L’ombra dello zero, lo splendore del mondo

Il viandante e il servitore in Robert Walser


Non sono più preoccupato
perché posso, integro, attraversare
il mondo come mondo.
(R. Walser, Mondo)

viandante nel mondo

Robert Walser, poeta e scrittore svizzero, incarna attraverso la sua opera letteraria e la sua vita tormentata, l’archetipo del viandante. Si pensi al fatto che da giovane intraprese un lungo viaggio a piedi da Berlino sino a Biel, in Svizzera (ben 950 km), oppure che morì il giorno di Natale del 1956 durante una passeggiata nei dintorni dell’ospedale psichiatrico in cui era ricoverato dal 1933 per una presunta forma di schizofrenia. Il girovagare senza meta assume, tuttavia, per Walser un senso eccezionale che trascende la mera dimensione dell’ozio. Nella sua opera, infatti, lo stile apparentemente ingenuo e semplice, che si fa specchio delle varie manifestazioni del mondo, e la presenza ossessiva della passeggiata come evasione dal lavoro assumono un carattere mistico-ascetico.

La parola, che nei romanzi segue l’orientamento di un dialogo interiore incessante all’interno del quale si rispecchiano i fenomeni del mondo esterno, con la sua estrema ingenuità, si spoglia pian piano di ogni residuo egotico e significato soggettivo.

I suoi personaggi, Tobler nell’Assistente, Simon nei Fratelli Tanner, Jakob in Jakob von Gunten, l’anonimo scrittore de La passeggiata, l’enigmatico brigante de Il brigante non sono che configurazioni differenti di una forma di ascetismo che passa attraverso una continua, sempre più radicale e profonda, dissoluzione delle singole individualità. Robert Walser passeggia, sdoppiato nelle sue narrazioni, solo per perdersi ancora di più a fondo nel mondo.

Jakob, alla fine del romanzo che porta il suo nome, afferma: «E se io andrò in pezzi e in malora, che cosa si romperà, che cosa si perderà? Uno zero. Io, come singolo individuo, sono uno zero». Ciò lo afferma prima di partire per il deserto, il luogo dell’assenza. Jakob, infatti, come quasi la totalità dei personaggi principali della narrazione di Walser, partecipa a un volontario asservimento al mondo.

Jakob, in maniera non dissimile dall’agrimensore K. del Castello di Kafka, si trova di fronte al mistero di un’istituzione di potere, il cui unico scopo è quello d’insegnare ai propri allievi la pazienza, l’ubbidienza… in una parola: la servitù.

«Ma una cosa so per certo: nella mia vita futura sarò un magnifico zero, rotondo come una palla». Così la narrazione conduce Jakob a scoprire che dietro all’opera dell’istituto non c’è davvero nessun mistero, nessun pensiero, bensì la pura e semplice vacuità, l’annientamento e l’azzeramento del pensiero, una mistificazione progressivamente ascetica installata alla radice muta dell’essere. L’individualità di Jakob, così, viene trasformata e appianata sino a realizzarla nel più adeguato ricetto alle manifestazioni sottili del cosmo. «Come sono felice di non poter vedere in me nulla che sia degno d’attenzione, di contemplazione! Essere piccolo e rimanerlo. […] Solo nelle regioni inferiori riesco a respirare». Oppure, come scrive ancora, «Sì, lo ammetto, amo essere represso». O, «È così dolce ubbidire. E anche se ciò dovesse costarle la vita, che male c’è?». In maniera non dissimile anche Simon Tanner, nella sua corsa senza tregua alla ricerca di sempre nuovi lavori, non fa che cercare un modo che gli permetta di diventare un migliore servitore.

lago maggiore

L’ascesi walseriana coincide con una riduzione dei contenuti egotici dei protagonisti dei propri romanzi, attraverso una serie di pratiche funzionali a tal fine, come l’asservimento a stravaganti padroni o la subordinazione amorosa a donne qualsiasi, purché facciano provare loro il giogo della servitù. Il brigante, protagonista di una delle ultime produzioni scritte di Walser prima del silenzio, s’iscrive perfettamente nella costellazione simbolica appena configurata.

Il brigante, infatti, è al centro di un intrico erotico-sessuale al solo fine di spogliarsi sempre più di se stesso, fino a raggiungere un’identità fusionale con il femminino che preluda quella radicale con le infinite e plurali manifestazioni del mondo.

Il brigante, che incarna il carattere girovago del viandante walseriano, si caratterizza, similmente a Jakob, dalla predisposizione all’asservimento.

Lo stesso Walser, per mezzo di una prosa che intreccia la narrazione dell’esperienza interiore al racconto degli avvenimenti della vita del brigante, si enuncia in uno sdoppiamento schizoide che lo fa convergere nella figura del suo stesso personaggio, affermando, proprio a proposito della dimensione erotico-sessuale: «Singolare, o meglio rilevante, è stata una scoperta, che concerne me medesimo: io entro in uno stato di euforia amorosa là dove fantastico di servire chicchessia». L’amore non è inteso dunque come bisogno o desiderio di una mancanza, bensì come disponibilità alla propria ulteriore subordinazione servente a una totalità la cui vastità aumenta proporzionalmente al diminuire dell’ego del doppio romanzesco di Walser.

A riprova dello svolgimento mistico dell’ascesi walseriana, incarnata nella figura del brigante, le ultime pagine, quando l’azzeramento si è trascinato sino alle sue più languide conclusioni, riportano le seguenti parole: «Dappertutto è lei. Lei è il cosmo». L’asservimento del viandante lo ha condotto al riconoscimento della trascendenza del mondo nel volto sorridente della sua amata, Edith.

Lo scritto che, tuttavia, mette in maggiore rilievo l’incarnazione dell’archetipo del viandante nella prosa di Walser è La passeggiata, un racconto che l’autore decise di pubblicare all’interno della raccolta Seeland. Il racconto ha una trama estremamente semplice. La narrazione infatti segue la passeggiata di uno scrittore in un contesto inizialmente cittadino e poi via via sempre più rurale, fino a quando si conclude all’interno di una radura, nei pressi di una fonte d’acqua dove il soggetto perviene a una fusione mistico-materna con il mondo.

In quest’opera Walser, che convisse per tutta la vita, con la carenza di denaro, facendo i lavori più disparati, e che si trovò ad abitare in mansarde e camere striminzite perché non se ne poteva permettere delle migliori, polemizza con verve ironica contro la società borghese del tempo, il cui unico metro di misura dell’uomo riconosciuto e accettato era la sua utilità economica per la comunità sociale. Già il tema dell’asservimento e dell’espropriazione di sé nei romanzi era assurto a simbolo di una possibile emancipazione dal sistema lavorativo borghese, restituendo il lavoro, come si è visto, a una dimensione ascetica in cui la servitù, alienata nei meccanismi socio-economici del capitalismo borghese, ritornava su se stessa, realizzando un senso di grado zero, un nulla di senso e di significato, in cui mistica e mistificazione convergessero.

Così Simon Tanner, a proposito della costituzione borghese del tempo, può affermare: «Io non voglio un avvenire, voglio avere un presente. Mi sembra più prezioso. Si ha un avvenire solo quando si ha un presente, e quando si ha un presente si dimentica anche solo di pensare a un avvenire».

La passeggiata, allora, come la servitù nei romanzi principali, diventa un’altra modalità ascetica attraverso cui i doppi di Walser possono accedere a una contemplazione intuitiva del mondo, che sia effettivamente una trasformazione reciproca dell’uno nell’altro. Durante la passeggiata, infatti, lo scrittore si depaupera di se stesso, lasciando dietro di sé le scaglie della propria soggettività, mentre s’addentra sempre più nell’oggetto della propria infinita contemplazione.

Lago Biel

Per il viandante ogni cosa assume un senso profondo, in quanto manifestazioni del tutto, «le cose più sublimi e le più umili, le più serie come le più allegre, sono per lui in ugual misura care, belle e preziose». Il viandante conosce uno stato di spossessamento quasi estatico, in cui il corpo subisce una sorta di smembramento sciamanico e ogni cosa vortica attorno a sé, e allora vive l’autentica esperienza del misticismo vuoto di Walser, lo spaesamento. Dove sono?, si chiede il viandante. Allora, «terra e cielo fluiscono e precipitano insieme in una visione nebulosa, tutta onde e lampi, in un barbaglìo dai contorni indefiniti. Il caos incomincia, ogni ordine svanisce. L’uomo sconvolto cerca a fatica di serbarsi lucido».

Il passeggiatore conosce uno stato dionisiaco di esistenza, in cui ogni forma individuale del mondo si discioglie in un amalgama dai confini indefiniti, un corpo meraviglioso e lucente, all’interno del quale «ridono e nascono/ nel va e vieni del mondo/ tanti mondi profondi/ che nuovamente vagano/ e fuggendo, attraverso gli altri,/ sembrano ogni volta più belli».

Allora il viandante vive in uno stato quasi onirico, in cui passato e futuro sono annichiliti, e il cielo si piega su se stesso e la terra diventa specchio della sua interiorità.

La conoscenza allora si dissolve e trionfa l’ignoto, come se l’assoluta percezione di ogni possibile senso del mondo avesse come esito necessario il non senso, lo spaesamento, e l’incomprensione. E la vita allora necessariamente si dissolve nella morte, «tutto un giorno dovrà scomparire e morire». A tal punto, tuttavia, Walser si esprime in modo angelico e scrive di percepire l’anima del mondo e di sentire se stesso confondersi con l’altro, come in un rapimento mistico in cui la ferita al cuore dell’essere, che distingue l’uno dall’altro, si fosse colmata in una unità estatica. Allora Walser scrive: «io non ero più, ero un altro, ma appunto perciò più che mai me stesso».

di Alberto Francescato

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