L’eterno ritorno

Con Nietzsche negli abissi della spirale del tempo

Eterno ritorno dell’uguale – sintagma affascinante, tragico, impregnato di sapienza arcaica e sguardo luminoso sull’avvenire. Così Friedrich Nietzsche definì la sua intuizione «più abissale», che forza il pensiero dialettico e razionalista sino a farlo confluire in una nuova mito-logia, un discorso in cui il linguaggio mostra il mistero senza mai dirlo compiutamente, senza poterne esaurire l’eccedenza. «Un lampo divenne, la mia sapienza; / con spada adamantina mi fendette ogni tenebra!», rammenta Nietzsche, in un frammento poetico del 1888, pubblicato postumo nei Ditirambi di Dioniso.

Sembra che il pensiero dell’eterno ritorno – il cuore della metafisica nietzscheana, stando a Martin Heidegger – sia stato intuito dal filosofo tedesco nell’estate del 1881. Quel che è certo è che fa la sua prima apparizione nell’aforisma 341 della Gaia scienza (1882), intitolato Il peso più grande. Qui Nietzsche fornisce una delle più celebri descrizioni della sua teoria: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso».

In questa lapidaria tremenda sentenza emerge il rifiuto da parte di Nietzsche di una concezione lineare della temporalità: che lo si interpreti in senso religioso, come direzione storica provvidenzialmente rivolta alla restaurazione dell’età edenica e paradisiaca, o in senso secolarizzato, sia come corsa progressiva verso un futuro migliore sia quale ineluttabile decadenza, il tempo monotonico e unidirezionale è per Nietzsche un’astrazione illusoria. A questo tempo edipico, fatto di scansioni sempre nuove lungo i binari della ragione storica, dove il figlio (l’attimo seguente) è costretto a uccidere il padre (l’attimo antecedente), il nostro contrappone una concezione circolare e tragica della temporalità – una prospettiva squisitamente greca, connotata in senso dionisiaco ed empedocleo. Spesso risuona infatti, nell’autore de La filosofia nell’epoca tragica dei Greci, la sapienza di Empedocle: «Ma un’altra cosa ti dirò: non vi è nascita di nessuna delle cose mortali, né fine alcuna di morte funesta, ma solo c’è mescolanza e separazione di cose mescolate, ma il nome di nascita, per queste cose, è usato dagli uomini».

Sul tema Nietzsche ritornerà per tutta la vita. Una delle sue più chiare formulazioni, questa volta delineata con piglio più logico che mitico-poetico, è offerta nei Frammenti postumi. Qui egli prospetta un cosmo chiuso, in cui la totalità dell’energia è limitata, e di conseguenza la possibilità delle combinazioni, per quanto ampia, non è priva di limiti. Da qui, il libero arbitrio, nella sua formulazione classica, viene messo sotto scacco: «La misura della forza del cosmo è determinata, non è “infinita”: guardiamoci da questi eccessi del concetto! Conseguentemente, il numero delle posizioni, dei mutamenti, delle combinazioni e degli sviluppi di questa forza è certamente immane e in sostanza “non misurabile”; ma in ogni caso è anche determinato e non infinito. È vero che il tempo nel quale il cosmo esercita la sua forza è infinito, cioè la forza è eternamente uguale ed eternamente attiva: fino a questo attimo, è già trascorsa un’infinità, cioè tutti i possibili sviluppi debbono già essere esistiti. Conseguentemente, lo sviluppo momentaneo deve essere una ripetizione, e così quello che lo ha generato e quello che da esso nasce, e così via: in avanti e all’indietro! Tutto è esistito innumerevoli volte, in quanto la condizione complessiva di tutte le forze ritorna sempre».

La hybris che collocava l’uomo – come singolo o specie – al centro degli sviluppi storici viene radicalmente problematizzata.

Il singolo è in prima battuta travolto dall’eterna potenza cosmica che ripropone costantemente il medesimo – una cogenza cui non si può sfuggire, ma che Nietzsche ci insegna a dominare. La prospettiva dell’eterno ritorno dell’uguale, infatti, non si limita a una semplice proposizione bidimensionale di un meccanicismo circolare, una legge di reiterazione cosmica: a questa consapevolezza, che è il peso più grande di Così parlò Zarathustra, segue la possibilità, per l’(oltre)uomo, di calarsi nella vertiginosa intensità di questo abisso multidimensionale e de-cidersi per esso, convertendo la sapienza tragica in accettazione totale della vita magmatica e caotica, quindi creazione estatica, espressione demiurgica della potenza. L’eterno ritorno si mostra allora come il perenne rinnovamento di ogni scelta, che, nel momento della decisione, spezza il ritmo degli eventi, determina una nuova forma capace di eternizzarsi. A comprendere questa prospettiva ci soccorre l’immagine tematizzata da Nietzsche all’inizio della terza parte di Also sprach Zarathustra, la celebre sezione intitolata La visione e l’enigma. La narrazione è folgorante: Zarathustra si imbatte, di fronte a una «porta carraia», in due sentieri che «nessuno ha mai percorso sino alla fine»: uno conduce al futuro, l’altro al passato. Il nano che lo accompagna gli chiarisce come «tutte le cose diritte mentono. […] Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo».

L’eterno ritorno. Illustrazione di Filippo Bottini, 2019

Annota acutamente Martin Heidegger, nelle sue celebri lezioni su Nietzsche: «Se le due vie scorrono nell’eternità, vanno verso la stessa cosa, quindi vi convergono e si conchiudono in un tragitto ininterrotto. Quelle che a noi sembrano due vie diritte che si dipartono l’una dall’altra, non sono in verità che la parte per ora visibile di un grande circolo che ritorna continuamente su se stesso. […] Il ruotare-in-circolo-su-se-stesso del tempo e quindi il continuo ritornare dell’uguale, di tutti gli enti, nel tempo, è il modo in cui l’ente nel suo insieme è. Esso è il modo dell’eterno ritorno».

D’altra parte Zarathustra procede oltre la spiegazione del nano. Nella narrazione nietzscheana subentra infatti una visione: un giovane pastore si rotola a terra, stremato dalle convulsioni, soffocato da un nero serpente strisciato nelle sue fauci. Zarathustra tenta di aiutarlo, sforzandosi di strappare via il serpente, ma ogni suo sforzo risulta vano. All’improvviso – narra Zarathustra – «un grido mi sfuggì dalla bocca: “Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi!”». Il pastore segue le sue indicazioni, sputa la testa del rettile lontano da sé e ne viene mirabilmente trasfigurato: «Non più pastore, non più uomo, – un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso un uomo, come lui rise!».

Fuor di metafora (fra le divergenti, com-possibili spiegazioni): Zarathustra invita a recidere il capo del serpente che invoca la ripetizione dell’uguale – metastasi incapacitante rispetto a ogni velleità trasfiguratrice, come individuato anche in ambito psicoanalitico –, abbattendo così l’ostacolo della pretesa oggettività temporale, per configurare ogni attimo come frammento dell’eternità.

La serpe, che è noia del già vissuto, disperazione tellurica provocata dall’iterazione senza fine della tragicità esistenziale, assurge, una volta recisa, a marchio aurorale di una nuova temporalità. La descrive efficacemente Franco Rella: «L’eterno ritorno sta nell’attimo, nella sospensione, nella sincope, nella cesura in cui il tempo passato e il tempo futuro “si contraddicono a vicenda”, “sbattono la testa l’un contro l’altro”, convergendo proprio in questa contesa, nella sospensione che questa contesa apre nel tempo: sospensione che rappresenta lo spiraglio da cui l’eterno entra nel divenire (l’aion entra nel chronos)» (Nietzsche: arte e verità. Una introduzione).

In questa prospettiva l’ewige Wiederkunft non è il ritorno di qualcosa, bensì lo schema multidimensionale di una temporalità qualitativa, un divenire che si fa «sintesi del tempo e delle sue dimensioni, sintesi del diverso e della sua riproduzione, sintesi del divenire e dell’essere che si afferma dal divenire, sintesi della doppia affermazione» (Gilles Deleuze, Nietzsche e la filosofia). L’accoglienza di questa proposta, in cui la libertà individuale coincide con il destino cosmico, entro cui libero arbitrio classico e determinismo meccanicista sfumano in una forma di “compatibilismo” – la decisione del singolo si fa libertà in quanto espressione della natura del singolo stesso che si incarica di questo destino. Non solo se ne fa carico, ma lo ama. Amor fati è il sigillo di tale postura. «Voglio imparare sempre di più a vedere il necessario nelle cose come fosse quel che v’è di bello in loro» (La gaia scienza), ossia a «trasformare ogni “così fu” in un “così volli che fosse”» (Così parlò Zarathustra) – cioè ad annichilire la dimensione spontanea ed eteronoma dei fenomeni, riconducendoli alla volontà («ciò che libera e procura la gioia»), più o meno conscia, dell’Übermensch.

Più che un cerchio, la temporalità nietzscheana appare allora come una sfera o una spirale (così hanno intuito lucidi interpreti di Nietzsche come Giorgio Locchi e Alain de Benoist): la ruota dell’essere gira senza sosta per l’eternità, la sua multidimensionalità si fa apertura in divenire negli abissi cosmici.

di Luca Siniscalco