Il gioco nel mondo animale

L’apprendimento dei più giovani



Come cita l’I’Ching, l’inesperienza della gioventù è incline a prendere tutto con leggerezza e quasi come un gioco. Ma se invece fosse proprio il gioco stesso a portare crescita e benefici nell’affrontare la vita adulta?
L’attività ludica rappresenta un argomento molto complicato, affrontato dagli etologi tutt’oggi; risulta infatti uno dei più complessi comportamenti osservabili nel mondo animale. Per questo motivo, il suo approfondimento è una difficile sfida per gli studiosi, essendo il gioco un comportamento molto variabile e imprevedibile, arduo da esaminare con un metodo fisso e univoco.
Il concetto e la definizione stessa di gioco possono creare incomprensioni, perché riassumono in sé una vastissima gamma di manifestazioni comportamentali differenti.
Dagli anni Ottanta in poi il gioco è stato spesso definito come sociale o locomotorio, per identificare la struttura delle sue sequenze, in questo caso però non vengono effettivamente approfondite le sue funzioni vere e proprie, ma solo l’azione stessa degli animali quando giocano.
Sembra invece che l’azione del giocare tra animali non sia effettivamente priva di scopo o funzione, anzi si applicherebbe sia alla socializzazione, sia all’esercizio motorio, che allo sviluppo cognitivo e anche come sistema di regolazione energetica. Ovviamente tutto questo va analizzato in base alla specie presa in esame, all’età, al sesso e l’habitat.
Un’ulteriore difficoltà nello studio dell’attività ludica animale, che ha portato gli studiosi ad approfondire tanto l’argomento, sta nel fatto che è molto complesso calcolare costi e benefici nella fitness che porta alle varie specie.
Un grande ricercatore sul gioco e la psicoanalisi è Stuart Brown, il quale spiega approfonditamente che il gioco non solo è utile ma fondamentale. Il gioco è legato allo sviluppo della corteccia prefrontale, la zona di cervello che riguarda la cognizione. Quindi si può dire che l’attività ludica aiuti a plasmare il cervello, aumenti le capacità conoscitive e di associazione e stimoli la coscienza. Appoggiandosi sia alla National Geographic Society che a Jane Goodall, S. Brown ha potuto studiare gli animali in natura mentre giocavano, portando avanti la ricerca che ha concepito poi il gioco come un comportamento evolutivo che incide nella sopravvivenza e nel benessere di molti animali. Dopo questi studi Brown fonda il National Institute of Play, con l’idea di poter continuare la sua ricerca sulla sfera ludica e il suo impatto soprattutto sulla psicologia umana.
Analizzando invece più l’ambito animale dell’attività ludica, questa risulta essere maggiormente riscontrabile nei mammiferi, soprattutto in tutti i cuccioli di quelle specie che hanno un apparato nervoso più sviluppato. Il gioco sociale è quello di maggior interesse per la ricerca, perché riguarda le abilità cognitive animali e anche perché sembra essere appunto molto importante per lo sviluppo di specifici schemi comportamentali, di progressione e crescita dei legami sociali nelle varie situazioni. Il gioco, a una prima analisi, è sembrato un comportamento senza scopo poiché vengono combinati tantissimi elementi dell’etogramma (serie di comportamenti) della specie, in modo però non finalizzato a qualcosa. Ad esempio, nel gioco si possono individuare contemporaneamente comportamenti aggressivi o di attacco e cattura o ancora sessuali, senza però che ci sia poi un vero risvolto.


Si possono distinguere varie casistiche di gioco: individuale o sociale e di gruppo, locomotorio o strumentale se include esplorazioni ed oggetti. In tutti questi casi si denota sempre un’esasperazione quasi del gesto fatto durante la sessione ludica, quindi con un notevole dispendio energetico; sarebbe strano che, se fosse veramente un’attività completamente priva di utilità, venga così tanto perpetuata nelle varie specie.
Le principali funzioni del gioco sono: l’apprendimento, soprattutto per i giovani risulta un modo per applicare modelli di comportamento fondamentali da usare nella vita adulta, interazione con l’habitat, per far sì che vengano allenati e sviluppati gli organi di senso e l’elaborazione dei processi nervosi e la socializzazione.
Gli studiosi si sono maggiormente interrogati su come viene dato il via alla sessione di gioco, sembra si tratti di una cooperazione a turni che viene iniziata da determinate azioni e gesti. Gli individui devono necessariamente riuscire a comunicare il contesto di ciò che sta avvenendo altrimenti un atto giocoso può venire scambiato per un’aggressione o simili; non si è mai registrato un episodio in cui un animale ha invitato al gioco per poi reagire aggressivamente. Essendo poi l’attività ludica così ricca di benefici evolutivi sia per individui giovani che per quelli adulti, risulta appunto improbabile che venga usata per inganno.
Nelle sessioni di gioco spesso gli animali attuano dei comportamenti di auto-impedimento oppure di ribaltamento dei ruoli, in cui gli individui che sarebbero dominanti negli altri contesti, qui assumono il ruolo di sottomessi. Esiste, soprattutto negli umani, ma potrebbe riguardare anche gli animali, il pretend play, in cui l’individuo crea una situazione immaginaria; questo potrebbe essere il caso, ad esempio, del gatto che gioca e si morde la sua stessa coda. L’osservazione comportamentale delle attività ludiche animali suggerisce quindi che essi vogliano giocare socialmente e che ciò è reso possibile dalle loro intenzioni dirette, dalle comunicazioni e dai gesti usati. Come già detto, sembra di fatto che il gioco sia un’attività cooperativa per la quale gli animali si sono evoluti specificatamente, il risultato di vari gesti e contrattazioni permette quindi lo svolgimento del gioco, escludendo comportamenti predatori e aggressivi. Queste interazioni e modalità di comunicazione per introdurre al gioco sono il risultato di contrattazioni ricorrenti che implicano una continua messa a punto durante tutta la sessione. Ad esempio nei cani e in molti altri mammiferi si è visto che l’inchino stereotipato è uno dei gesti che danno il via al gioco sociale. A conclusione, i dati e le osservazioni portano dunque a pensare che i segnali di sollecitazione all’attività ludica tra animali sembrano incentivare un comportamento sociale di cooperazione, come se esistessero delle regole di gioco e gli animali vi rispondessero in modo conforme.
L’interesse maggiore dello studio del gioco nel mondo animale è focalizzato sulla ricerca comparativa delle abilità cognitive, infatti gli animali sembrano essere spesso in grado di valutare la probabilità di ciò che violerebbe il gioco o di ciò che spazientirebbe il partner di gioco. Quindi non solo sembra che possano avere la capacità di rapportarsi con gli stati mentali degli altri animali, ma che anche possano adattarvisi, comprendendo di conseguenza le strutture di vincoli e permessi. Continuare quindi la ricerca e lo studio sulle modalità di gioco potrebbe portarci non solo a comprendere qualcosa in più sulle abilità cognitive delle specie animali più vicine evolutivamente a noi, ma anche approfondire alcuni dei nostri stessi processi cognitivi.


BIBLIOGRAFIA
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di Veronica Fiocchi

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