Non partigiano ma maestro: i diciannove mesi di Resistenza di Giorgio Caproni in Val Trebbia

È terra di macigni.
Terra di gente sassosa.
Terra dove la rosa
Si dice che non alligni.

E dove solo la poiana
si alza. Ma così lontana! [1]

All’interno della biografia di Giorgio Caproni i diciannove mesi trascorsi in Val Trebbia durante la guerra civile tra il settembre 1943 e l’aprile 1944 appaiono come il momento culminante del suo processo di formazione poetica.

Nato nel 1912 da una famiglia di modeste origini, Caproni aveva trascorso l’infanzia a Livorno durante gli anni di lacrime e miseria nera seguite all’arruolamento del padre nel primo conflitto mondiale. In quel periodo impara a leggere e scopre il carattere malinconico che lo accompagnerà ovunque. Nel 1922, dopo il fallimento della ditta del padre, l’intera famiglia si trasferisce prima a La Spezia e infine a Genova. Nel capoluogo ligure Caproni esce dall’infanzia e studia, prende per la prima volta in mano un violino. Dopo aver completato le scuole elementari e complementari, si diploma nel 1925 in composizione all’Istituto musicale Giuseppe Verdi, in Salita Santa Caterina. Dieci anni dopo, abbandonata definitivamente la musica, inizia il suo apprendistato da insegnante e incrocia per la prima volta la sua traiettoria con gli scenari dell’alta Val Trebbia. Il paesaggio e gli abitanti di questi paesini, incassati sotto le gole dei monti che dal basso Piemonte degradano fino alla riviera, contribuiranno negli anni a formarne l’immaginario poetico:

Qui nel ’35, io iniziai la mia misera (ma allora quasi epica) “carriera” di insegnante. Qui conobbi per la prima volta la morte sul viso della mia prima fidanzata […] e qui io mi incontrai con Rina e con una nuova speranza: con Rina, che sposai proprio nella chiesina di qui, che ora sta cadendo a pezzi. […]. E fu qui ch’io scrissi “prima” i miei primi versi di “Ballo a Fontanigorda”. [2]

Questa valle percorsa dal fiume Trebbia sarà dunque il palcoscenico dove si muoveranno le principali scene della vita del giovane Caproni, fino al culmine dei diciannove mesi della Resistenza. Ma i terrori e gli scempi di quei mesi di guerra civile non saranno i soli dolori a cogliere il poeta tra le rocche di Loco e Fontanigorda. Alla fine del 1935 Olga Franzoni, la prima fidanzata, lo aveva raggiunto da Genova con la madre per recargli conforto e compagnia in quella sua prima avventura da insegnante. La giovane però era di salute cagionevole e il clima rigido della valle contribuì ad aggravare la setticemia di cui già era malata, fino ad ucciderla un mattino di marzo del 1936, con lo stesso Caproni sconvolto al suo capezzale. Il ricordo di questa tragedia viene rievocato in chiosa alla prima raccolta poetica, Ballo a Fontanigorda:

Questo che in madreperla
di lacrime nei tuoi morenti
occhi si chiuse chiaro
paese,
[…]
            stasera ancora
rimuore sfocando il lume
nel fiume, qui dove bassa
canta una donna china
sopra l’acqua che passa.[3]

L’immagine dell’acqua che scorre ritorna a testimoniare lo stemperarsi di un dolore nel tempo, attenuato dalla selvaggia bellezza della natura della Val Trebbia e consacrato infine dal passaggio di testimone con una seconda donna, china sopra l’acqua che passa. La seconda donna è Rina Roccatagliata, moglie di Caproni, madre dei suoi figli e fedele compagna di tutta una vita. Nativa di quei luoghi che tanto dolore gli avevano portato, grazie a lei il poeta dopo anni di tormenti e sensi di colpa può finalmente riconoscersi membro attivo di quella comunità, accettato e integrato. Ma l’idillio era destinato a rompersi nuovamente, mentre si addensavano sull’Italia fascista le prime nubi della guerra. Nel 1940 Caproni partecipa alle operazioni di terra sul fronte occidentale, un’esperienza successivamente raccontata come un capolavoro d’insensatezza.[4] Nel 1941 viene nominato sottotenente, mentre i due successivi anni trascorrono tra continui congedi e richiami, fino al fatidico 8 settembre 1943, che lo coglie proprio durante un soggiorno in Val Trebbia.

Iniziano così, quasi inaspettati, i fatidici diciannove mesi di guerra civile. Iniziano con le baraonde e i festeggiamenti della gente di Rovegno, convinta che la notizia dell’armistizio segnasse la fine della guerra, e con la cupa malinconia che invece montava in Caproni durante i balli e le bevute nei cascinali. D’altronde già dal 9 settembre iniziarono ad affollarsi lungo la rotabile che attraversava il paese colonne di sfollati da Genova, uomini giovani e anziani, che si vantavano di aver ammazzato chi uno, chi due, chi tre tedeschi nella fuga dalla caserma, oltre i muri della città, su per i bricchi e infine per la valle. Iniziava dunque a delinearsi lo scenario della lotta partigiana, quinta fondamentale di quello che per Caproni sarebbe stato l’evento per eccellenza, l’evento assoluto, l’evento fondativo della sua poesia.[5] Un evento che il poeta visse da testimone ma non da protagonista, in quanto, come da lui stesso più volte sottolineato, la sua adesione al movimento partigiano fu ideologica e disarmata:

Hanno detto che ho combattuto con i partigiani… Non è vero niente! Non ho sparato nemmeno un colpo! [6]

Questi toni antieroici intorno alla sua partecipazione alla lotta di liberazione furono mantenuti da Caproni per tutta la vita. Il suo ruolo fu comunque determinante all’interno della comunità, in quanto commissario del Comune di Rovegno e insieme unico insegnante incaricato di riaprire la scuola di Loco. I partigiani della divisione Cichero infatti avevano stabilito di riaprire l’unico istituto scolastico nella vallata, nel contesto della defascistizzazione dei programmi didattici messa in atto dalla sedicente “Repubblica di Torriglia” nel corso dei suoi tentativi di graduale ritorno alla vita democratica. Saranno proprio quei partigiani i protagonisti dell’evento fatale che segnò in profondità la memoria di Caproni, fino a diventare l’emblema dell’orrore di quella tremenda stagione. [7]

Lo stesso poeta lo racconta, trasfigurandolo, in un racconto intitolato Sangue in Val Trebbia apparso per la prima volta il 23 aprile 1949 sulle pagine del “Mondo operaio”. [8] Come in molti dei testi riferiti a quella cornice temporale, Caproni adotta un registro a metà tra la biografia e l’opera di finzione, rielaborando liberamente un episodio realmente avvenuto. Come attentamente ricostruito da Antonio Testa, il racconto tratta dal tragico epilogo di un’imboscata tesa dai partigiani a un reparto della divisione alpina “Monte Rosa” in transito lungo la statale:

In quel giorno [23 ottobre 1944], il battaglione alpino “Aosta” della div. Monterosa, si trasferiva da Bobbio, attraverso la statale 45, sul fronte della Garfagnana. […] I partigiani, appostati per tempo in località Ronchi, si erano […] accorti di essere costantemente tenuti d’occhio da un reparto di alpini al comando di un ufficiale, il quale mal si nascondeva nel sottobosco sulla sponda opposta della Trebbia.
All’arrivo in paese, dal grosso della colonna si staccò un nutrito reparto di alpini, i quali, passando alle spalle dell’abitato, si inerpicarono sulla costa a quota superiore a quella dei “Ronchi”.
Allorquando i partigiani […] attaccarono le avanguardie […] furono contrattaccati da tre parti. […]
Il combattimento fu estremamente violento per il volume di fuoco e per le armi pesanti impiegate dagli alpini. I partigiani riuscirono a malapena a sfuggire all’accerchiamento ma, nonostante ciò, subirono quattro morti e sei feriti. A dieci feriti ammontarono le perdite della parte avversa. [9]

Per il racconto Caproni parte dalla sua personale prospettiva di maestro elementare a Loco, sodale con i partigiani ma nelle vesti di semplice civile, non schierato. Sorpreso dall’irruzione dei repubblichini che avevano invaso la sua abitazione, adibita precariamente a scuola, li osserva sbigottito montare i mortai che avrebbero cannoneggiato i suoi amici.

In quel momento, senza salutare e senza esser salutato dai suoi, entrò l’ufficiale. Aveva da pensare a tutt’altro che ai quaderni, e disse non capii se rivolto a me o agli alpini: “Sgombrare i banchi, subito”. E anche questo aggiunse spalancando il terrazzino che dava verso I Barbieri: “Bisogna mettere il mortaio qui”.

Arrivarono altri alpini col pezzo, e allora convincendomi del tutto che la divisione sapeva e irreparabilmente si sarebbe piazzata a Loco […] scesi lentamente in cucina e dissi alle donne: “È inutile restare qui”.

C’incamminammo insieme verso la Centrale […] e fu mentre ponevamo i piedi sulla passerella che, sul costone, vedemmo una lunga pattuglia frugare i ginepri.

Ne vedemmo un’altra sul costone opposto, proprio sopra I Barbieri, dov’era la Tana della Volpe e allora Luisa diventando bianca disse:

“Addio. Ci sono quattro dei nostri”.

I quattro erano: Mario Boeddu, Raffaele Pierucci, Giuliano Sappini e Serafino Fugazzi, tutti tra i diciassette e i vent’anni. Caproni li dipinge con pochi, rapidissimi tratti, proteggendoli dall’onta della storia con i loro nomi di battaglia:

C’erano, alla Tana da’ Urpe, pronti per l’imboscata, i quattro uomini nostri Pippo, Sardegna, Pantera, Raffo. […]

Ebbero la sensazione che un’acqua tepida e un poco unta fosse scaturita sotto i loro stracci, ed erano ancora pieni di meraviglia quando, udito l’urlo di Sardegna (“Fuoco!”), un improvviso acuto dolore lo sentirono in tutte le ossa insieme a una strana voglia di chiuder gli occhi e dormire.

“Mamma”, sfuggì dalle labbra di Pippo. Ma anche lui riuscì a premere il grilletto – partì anche dalla sua arma la raffica, cui nel vallone seguì un silenzio dove non s’udiva più nemmeno il sospiro del fiume.[10]

Il silenzio del fiume sembra evocare la dissoluzione di quei luoghi divenuti teatro di una violenza assoluta, estremo confine di una guerra assurda e nemica d’ogni logica che aveva raggiunto Caproni fino al fondo delle gole dell’alta Val Trebbia. Ma non fu la semplice guerriglia, il sacrificio di ragazzi che con volontà e dedizione si erano prodigati alla ripresa delle attività democratiche nella vallata, a inorridire il poeta. Il supremo sgarbo fu un altro, che Caproni decide di raccontare attraverso lo sguardo di un padre – lui stesso – costretto al più abominevole dei tormenti: condividere l’orrore con i propri figli.

Quello che trovammo la sera a Loco (la sera del 25 ottobre 1944), come potranno mai, mio Dio, dimenticare e perdonare i miei bambini?

[…]

Avevo veduto Sardegna, Raffo, Pippo, Pantera, i quattro compagni nostri stesi sul cemento dell’obitorio, e in questo modo io li avevo visti insieme ai miei bambini: li avevo visti col loro indicibile viso divenuto come di sporca cera, su cui perfino gli occhi, ancora aperti e già velati di polvere, m’apparivano, ormai, stranamente, cose finte e non più pertinenti all’uomo.

Mi colpirono soprattutto i visi di Sardegna e di Raffo illividiti da strane impronte, e mentre con la mano respingevo indietro i miei bambini che ancora volevano vedere, fu una donna a dire ad alta voce in modo da farsi udire anche dai piccoli: “Il tenente. Ci ha camminato sopra il tenente”.[11]

Il substrato biografico del racconto viene ricostruito, ancora una volta, da Antonio Testa:

La giornata si concluse con uno squallido episodio: certo tenente A…., comandante del pattuglione appostato al di là del fiume, diede prova di una di quelle prodezze cui indulgevano spesso i fascisti più tristemente noti.

A combattimento ormai terminato si recò sul luogo dello scontro e pestò con gli scarponi chiodati la testa dei partigiani caduti, vantandosene poi con i suoi soldati e con la gente del paese che ascoltava esterrefatta.[12]

L’ufficiale protagonista del raccapricciante episodio viene identificato solo con l’iniziale del cognome. Potrebbe trattarsi del tenente Adriano Adami, spietato nemico della Resistenza cuneese e ricordato dall’ex partigiano e avversario Giorgio Bocca come ufficiale tanto feroce quanto abile e coraggioso.[13] Caproni ne sigilla il ritratto con una battuta macabra e gigiona, restituendo con immediatezza i contorni del personaggio:

E tutto questo, alla Tana, mentre ora il tenente fascista sullo stradale di Loco camminava su e giù con la rivoltella in pugno, dicendo con denti bianchissimi alle donne: “Carne di partigiano. Stasera si mangia carne di partigiano”.[14]

La tragedia dei quattro ragazzi massacrati dai colpi del mortaio fascista e l’ignobile immagine dei loro volti maciullati dagli speroni del tenente contribuirono a montare nuovamente il senso di colpa in Caproni. Per la seconda volta quella valle lo forzava a mettere in discussione il proprio operato, in modo particolare la scelta di non essere entrato attivamente nelle file della Resistenza. A differenza di altri però Caproni si schierò apertamente con la causa partigiana, svolgendo ruoli di supporto logistico o anche di semplice conforto umano ai ragazzi impegnati nella guerriglia:

Ma non è questo che conta. Ciò che conta è l’amicizia (dico proprio amicizia) da me stretta coi garibaldini, da noi aiutati al limite massimo delle nostre possibilità. Nei rari momenti di tregua, molti di questi garibaldini venivano a ristorarsi al caldo della nostra cucina, non certo ricca di cibarie ma generosa d’ospitalità.[15]

Lentamente con gli anni il senso di colpa sfuma nella consapevolezza dell’importanza dell’attività di formazione svolta in quei diciannove mesi capitali, nelle lezioni impartite ai figli degli sfollati e dei paesani in una casa adibita in fretta e furia a scuola con quattro banchi sgangherati. Nei paesi che andavano riempendosi di sfollati da Genova, i Cocci (come gli abitanti chiamavano le case del centro) si popolavano di bambini strappati a forza dalle loro terre, dai genitori e dall’istruzione. In questo contesto i partigiani immolavano la loro giovinezza in nome di una libertà che il maestro Caproni instillava, a piccoli sorsi, nelle tenere menti di bambini figli di una generazione disabituata alla democrazia.

Appartengo a una generazione – ho avuto più volte modo di dirlo – cui è mancata negli anni migliori, se non la nozione, certo l’esperienza della democrazia e della libertà, per essersi formata nell’eclissi di una lunga dittatura, con tutte le conseguenze negative, anche se mai ha osannato, o soltanto, spiritualmente, aderito alla nefasta retorica imperiale.[16]

Rovegno con in primo piano il Trebbia che segna tutta la valle

L’effetto benefico dell’opera di formazione svolta da Caproni viene intesa dal poeta stesso come specchio della guerra portata avanti dai partigiani. Questa idea risuona anche nella narrativa di Caproni, in particolare nel racconto Tana da ‘Urpe, dove viene descritto il rapporto tra il maestro e i ragazzi partigiani sullo sfondo della loro giovinezza costretta entro i limiti della guerra. Il contesto di una cena a casa del maestro diventa l’occasione per il poeta di confessare la sua colpa:

Il maestro lo guardò profondamente e rispose questo: “Certamente a voi io sembro un vigliacco. Ma io potrei anche essere nelle file – non avrei davvero una paura maggiore di quella che ho qui. Io se non sono nelle file ve l’ho già detto molte volte il perché: perché io non ho saputo uccidere in me un’ultima pietà.” E anche questo disse: “Io sono con voi in tutto ma so bene che fra me e uno qualunque di voi c’è una barriera d’acciaio. Approvo quello che fate senza riuscire a staccarmi da qualcosa che m’impedirebbe all’ultimo momento di farlo”. [17]

Saranno gli stessi ragazzi ad assolvere Caproni:

Era tuttavia un uomo di cui potevamo fidarci come d’un compagno, e fu Alice a rispondergli per tutti noi: “Giusto. Non verremo più appena ci accorgeremo che per noi è un danno. Ora perché dovremmo non venirci più se ciascuno di noi v’è spinto come ad un sollievo? È l’unico luogo dove possiamo dimenticare un istante la nostra condizione – dimenticarla senza pericolo e senza danno. Una cosa che non possiamo fare nemmeno nei paesi dove non si sa fino a che punto è sincero il vino e le ragazze che ci vengono offerte”. Era davvero ciò che pensavamo noi tutti della Tana da ‘Urpe e fummo grati ad Alice per aver detto bene il nostro pensiero, anche Ivan che rispose approvando Alice sul violino con un’aria piena di brio.[18]

Il sentimento che coglieva i ragazzi nel frequentare la casa rossa fu lo stesso che il maestro riusciva a destare fra i banchi di scuola. Un senso di gaia serenità, oblio necessario per sostenere il peso di quei diciannove mesi di guerra civile che investirono i paesini della Val Trebbia. La voce di Fulvia Poggi, all’epoca dei fatti una bambina sfollata da Genova, ricorda con dolcezza alcuni particolari di quei giorni nella classe condotta da Caproni. E nelle note finali del suo racconto sembra riecheggiare il melodioso metro che sarà sempre la cifra stilistica del futuro poeta:

I Cocci continuavano a popolarsi, come un alveare crescevano le famiglie di sfollati. Bambini come me e madri, i padri erano a Genova per lavorare e sostenere lo sforzo bellico. I contadini invece restavano al loro posto, mentre l’aria nel paese diventava via via più fitta, soda e plumbea come la nebbia. Iniziarono a circolare parole come “partigiani”, “tedeschi”, “camicie nere”. In un soffitto della cucina erano nascosti alcuni ragazzi, compreso mio zio, e quando arrivò il plotone tedesco tutti trattenemmo il respiro perché sapevamo che al primo sospetto avrebbero dato alle fiamme l’intero paese. Avevano una cadenza secca e parole petrose per esprimere ordini.

Malgrado i disagi la gioventù aveva ancora voglia di divertirsi, così nelle serate calme si organizzavano nelle aie, tra le cascine, balli campestri. Due lampadine donavano alle danze una luce fioca, subito spenta quando s’udiva il ronzio basso del “Pippetto”, l’aereo da ricognizione che qualche volta sorvolava le nostre teste.

Tra le tensioni e i dispiaceri di quegli anni, la scuola dove frequentai la quinta rappresentava un momento diverso. Il maestro era un uomo dall’aspetto severo ma buono e paziente, pacato nel comportamento. La scuola era nella sua casa, dato che aveva sposato Rina Rettagliata, della famiglia soprannominata Sartù. In un angolo della stanza su un piccolo tavolo c’era sempre un violino nella sua custodia e noi bambini, curiosi di sentirne la voce, chiedevamo al maestro di suonare. Lui ci accontentava e un’armonia soave invadeva l’aula…”. [19]


[1] Giorgio Caproni, Res amissa, in L’opera in versi, Mondadori, Milano 1998, p. 824.

[2] Lettera a Carlo Betocchi del 18 agosto 1954, Fondo Betocchi, Archivio Contemporaneo, Gabinetto Viesseux, Firenze.

[3] Giorgio Caproni, Ballo a Fontanigorda, cit., pp. 11-12.

[4] C. D’Amicis, Caproni, “L’Unità”, 21 agosto 1995.

[5] Luigi Surdich, Oltre il lutto: Acciaio, in Per Giorgio Caproni, a cura di G. Devoto e S. Verdino, Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 1997, p. 283.

[6] Michele Dzieduszycki, Giorgio Caproni si confessa, in Ascoltate il vate della foresta, in “Europeo”, XL, 7, 18 febbraio 1894, p. 99.

[7] Luigi Surdich, I racconti partigiani di Giorgio Caproni, in “Rassegna europea di letteratura italiana”, 24, 2004, pp. 54-55.

[8] Giorgio Caproni, Sangue in Val Trebbia, “Mondo operaio”, II, 21, p.9.

[9] Antonio Testa, Partigiani in Valtrebbia. La brigata Jori, collaborazione di M. Girella, Genova, s.i.e., 1980, pp. 152-153.

[10] Giorgio Caproni, Racconti scritti per forza, cit., p. 118.

[11] Ibidem, pp. 119-120.

[12] Antonio Testa, Partigiani in Valtrebbia, cit., pp. 152-153.

[13] Storia dell’Italia partigiana. Settembre 1943-maggio 1945, Bari, Laterza 1966, pp. 425-426.

[14] Giorgio Caproni, Racconti scritti per forza, cit., p. 119.

[15] Giorgio Caproni, Racconti scritti per forza, cit., p. 404.

[16] Ivi, pp.. 404-405.

[17] Ibidem.

[18] Ivi, p. 113.

[19] Libera rielaborazione della testimonianza di Fulvia Poggi in Ricordi di un’alunna di Giorgio, in Giovanni Parodi, Frammenti su Caproni: viaggio nel tempo in Val Trebbia, Consorzio Val Trebbia, Rovegno 2017. Consultabile gratuitamente su: https://issuu.com/consorziovaltrebbia/docs/frammenti-su-caproni.

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