Sul sadomaso: Bataille e Deleuze

Quando abbiamo iniziato a interrogarci sulla natura del masochismo si sono aperte davanti a noi due possibilità, due modi radicalmente opposti in cui esso può manifestarsi. Il primo è, per dirla con Deleuze, il dominio del freddo: su questo tipo di masochismo aleggia un fantasma di controllo, una volontà di imprigionare l’altro basata sull’impotenza. I personaggi di Masoch, di una docilità solo apparente, muovono i fili della donna-burattino che hanno trasformato in carnefice.

La seconda via, invece, è quella dell’abbandono mistico, della rinuncia gioiosa a sé stessi e al proprio potere sul mondo. Questo tipo di masochismo è lo scatenamento delle possibilità del patire, l’apertura completa all’ignoto, l’esperienza interiore per come la pensa Bataille, ai limiti del possibile e all’altezza dell’impossibile, sia esso la gioia estrema o il dolore senza fondo.

Il personaggio tipico dei romanzi di Masoch sceglie donne che si sentono inadatte al ruolo assegnato, e il suo piacere sta nel fatto di manipolarle, piegarle al proprio disegno: «Il masochista deve formare la donna despota. […] è essenzialmente un educatore».[1] Il mezzo da lui prediletto per attuare questo progetto pedagogico è il contratto, in cui tutto viene formalizzato, stabilito, accuratamente descritto. La dimensione verbale è talmente predominante da sostituirsi spesso alla realizzazione degli atti, che il masochista desidera solo cristallizzare, narrare, restituire all’ideale. Per mezzo del contratto il masochista sembra consegnarsi interamente alla donna, ma a ben vedere è lui a fissare le regole della propria sottomissione. «Il masochista solo in apparenza è tenuto dai ferri e dai lacci; in realtà, non è tenuto che dalla sua parola».[2]

Il masochista freddo vive in una dimensione puramente ideale. Tutti i suoi sforzi sono indirizzati al disconoscimento della sfera sensuale: il piacere e il dolore non sono per lui che fatti accessori. Persino il corpo della donna prescelta è reso inessenziale, ridotto a cosa, coperto fino all’ultimo centimetro da guanti, pellicce, stivaletti. Di estrema importanza, per questo tipo di masochismo, è scongiurare la nudità, centrale invece nell’esperienza di Bataille, che voleva scrivere come una ragazza si sveste. La nudità è per lui l’accesso all’incandescenza dell’Essere, lo stato in cui il corpo può davvero aprirsi all’esperienza dell’estremo disfacendosi dell’isolamento e dell’angoscia di durare in quanto esistenza individuale, finita, parziale e soprattutto separata. Denudarsi è come ridere, è benedire dove Dio maledice perché condannato a condannare separando. Ridere è riconsegnarsi alla leggerezza della vita, ebbri di non essere il tutto, ebbri dell’angoscia vitale di non essere il tutto.

Le donne di Masoch vengono investite di un potere che non desiderano, imposto a causa dell’invidia che il masochista prova per la passività femminile – ovvero, di quella libertà che la donna può avere con sé stessa di darsi e riprendersi, di considerare poca cosa il proprio Io. Non per odio di sé – qualcosa che la donna deve imparare a lasciare andare – ma per amore della vita tutta, una vita che transita attraverso l’altro e l’altro amato senza tuttavia appartenergli. La donna conquista questa libertà quando non si vergogna più del proprio amore e si rassegna ad amare: è quando crolla per amore che la donna scopre la propria estaticità. E ne ride, anche nell’angoscia. L’invidia masochista colpisce proprio ciò che Bataille considerava la voluttà massima, questa rinuncia all’Io. Così Bataille ne l’Erotismo: «Ma l’essere aperto alla morte, al supplizio, alla gioia, aperto senza riserve, l’essere aperto e morente, dolorante e felice, già appare nella sua luce velata; e questa luce è divina. E il grido che, la bocca contorta, quest’essere – invano? – vuol far udire, è un immane alleluia perduto nel silenzio senza fine».[3] Questo alleluia benedetto dalle viscere della notte e maledetto dal nitore del giorno è la via verso la vita più viva, verso la vita oceanica: è lì, nella rinuncia alla salvezza e ad ogni ideale di controllo, che posso incontrare l’altro laddove voglio amarlo, nella sua ferita, nella sua nudità informe e selvaggia. Bataille trasforma la lacerazione in festa mentre il masochista di Venere in Pelliccia inscena la sua deposizione solo per godere del trionfo dell’io, un trionfo certo più discreto, ma non per questo meno grande. Così Deleuze: «L’Io masochista è schiacciato solo in apparenza. Quale derisione, quale umorismo, quale invincibile rivolta, quale trionfo sono celati in un Io che si dichiara così debole?».[4] Si tratta di un Io tanto potente da poter inscenare il proprio annullamento secondo termini contrattuali: l’annullamento si fa progetto e compito. L’Io è così messo al riparo dalla contingenza, da qualsiasi possibilità di annientamento reale, anche quello momentaneo – ma sregolato ­– dell’oblio nell’orgasmo. L’esperienza di Bataille è invece tutta accadimento. È sacrificio di sé in nome di ciò che il filosofo stesso chiama il regno miracoloso del non sapere: un regno estatico e maledetto dove si gode della violenza reciproca, cioè del ritorno a quell’intimità calda, animale, impersonale che costituisce la semplicità estatica dell’essere. La lingua dell’intimità è certo violenta e feroce ma, a differenza dell’uso che il masochista fa del linguaggio, essa non è fatta di parole desertiche e desertificanti: la ferita che ti infliggo è la ferita che vorrei che tu mi infliggessi, questo sembra urlare o sussurrare Bataille. Divenire una supplica senza risposta, ecco cosa significa per Bataille il sacrificio di sé.

Venere in Pelliccia si apre con una visione. Una dèa appare in sogno al protagonista per rimproverarlo: «L’amore, come gioia perfetta e serenità divina non è cosa per voi, uomini moderni, figli della riflessione. È per voi una sciagura. Quando voi volete esser naturali, diventate volgari. […] Voi non avete bisogno di dèi! E noi moriamo di freddo nel vostro mondo!».[5]

La razionalità spietata del progetto masochista è così sabotata dalla stessa soluzione narrativa di Masoch. Una figura luminosa emerge dall’inconscio per denunciare l’atmosfera gelida – insopportabile per un corpo vivo – che si respira all’interno del mondo masochista. La donna ha necessità di coprirsi, di preservare il suo calore, di celare la sua nudità rovente. Masoch, a differenza dei suoi personaggi, è capace di far «balbettare la lingua», sospingere il linguaggio «fino al suo punto di sospensione, canto, grido o silenzio».[6] Non si tratta più di un linguaggio irrigidito, ma di un linguaggio poetico, d’ispirazione divina, che munisce di ali utili a sospendere la realtà nel sogno, nell’oblio notturno.

Bataille e Deleuze si uniscono nel desiderio di parlare «dal fondo di ciò che non si sa», disfare il proprio io «non per sottomissione» a un potere, ma «per amore»[7] di una gioia immonda.

di Virginia Cabassi e Giulietta Zaccaro

Note:

[1] G. Deleuze, Il freddo e il crudele, SE, p. 24

[2] Ivi, p. 84

[3] G. Bataille, L’Erotismo, SE, p. 250

[4] Il freddo e il crudele, p. 137

[5] L. von Sacher-Masoch, Venere in Pelliccia, ES, p. 14-15

[6] G. Deleuze, Ri-presentazione di Masoch, in Critica e Clinica, Raffaello Cortina Editore, p. 78

[7] G. Deleuze, Lettera a un critico severo, in Pourparler, Quodlibet, p. 15