Più vicini alla luce

Teatro d’ombra allo Chat Noir

Rimboccatevi le maniche. Posizionate l’avambraccio orizzontalmente, parallelo al suolo. Il gomito agile, non serrato contro il corpo. Il palmo della mano destra deve essere girato verso il basso e mignolo e anulare devono essere piegati, di modo che l’estremità di queste dita sia nascosta all’interno della mano. Le altre tre dita della mano destra sono, invece, allungate. Ora posizionate il dorso della mano sinistra sul dorso della destra e fate toccare i polsi. Gomito sinistro serrato contro il corpo. Piegate il mignolo sinistro all’interno della mano. Piegate l’indice di modo che la sua estremità combaci con il pollice e mantenete medio e anulare allungati, evitando che si tocchino.

Ecco a voi il coniglio, la prima ombra della mia vita.

Mia moglie dice che lavoro troppo. Me lo dice sorridendo mentre mi prepara il caffè. La cucina è illuminata dalla luce bianca di novembre. E piove. Soprabito e cappotto, è in giornate come queste che Le Chat mi sembra un rifugio in cui scaraventarmi. Allora percorro le strade grigie di Parigi finché non arrivo al numero 12 di Rue Victor-Masse: un piccolo edificio stretto fra altri due. L’insegna, bagnata dalla pioggia, recita: “Chat Noir”.

Il mio nome è Rodolphe Salis ed ero un pittore. Non è interessante sapere come io sia arrivato fino a qui. Basti sapere che, ormai molti anni fa, ho rilevato questo buco e l’ho fatto diventare un luogo magico.

Le Chat Noir è una sorta di atelier: qui pittori, scenografi, scrittori, musicisti, insomma qualunque artista voglia fare ricerca, è bene accetto. È anche il rifugio degli Hydropates, un gruppo di artisti fondato dallo scrittore Emile Goudeau: Henri Somm, Adolphe Willette (il poeta pazzo d’amore per la maschera di Pierrot), Alphonse Allais, George Auriol (solo per citarne alcuni) e il famoso pittore Caran d’Ache (magnifico creatore di moltitudini in silhouette, talmente realistiche da sembrare animate da un unico pensiero) sono i miei compagni di notti passate a innaffiare i nostri progetti con vino di bassa qualità.

Illustrazione dell’insegna del Cabaret du Chat Noir, Parigi 1897.

Questo è il mio teatro e io, insieme al pittore Henri Rivière, gestisco la programmazione degli spettacoli del locale; senza modestia posso dire che vantiamo una peculiarità unica in tutta la Francia: lavoriamo con le ombre. Il mio locale è conosciuto per le ombre cinesi. Io e Henri siamo riusciti a portare la tradizione di Seraphin a livello di opera d’arte. All’inizio, quando abbiamo ripreso le tecniche di Seraphin, eravamo rozzi. Ora siamo incredibili: grazie alla lanterna a tre obiettivi possiamo fare tramonti, albe, possiamo fare allucinazioni e apparizioni, possiamo creare interi popoli che migrano da un deserto all’altro.

Dominique Seraphin: chiudo gli occhi e cerco di immaginarmelo. Colui che, per primo, ha capito il potenziale del teatro d’ombre, il luogo dove il doppio parla e prende forma.

Me lo immagino nel 1772, venticinquenne fra gli ori della corte di Versailles, dove ha iniziato a portare il suo teatro. Seraphin che faceva ridere la Regina.

Me lo immagino dodici anni dopo, alla galleria del Duca di Orléans a Parigi, mentre cercava di penetrare i cuori dei nobili annoiati.

Seraphin era sveglio, un pubblicitario nato, ed era malleabile. Ha saputo adattarsi, passando, con la rivoluzione, dal pubblico di Versailles ai sanculotti (questo dopo che i suoi spettacoli avevano ricevuto onorificenze dalla Corte Reale). Impassibile, ha semplicemente dato un’aggiustatina e, con un elegante taglia e cuci, il “Teatro di Seraphin” è diventato il “Teatro dei veri Sanculotti”.

Io sono arrivato a Parigi nel 1870, un anno dopo la chiusura del suo teatro.

Spingo il portone di legno ed entro. So che Henri è già nella sala da almeno un’ora, a meno che non abbia dormito qui, a volte lo fa. Nella nostra caverna con le Apparenze. Lui le chiama Apparenze, le ombre. È Henri il cervello della faccenda, è lui l’origine di tutto, io sono solo un commerciante. Come avevano scritto nel Journal des Débats?… «Monsieur Henri Rivière ha arricchito il concetto di ombra cinese e ha portato questa forma artistica al punto più alto in cui potesse arrivare. Rivière possiede l’arte della sintesi pittorica, il sentimento della vita, l’abbondanza dell’invenzione plastica, l’immaginario di un sognatore, di un poeta. I paesaggi che riesce a creare, le architetture e le moltitudini di persone (ma anche le figure singole) sono una vera opera d’arte, breve come la fiamma di un bengala e fugace come un’ombra».

Tolgo il soprabito nell’ingresso ed entro nel mio piccolo teatro. Il negro che sta ai macchinari tira la corda che sta sistemando e io intanto srotolo i miei pensieri su quello che mi aspetta oggi. Henri, seduto di schiena a uno dei tavolini, si accorge di me. Si volta e si ferma in un sorriso, senza dire niente. Lo riconosco quel sorriso silenzioso a occhi brillanti, è il sorriso di un bambino la notte di Natale, pieno di quell’entusiasmo che mi ha fatto innamorare di lui. Henri ha una nuova idea. Inizia a parlarmi degli ultimi disegni di Adolphe, disegni che gli hanno acceso in testa la storia per un nuovo spettacolo; ha già il nome: Le sphinx. Appena inizia ad abbozzarmi la trama, il mio cervello prende il volo; oggi sono distratto, non so perché.

E poi accade una cosa. Inizia a crearsi nella mia mente una penna d’oca immaginaria. La penna d’oca, intinta d’inchiostro, disegna i contorni del viso del mio compagno di avventure che mi sta parlando, poi segue la linea matura del suo corpo. I contorni delineano una sagoma: una silhouette di Henri. La silhouette si tinge di nero e Henri inizia a muoversi nello spazio come se fosse un’ombra umana. Prende la porta e incontra fuori dall’edifico un bambino scalzo che vende giornali. Anche il bambino è una sagoma nera, e corre via da una signora. Sagome e silhouettes invadono la città di Parigi, coperte di pioggia, come nello spettacolo per ombre umane L’heureuse pȇche. Nei miei sogni più folli Parigi, oscurata come una sala prima dell’inizio di uno spettacolo, è illuminata da fasci di luce che la rendono pronta ad accogliere un lago d’ombre. Siamo sagome nere, stilizzate ed essenziali, pulite, senza il fardello dei dettagli. Magiche, come le Apparenze. Siamo il nostro inconscio, l’alter ego della caverna. È tutto molto semplice ed esplicito. Siamo fatti di zinco, cartone nero, i più vecchi di vetro. Scorriamo sempre da destra verso sinistra, rigorosamente di profilo. Sfiliamo davanti alla fonte di luce prodotta dalla lanterna magica. Più ci avviciniamo alla luce, più diventiamo grandi. Come stare dentro a un segreto.

Sotto i miei occhi iniziano a scorrere alcuni degli spettacoli rappresentati nel mio teatro: L’âge d’or, Un crime en chemin de fer, Partie de whist, Affaire d’honneur, Phriné, La tentation de saint Antoine, La marche à l’Étoile, Ailleurs, Sainte Geneviève de Paris, Héro et Léandre, L’enfant prodigue, Clairs de Lune e L’épopée.

Spesso mi dimentico che l’ombra è figlia della luce. Più la luce è buona, più ombre crea. Cerco la luce nei paraggi. Un rumore brusco mi riporta alla realtà. Il macchinista ha fatto cadere qualcosa. Ritorno mentalmente con Henri e ci mettiamo a organizzare la programmazione degli spettacoli del prossimo mese. La giornata scorre, dal caffè al pastis, fino a quando non iniziano ad arrivare gli altri ragazzi. Tra un’ora inizierà lo spettacolo che sta andando in scena questa settimana: L’épopée, sagome disegnate da Caran d’Ache.

Io sto sempre in mezzo al pubblico o vicino al pianista che accompagna gli spettacoli, a volte come maestro di cerimonie, altre volte come parte viva della scena: spesso improvviso il commento parlato, sono piuttosto bravo. «Un mosaico di neologismi, di citazioni letterarie, di trovate espressive, idee urticanti e immagini buffonesche. Entra temerario in una frase facendoci credere che non ne uscirà mai e, miracolo, se la cava sempre!»: così hanno descritto il mio piccolo divertissement.

Dietro la tela tesa che funge da schermo ci sono dagli otto ai dieci macchinisti (capitanati dal nostro tecnico migliore, Paul Bondenat) e almeno due rumoristi, accucciati vicino alle corde e ai fili del teatro, alle silhouette di zinco da utilizzare durante le scene, alle scenografie ed alle lanterne. Attenzione: il nostro pianista, Charles de Sivry, inizia a prepararsi per attaccare con il suo brano, le luci di sala si abbassano. Volete sedervi a guardare? O siete di quelli che si trovano più a loro agio dietro le quinte? Ho indovinato, vero? Allora, senza indugi, accomodatevi pure, ma sbrigatevi. Sta per iniziare.

Le Chat Noir, locale che ha fatto la storia del teatro d’ombre in Europa, ha chiuso i battenti nel 1897, alla morte del suo proprietario, Rodolphe Salis. Nel 1890 Salis aveva portato tutta la banda dello Chat Noir in tournée, girando con loro teatri e strade della Francia, cosa non usuale all’epoca. Alla sua morte, molti degli artisti dello Chat Noir hanno lavorato in altri teatri d’ombra a Parigi, tra cui i famosi Quats’ Arts e Cabaret de la Lune Rousse. L’avvento del cinema (di cui il teatro d’ombre francese è stato, per un breve periodo, concorrente) e lo scoppio della Prima guerra mondiale hanno messo la parola fine a questa forma artistica. Dare vita a delle figure di zinco non è facile. Ma allo Chat Noir talento, ingegno e spirito d’iniziativa hanno reso possibile questa magia.

di Marialice Tagliavini

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