Refugee Hotels

Gesti ripetuti in un presente sospeso

Refugee Hotels è il primo progetto fotografico di Antonio Mercurio.

L’idea nasce sulla spiaggia del lago di Garda dove incontra Sulayman, l’eroe. Quando lo scafista è scappato con il motore, Sulayman, unico madrelingua inglese in un barcone pieno di senegalesi, è riuscito a comunicare la loro posizione a una nave della marina tedesca. Tutti salvi. Sulayman impara l’italiano frequentando Antonio e diventa il suo fixer, il contatto che permette al fotografo di essere accolto da un gruppo dei migranti provenienti da Gambia, Ghana, Nigeria, Guinea Bissau e Bangladesh.

Le fotografie, scattate fra ottobre 2017 e febbraio 2018 nella campagna intorno a San Martino della Battaglia (BS), documentano la vita dei migranti in una residenza temporanea mentre aspettano i documenti per avere libero accesso ad altri paesi europei come Francia, Germania e Inghilterra.

Mercurio si immerge nella situazione, ne diventa parte finché tutto si ripete in un copione già visto. L’indice non scatta più. Ma poi accade qualcosa di imprevedibile, inevitabile solo per chi ha avuto la perseveranza di attenderlo.

Negli scatti qui presentati ricorrono elementi quali controluce, finestre e riflessi. In particolare, c’è una foto che li comprende tutti: la macchina fotografica inquadra l’angolo di una stanza che potrebbe sembrare del tutto spoglia se non fosse per il vetro di un quadro rischiarato dal riflesso di una finestra parzialmente schermata da una sagoma scura. Lo sguardo palleggia nell’onirica ripetizione di una mise en abyme che ci nasconde il suo epicentro.

Chiedo informazioni su uno scatto che mi ha trasmesso una tensione maggiore degli altri: Quella è la prima foto che ho scattato dentro la casa. Ecco spiegato il fiato sospeso che si perpetua in un corto circuito: uno sguardo basso ci rimanda indietro contro inferriate che ci bloccano asfitticamente.

Fotografia dal progetto Refugee Hotels. © Antonio Mercurio

Fotografia dal progetto Refugee Hotels. © Antonio Mercurio

Il racconto si apre all’esterno dove un ragazzo del Bangladesh fissa dentro la casa portandoci fuori dal quadro, oltre quello che vediamo, e lasciandoci in uno stato di sospensione carico di domande senza risposte. Non mi risponde nemmeno l’autore quando gli chiedo Che cosa stava guardando? Non te lo dico. Saggio. La forza della fotografia sta proprio nel mostrarci quel tanto che basta per farci desiderare di saperne di più. La possibilità di numerose letture rende pulsante l’immagine statica.

Sopraggiunge la sera. Nella penombra sgranata da un vapore denso, un rettangolo di luce viene attraversato da un profilo umano. Così sembra. Potrebbe anche essere un vaso, una giacca appesa, un mobile. La natura indefinita e sperimentale di questa immagine ci porta ad attribuirle significati arbitrari come farebbe un cieco di fronte alle masse di ombra e luce che riesce a percepire.

La visione torna nitida. Dall’ombra emerge un volto pitturato di luce, controcampo ad altre teste buie ritagliate nel bagliore delle finestre. La tecnica del light painting, prestito dalla fotografia di moda, non inquina l’autenticità espressiva del soggetto né la coerenza narrativa del viaggio.

L’immagine latente di un volto affiora riflessa su un vetro in transito sovraesponendosi a un paesaggio che scorre. Due occhi guardano fuori. Due occhi ci guardano. Immobili, mentre tutto intorno si fonde e confonde.

Percorro l’immagine finché mi rendo conto di avere, proprio ora che la sto guardando, la mano sinistra chiusa a pugno davanti alla bocca. E allora smetto di indagare e, semplicemente, sostengo quello sguardo perché alcune fotografie dialogano con noi prima che ce ne accorgiamo e continuano a guardarci aspettando una risposta.

A volte le immagini balbettano. Impazienti, crediamo di averle comprese e togliamo loro la parola prima ancora d’aver finito di ascoltarle.
(Pascal Convert, Images et religions du livre, Art Press, nov. 2004)

Gli scatti di Refugee Hotels saranno esposti presso la Corte dei Miracoli (via Mortara 4, Milano) nei mesi di luglio e settembre 2018.

di Anna Laviosa

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