Walter Benjamin: la “Metafisica della gioventù” e la perdita dell’esperienza




È il 1913 e Walter Benjamin ha solo ventun anni quando scrive tre paginette intitolate sbrigativamente Erfahrung, esperienza. Ancora non sa di avere depositato l’asta di tutto il suo pensiero. Le spedisce per posta a un amico il giorno successivo e qualche mese più tardi appaiono nel numero della rivista Der Anfang sotto lo pseudonimo Ardor. Oggi sono contenute nel volume Metafisica della gioventù.

Servendosi della prima persona plurale, un “noi” piuttosto inusuale per la tradizione filosofica dell’epoca, Benjamin dichiarerà di avere mobilitato “tutte le forze di ribellione della giovinezza” contro ciò che antropologicamente la ostacola, la contraddice e la sfibra: l’orizzonte compatto dell’età adulta, la cosiddetta “età della ragione”, dell’apatia, del raziocinio e del buon senso.

«La nostra lotta per divenire responsabili la combattiamo contro un essere mascherato. La maschera dell’adulto si chiama “esperienza”. È inespressiva, impenetrabile, sempre la stessa. Questo adulto ha già vissuto tutto: gioventù, ideali, speranza, la donna. Tutte illusioni. Ne siamo spesso intimiditi e amareggiati. Forse ha ragione. Che dobbiamo rispondergli? Non abbiamo esperienza».

La mancanza di esperienza è l’esatta cifra della gioventù: alle spalle non ha tempo sufficiente, non può riferirsi a un passato dal quale trarre insegnamenti, che regoli il metronomo dell’esistenza. Non può sapere cosa è giusto e cos’è sbagliato, cosa è bene e cosa invece è male. È interdetta della facoltà di esprimersi. Non conosce ancora nulla, dunque non può dichiarare alcunché. L’adulto invece sa ciò che dice, ciò di cui ha fatto esperienza.

Scrive Benjamin: «Ridacchiando con sufficienza ci dice che succederà lo stesso anche a noi; svaluta in anticipo gli anni che viviamo, trasformandoli in anni di dolci cretinate […] in ebbrezza infantile che prelude alla lunga sobrietà della vita seria».

Questi due gruppi distinti, quello dei giovani e quello degli adulti, sono abituati a fronteggiarsi, a essere in apparenza rivali, a scontrarsi formalmente e a causa di una ragione pratica: entrambi sono inseriti all’interno di una società che risponde di regole, imperativi e codici precisi.

Gli adulti sono passati dalla parte dei guardiani del campo. Il loro compito è accettare l’evidenza e l’inevitabilità delle categorie di senso che li circondano. La realtà è un postulato ontologico in cui il parmenideo “l’essere è e non può non essere” si trasforma nel “le cose sono e non possono essere che così”.

L’età anagrafica, la porzione geografica entro la quale si nasce e si cresce, la lingua che si parla non sono meri accidenti. Assumono un valore incontrovertibile, un’idea di necessità. Palazzi, uffici, negozi, fogli da compilare, file da seguire, tasse da pagare, feste comandate e finanche le emozioni diventano apparati funzionali da incorporare senza scompensi, secondo una muta e partecipe dimensione che non prevede alternative. Questo dispositivo razionalista dà per assodato che i rapporti tra gli uomini possano essere mediati soltanto da un principio di autorità continuamente rinnovato e cangiante: il neonato dipende dai genitori, lo scolaro dipende dagli insegnanti, il maggiorenne dipende dal datore di lavoro. Quando l’uomo è finalmente formato, diventa a sua volta genitore. Così il giro ricomincia. Il patto sociale è rinforzato.

«Questa è la loro esperienza, sempre questa, mai un’altra […] Ci hanno mai incoraggiato verso cose grandi, nuove, future? Oh no! Questo non fa parte dell’esperienza».

Tale modello dominante viene per giunta esasperato dal panorama attuale. Finché l’adolescenza e la giovinezza erano interpretate come trampolini di lancio in virtù e in funzione dei ranghi serrati della popolazione adulta – votante, lavoratrice, depositaria di redditi, azioni e contributi – il passaggio avveniva docilmente, obbligatoriamente.



Adesso qualcosa sembra essersi inceppato. Il meccanismo non procede, si blocca, rallenta, emette uno strano ronzio. Il contesto economico, politico e culturale si è progressivamente alterato e confuso, non produce più significato. Le categorie di senso tanto care alla sua organizzazione si sono sparpagliate, vagano come satelliti nello spazio continuando a ripetere a gran voce i loro mandati divini.

Studiare non equivale più alla promessa di un lavoro soddisfacente. Lavorare non equivale più alla conquista di una posizione privilegiata. Anche le professioni considerate “sofisticate” collimano ormai con i mestieri di fatica, perché offrono, di fatto, la stessa remunerazione salariale. Tutto si è livellato, rimbalza su se stesso. Ci si spende e ci si sacrifica per una questione di mera sopravvivenza materiale. Comprare casa, formare una famiglia, possedere automobili e appartamenti al mare rappresentano compagini tramontate, estinte, appartenenti a precedenti generazioni che ci giungono quasi aliene nella loro diversità.

L’assenza di esperienza nei giovani diventa una perdita di esperienza: non potendo più raggiungerla, farla propria ed entrare a pieno titolo nel corteo di persone “mature”, navigate, esperte, la stoltezza si tramuta in una condizione permanente. I giovani sono costretti a rimanere giovani. Inibiti della possibilità di crescere ed emanciparsi, continuano a non potersi esprimere, a non poter dichiarare alcunché. Sono muti, non hanno portavoce, non hanno piani. Se ottenere l’esperienza che li decreterebbe risolti e coscienti è un obiettivo utopico significa che la vita per loro non comincia mai, non è mai cominciata, e il potere seguita a pendere dalla parte di chi già lo detiene.

Ecco perché si rassegnano a esistere in un presente permanente, che ricomincia da capo infinite volte come il nastro di una cassetta: si aggrappano alla loro immobilità, ergendo l’adolescenza a un imperituro parametro. L’esperienza, ai loro occhi, è fine a se stessa: è un accumulo di posti visitati, persone conosciute, film visti, droghe assunte. Equivale a un elenco di voci da spuntare.

Se procedere secondo la scansione impartita dall’ordine tradizionale non ha più alcun valore apparente, la soluzione parossistica è che occorre cambiare tutto.

L’esperienza dell’adulto è sempre e solo la sua, l’unica che egli può concepire. Secondo Benjamin, farne vangelo significa assolutizzare soltanto ciò che un essere umano può esperire, castrando, dimenticando l’in-esperibile, il cui contenuto è dato dallo spirito.

Questo non significa certo dedicarsi ad attività religiose, ma mettersi in posizione di ricerca, pratica e metafisica: ciò che prima costituiva la realizzazione di un individuo – l’ottenimento di un lavoro che garantisce la sua espansione e il suo ingresso in società, il delinearsi di una geografia affettiva stabile, l’atto di riprodursi – va ripensato, sostituito con altro. È necessario distrarre la stoltezza giovanile dal suo ottundimento, che una volta serviva a bearsi del momento di aperta irresponsabilità prima dell’austerità del dopo, oggi coincide con uno stordimento senza sbocchi, senza fori per respirare.

Chi è già vecchio replicherà che è un’impresa assurda, impossibile, minimizzerà, demonizzerà. Cercherà anzi di rafforzare e imporre ancora meglio gli stessi criteri che ha dovuto subire anche lui a suo tempo, giustificando in questa maniera la sconfitta di ciò in cui credeva da giovane. Alle attuali generazioni però non è concesso il beneficio del conformismo. Gli spifferi di morte che giungono dal prossimo futuro, dettati in primis dalla strage ambientale, rendono incalzante la delineazione di nuovi collanti esistenziali.

«Chi cerca, non si rassegnerà mai ottusamente né si farà addormentare dalla canzone del filisteo».



di Benedetta Barone

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