlio del suo tempo: non è altro che un uomo in uscita dal Medioevo e che, come altri, ha una ferita ancora aperta. Sono le crociate. La vera idea di Colombo, per cui si dimostrerà cosi accorato sostenitore, è quella di liberare (ancora…) la Terra Santa. L’oro di cui si approvvigionerà alla fonte nelle Indie sarà quindi talmente tanto da riuscire a finanziare altre crociate. Di questo ne è convinto. Quando davanti ai reali di Spagna arriva quest’uomo animato da un ardore cosi potente e da una motivazione ormai cosi assurda, non resta altro che rimanere ammirati e allo stesso tempo divertiti. L’oro servirà, certamente, ma per altro: i reali lo diranno chiaramente.

Colombo è un uomo antico, saldissimo nel suo medioevo: anzi, ne è forse il suo ultimo vero coriaceo esponente. Eppure il suo conservatorismo lo ha spinto ad andare laddove altri non avevano mai neanche immaginato. Certamente, si obietterà, l’impresa di Colombo aveva una motivazione pratica, borghese. Senz’altro: le vie per l’Oriente ormai si stavano facendo troppo intasate e pericolose, allora perché non provare altre strade? Perché non girare la testa laddove nessuno aveva mai osato? È un gioco di prospettiva quello che fa nascere in quel momento il mondo per come oggi lo conosciamo. Colombo volge per la prima volta le spalle a Oriente: è convinto di tornarci puntando ad Occidente.

Nella personalità di Colombo però c’è qualcosa che non convince del tutto. Ci sono i germi dell’uomo moderno. Las Casas ci fa sapere che Colombo «dice che è pronto ad abbandonare tutto per scoprire altre terre e conoscere i loro segreti» e che «ciò che più desiderava era, a quel che diceva, di fare altre scoperte»[6]. È il valore della scoperta che a un certo punto inizia ad infervorare, più di tutto, Colombo. È un moto dell’animo per nulla scontato, se pensiamo che era partito con l’idea di accumulare oro per fare una nuova crociata. È in quegli anni che si consuma la svolta dell’uomo moderno. Lo scatto di Colombo è tutto lì, racchiuso nella bellezza della scoperta. Una chiocciola che si porta dietro tutto il suo guscio medievale, la sua casa pesantissima di credenze arcaiche e fede incrollabile: eppure sarà il primo uomo a mettere piede sulla Luna. L’esperienza di Colombo e quella dell’allunaggio sono simili, ma concettualmente diverse. Affascinano entrambe proprio perché grazie a loro si schiuderanno nuove visioni. Entrambi segnano un cambio di prospettiva per l’uomo: dietro una apparente sconvolgente esperienza c’è un semplice sguardo verso una prospettiva diversa. Com’è guardare l’Europa dall’America? Com’è guardare la Terra dalla Luna? Per anni gli uomini si sono immaginati di incontrare strani esserini verdi nello spazio, su Venere, su Marte. Quando finalmente ci mettono piede, nello spazio, non avviene nulla di tutto questo. Le credenze dell’uomo però sono ancora le stesse: la letteratura e la filmografia fantascientifica da sempre ci fanno vedere gli extraterrestri nello stesso modo in cui ce li immaginiamo da decenni. Non possono essere diversi da come ce li immaginiamo, semplicemente perché non li abbiamo mai visti. All’opposto, Colombo, quando incontra gli abitanti di quelle nuove terre, non riesce a capire che quegli esseri viventi sono diversi da lui. Devono per forza di cose essere uguali in tutto e per tutto ai cittadini spagnoli, veneziani, francesi. Quando li sente parlare e tenta di comunicare con loro, non potrà fare a meno di correggere le loro espressioni: è convinto che in realtà parlino male la sua stessa lingua. Nella mente di Colombo e dell’uomo medievale, incontrare delle persone diverse da loro non è immaginabile. O meglio, non lo è stato fino a quel momento. Colombo rimarrà sempre convinto di aver trovato degli essere viventi “uguali” a lui, che dovrà “solo” educare e civilizzare (ma poi il destino di questi popoli sappiamo sarà tragicamente diverso). Le pretese dell’uomo contemporaneo di viaggiare nello spazio e scoprire nuove forme di vita, invece, rappresentano proprio l’opposto. La speranza, cioè, di trovare finalmente qualcosa di diverso dall’umanità. Potrebbe essere questa quindi la parabola che l’uomo ha seguito da quei secoli fino ad oggi. Durante il Rinascimento, che nel periodo delle scoperte geografiche sta iniziando a fare capolino, tornano con forza le radici della filosofia greca e delle sue interpretazioni ellenistiche. “L’uomo misura di tutte le cose”, come abbiamo imparato a dire proprio in quei secoli, vale ancora oggi? L’uomo riesce ancora a governare la totalità in cui vive, che proprio l’esperienza di Colombo ci ha messo di fronte per la prima volta?

Colombo terra da spazio

L’intuizione più calzante che Todorov fa a proposito di Colombo e della scoperta di quelle nuove civiltà, è proprio questa: «Le credenze influenzano le nostre interpretazioni»]7]. A riprova di questo, Colombo dirà anche di aver visto delle sirene, proprio come fece Ulisse. Ci terrà a precisare però che queste non potevano essere delle vere sirene perché “avevano dei volti da uomo”. Allo stesso modo Colombo ci racconta riguardo la sua prima scoperta delle preziose perle. Anche qui però, c’è qualcosa che non torna: «Vicino al mare c’era una quantità enorme di ostriche attaccate ai rami degli alberi che crescevano nelle acque marine, tutte con la bocca aperta per ricevere la rugiada che cade dalle foglie, in attesa che cadesse una goccia da cui poi, come dice Plinio, si forma la perla»[8]. Colombo non si rassegna neanche davanti all’evidenza: se lo aveva detto Plinio, non c’era niente da fare. È quella la spiegazione che si dà quando si interroga circa la provenienza di quelle gemme preziose. Arriva poi ad essere convinto che ha raggiunto il paradiso perché si trova di fronte a delle acque dolci, i fiumi, quindi in prossimità di montagne. Gli antichi affermavano con certezza che il paradiso doveva trovarsi alla sommità di un monte: allora quello che ha trovato deve essere il paradiso, senza dubbio. Si può dire quasi che Colombo è stato un anti-positivista: sempre Todorov ammette che Colombo non ha interesse a fare i conti con l’«esperienza concreta, tutto quello che scopre in realtà serve a confermare una verità che lui aveva già da prima»[9].

Oggi più che mai siamo tutti Colombo. È lui che ha volto lo sguardo per primo verso una nuova epoca, mentre oggi per molti versi rischiamo di guardare indietro. La prospettiva non è allargata, ma rischia di invertirsi. Il credo verso la scienza, che sia esso ultra-positivo o ultra-complottista, può distorcere le nostre interpretazioni. Il cardine del mondo di oggi e quello che ci servirà per i dilemmi etici e morali in futuro, è indubbiamente il ruolo della scienza nell’interpretazione del nostro reale. L’oggi non si trasformi in un medioevo 2.0, ma assicuri sempre la razionalità contro la fede cieca in qualsiasi dogma o credo. Colombo ha intuito che doveva andare oltre il suo orizzonte, che sicuramente ce l’avrebbe fatta: il suo faro era Dio, ma non si è fatto aiutare dalla scienza, ed ha fallito. Quello che aveva da sempre immaginato doveva per forza avverarsi sotto i suoi occhi nella forma che si era prefigurato: sirene, giganti da incontrare, paradiso da raggiungere. Colombo, non avrebbe mai mosso un passo se fosse stato incrollabilmente convinto di trovare, dopo le colonne d’Ercole, uno strapiombo. Allo stesso tempo però, ha commesso l’errore, lui sì, giustificato dalla sua epoca, di credere più a quello che gli veniva detto che non a quello che scopriva. Un errore che la nostra prospettiva di uomini moderni non può permettersi.

Note

[1] C. Colombo, J.Morelli, Lettera Rarissima, (7/7/1503). Stamperia Remondiana 1810, Nabu Press, Firenze 2012, p.58

[2] C. Colombo, Giornale di bordo, (13 ottobre 1492), Club degli Editori, Milano 1970, p.32

[3] S. T. Coleridge, A. Ceni, La ballata del vecchio marinaio, Kubla Khan, or A vision in a dream, trad. mia, Feltrinelli, 2016, p.44:

C’erano giardini luccicanti con ruscelli sinuosi,
dove fiorivano molti alberi da incenso;
C’erano boschi antichi come le colline
che avvolgono assolate macchie di vegetazione

[4] C. Colombo, J.Morelli, Lettera Rarissima (7/7/1503), op. cit. p. 56.

[5] Cfr. la Carta al Papa Alejandro VI, in Colón, Textos y documento, trad. G. Bellini, pp. 310-312.

[6] B. De Las Casas, Historia de las Indias, vol. I, Fondo de cultura economica, Messico 1951, p. 136 e 146

[7] T. Todorov – La conquista dell’America, trad. A. Serafini, ET Storia, Torino 2020, p. 29

[8] Las Casas, op. cit., p. 137

[9] T. Todorov – La conquista dell’America, trad. A. Serafini, ET Storia, Torino 2020, p. 31

di Mario De Angelis

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