Tre poesie di Eleonora Rimolo

Le liriche di Rimolo sono caratterizzate da una fluidità attenta: uso quest’espressione perché si nota che c’è una ricerca linguistica che caratterizza con forza ogni movenza da una parte, dall’altra si vede uno scorrere di pensieri, che si intessono via via in un andirivieni di sguardi. Nelle poesie c’è una ricerca di qualcosa che non c’è, anche gli indirizzi sfumano, non si sa a chi o a cosa si guarda, perché si cerca di prendere l’insieme e farlo proprio, seppellendo l’idea di mondo per cui tutto è categoria, Rimolo fa dello sfumato il senso pieno dei suoi versi.

Esemplare in questo senso è l’inedito, che vi invito a leggere con attenzione.

Buona lettura.

Victor A. Campagna


Sono rimasta dove mi hai posato
mai spostata oltre la linea di contorno
di là della cinta muraria che protegge
i segreti dei vicini. Litigano nel buio,
le loro colpe conquistano l’appartamento
con un movimento sottinteso, inutile:
nell’intervallo tra una risposta e l’altra
gli affetti sono in erosione, la lesione
si apre in un fiore ostinato a riprodursi.
Spio il detto, il non detto; la vita
in granuli è spaventosa, la paura
di assumerla mi spinge a vomitarla,
spegne i circuiti minimi dell’esserci
dentro le pozze fredde delle tue guance.

(Da La terra originale, pordenonelegge-lietocolle 2018)


Quel poco che rimarrà saranno
le lanterne del centro storico
spente al mattino, circondate
dalla distanza. Scale, marciapiedi
in salita separano i pomeriggi assonnati
dalle fughe nervose del corso principale,
dalle risa nei caffè, dalle commesse
che attendono annoiate. Ognuna
di queste porte non ti vedrà entrare
e invece io busso, poi esco almeno
una volta al mese per rivederti
dentro gli archi umidi, nel rombo
continuo del sifone, dentro centinaia
di carte in accumulo, lasciate lì come me
nell’indifferenza, per aver desiderato
troppo, con troppa poca prudenza.

(Da La terra originale, pordenonelegge-lietocolle 2018)


Anche se per mesi non apriamo le finestre
ogni volta uscire è rispondere al richiamo
delle armi. Ogni volta è piegarsi, correre,
riconquistare la posizione e poi specchiarsi
dentro i vetri opachi delle case, fermarsi
mentre la muffa brucia il respiro e il sole
ferisce la stanza, alza il velo della tenda
e ti bacia la fronte come uno sposo posa
le labbra sulla terra che ama. È una fatica
necessaria, selvatica: è la guerra che chiama,
la premura del riposo, l’antico riparo.

(Inedito)

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