Il fiore della Liberazione

Gli innumerevoli simbolismi e gli usi del papavero

Il fiore del papavero è stato spesso utilizzato come simbolo della memoria dei caduti in guerra. Il papavero è inoltre legato al Remembrance Day, celebrato l’11 novembre, giorno nel quale nel 1918 finì la prima guerra mondiale. L’emblema del papavero fu scelto poiché questo stesso fiore cresceva nelle zone di guerra delle Fiandre. Ma l’usanza è prefigurata già da una pratica risalente ai tempi di Gengis Khan: pare infatti che l’imperatore mongolo spargesse semi di papavero sui campi di battaglia, dove i suoi nemici erano caduti con onore.

I papaveri di cui si parla sono delle piante erbacee della specie più comune, il Papaver rhoeas. Sono molto diffusi in Italia e possono essere anche infestanti. Sono caratterizzati da un fusto piuttosto lungo coperto di peli; il fiore, che sboccia nel periodo primaverile-estivo, ha dei petali rossi caduchi, mentre in corrispondenza degli stami risulta di colore nero. Il frutto contiene innumerevoli semi scuri che hanno leggerissime proprietà sedative.

Una quantità maggiore di alcaloidi è contenuta nel papavero da oppio, Papaver somniferum, dal quale si estrae l’oppio grezzo e il suo alcaloide principale, la morfina. Questa specie cresce nelle zone asiatiche e anche in Europa in corrispondenza di aree calcaree. In Italia si può trovare come pianta spontanea o anche infestante, anche se non diffusa quanto il Papaver rhoeas. I suoi fiori crescono seguendo diversi piani di simmetria raggiata, sono ermafroditi e sono collocati in posizione terminale nello stelo. La fioritura si può osservare tra i mesi di giugno e agosto; l’impollinazione è mediata da insetti pronubi, quindi è di tipo entomogamo. Il frutto è una capsula al cui interno si trovano i semi, che sono di colore chiaro e a forma di rene, dotati di superficie reticolata. Anche dopo la maturazione la capsula rimane integra e non si piega, perciò la dispersione dei semi avviene solo in seguito alla loro caduta, dovuta al vento o ad altri agenti atmosferici.

E ora veniamo alla parte interessante… La maggior parte degli alcaloidi utilizzati in medicina sono estratti dal papavero, poiché la sintesi industriale è ancora troppo costosa in confronto alla coltivazione di queste piante. Uno degli usi del Papaver somniferum è dunque l’estrazione di alcaloidi, in particolare dell’oppio. In che modo viene estratto? (Da qui si può davvero prestare attenzione e volendo anche prendere appunti).

Molecola di papaverina C20H21NO4

Molecola di papaverina C20H21NO4

Quando la capsula del frutto è ben sviluppata, ma ancora verde e immatura (circa due settimane dopo la caduta dei petali), la si incide con precisione in senso verticale od orizzontale e si fa fuoriuscire il lattice in essa contenuto.

A questo punto è necessario aspettare qualche ora, in modo che le goccioline depositate esternamente alla capsula possano ossidarsi e diventare più scure; dopodiché è possibile effettuare la raccolta, raschiando dalla capsula le gocce brune che nel frattempo si sono seccate. Le palline di oppio rimangono di colore scuro e abbastanza dure; quando è completamente seccato può essere ingerito o fumato. Ogni capsula può contenere dai 20 ai 50 mg di oppio. Il lattice estratto dal pericarpo immaturo viene appunto usato come materia prima per medicinali o stupefacenti.

L’alcaloide presente in maggior quantità è la morfina. La morfina è stata il primo principio attivo estratto da una fonte vegetale; rappresenta circa il 9-17% di percentuale in peso nell’oppio essiccato. La morfina viene prodotta prevalentemente nel periodo iniziale del ciclo vitale del Papaver somniferum. Viene utilizzata in ambito medico come analgesico per trattare e alleviare il dolore acuto e cronico. La somministrazione può avvenire sia per via endovenosa che per via sottocutanea e in entrambi i casi la sua azione è molto rapida, mentre la somministrazione per via orale risulta più semplice da effettuare in autonomia, ma richiede che si attenda più a lungo per sentirne gli effetti.

Purtroppo questa sostanza crea rapidamente sia una reazione di assuefazione che di tolleranza, cioè al contempo c’è bisogno di un continuo aumento di dosi per sentirne l’effetto analgesico e si rischia di instaurare una dipendenza fisica e psicologica dalla morfina se se ne fa un uso giornaliero continuativo nell’arco di alcune settimane. Per questo motivo si rende necessario interrompere la terapia in modo molto graduale e non repentino, proprio per evitare una sindrome di astinenza. Gli esperimenti e gli studi scientifici hanno dimostrato che gli effetti provocati dalla morfina sono dovuti alla sua capacità di superare la barriera emato-encefalica e di legarsi ai recettori oppioidi delle cellule celebrali, soprattutto nel talamo e nel sistema limbico. Non solo: è stato verificato in dettaglio che essa agisce come delle endorfine, agendo da antagonista verso i recettori oppioidi di tipo μ e come agonista solo in parte verso i recettori δ, provocando varie conseguenze. Ad esempio innesca reazioni a catena come il blocco del rilascio dei neurotrasmettitori a livello pre-sinaptico, oppure si lega sulla membrana postsinaptica al recettore μ provocando inattivazioni enzimatiche e di conseguenza una diminuzione di concentrazione dell’AMP ciclico. Inoltre determina un cambiamento di pressione e una conseguente fuoriuscita di ioni potassio, per cui la cellula si iperpolarizza e diventa refrattaria all’eccitazione.

Gli effetti principali sono una potente azione analgesica, variazioni del centro di controllo della rerespirazione e cambiamenti di comportamento e umore. I farmaci più importanti che bloccano i processi a cascata scatenati dalla morfina e dagli oppioidi sono il naloxone e il naltrexone; essi sono molto rapidi nello spostare la morfina dai recettori cerebrali e quindi sono utili in caso di overdose.

Un altro alcaloide estratto da varietà di papaveri di tipo Przemko e Norman è la papaverina, utilizzata poi per sintetizzare ossicodone ed etorfina.

La papaverina viene utilizzata come rilassante muscolare e vasodilatatore, soprattutto per spasmi viscerali e vasospasmi del cuore o del cervello. Svolge un’azione inibente dell’enzima fosfodiesterasi che porta a un aumento di adenosina monofosfato ciclico; conseguentemente a ciò si può osservare anche una modifica nella respirazione mitocondriale. Alcuni degli effetti collaterali che si possono sviluppare sono tachicardia, alterazione nei livelli della transaminasi e della fosfatasi, sonnolenza, vertigini, mal di testa, perdita di appetito o raramente aggravamento dei vasospasmi cerebrali.

Detto questo sarete voi a decidere se pesano di più i benefici o le controindicazioni nell’assunzione di questo tipo di alcaloidi. Io per ora credo mi limiterò a usare i papaveri come simbolo di commemorazione. Ora e sempre Resistenza!

Bibliografia

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di Veronica Fiocchi