Genealogia dell’effimero

di Andrea D’Apruzzo

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«Così il nobile affina le forme esteriori della sua natura»[1]

Come non pensare a Zeus, il capo di tutti gli dèi, e alle sue innumerevoli metamorfosi per sedurre divinità o semplici mortali oggetto del suo desiderio? Tra i molti casi che si potrebbero citare a proposito delle sue trasformazioni in creature di grande fascino e bellezza, e che hanno avuto tutti una certa diffusione a livello iconografico, troviamo Leda, sedotta da Zeus sotto le sembianze di un cigno; Callisto, ninfa di Artemide, sedotta dal capo degli dèi trasformandosi nella stessa dea della caccia; oppure Europa, alla quale Zeus riuscì ad avvicinarsi prendendo le forme di un bellissimo toro bianco.

Se però scorriamo oltre nella lettura del testo dell’I Ching, ci imbattiamo in questa frase:

Anche all’uomo, in tempi in cui una grande azione verso l’esterno non è possibile, non rimane che affinare in piccolo le manifestazioni della propria natura[2].

Anche questo tipo di affinamento è riscontrabile nelle mirabolanti vicende extra-coniugali di Zeus. Spesso egli si trasforma in elementi piccoli, effimeri, apparentemente infecondi nella loro quasi immaterialità, che avrebbero tuttavia contribuito a generare alcuni tra i più importanti protagonisti della mitologia greca.

Correggio - Io

Fig. 1. Correggio, Giove e Io, 1532-1533 circa, olio su tela, 163,5 × 74 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Sacerdotessa di Era argiva, Io possedeva una straordinaria bellezza. Zeus, invaghitosi, mise in atto le sue strategie per sedurla: prima colpì l’immaginazione della fanciulla tramite una serie di visioni notturne, e successivamente vi si unì sotto forma di nuvola, così eterea ma al tempo stesso così forte da fecondare la giovane. Come in quasi tutte le vicende extra-coniugali di Zeus, a fare le spese della brama del sovrano degli dèi e della sete di vendetta della consorte Era sono le giovani vittime del suo desiderio. Io venne tramutata in vacca (secondo alcune versioni del mito da Era, secondo altre da Zeus), affidata da Era ad Argo, dotato di un’infinità di occhi su tutto il corpo; dopo che Ermes, inviato da Zeus, uccise il mostro (mutato da Era in un pavone, l’uccello che le era sacro, «costellando di occhi screziati le piume di tutto il suo corpo»[3]) Io fu costretta a scappare per tutto il mondo per tentare di liberarsi dal tafano che Era le aveva costretto addosso, e che la pungeva continuamente. Durante questo infinito peregrinare giunse sulla rive del mar Ionio, che da lei prese il nome, e passò dall’Europa all’Asia attraverso lo stretto che da allora si chiama Bosforo, “il guado della vacca”. Giunta in Egitto, la giovane trovò finalmente pace. Zeus pose fine alle sue sofferenze imponendo la propria mano guaritrice sul suo corpo. Ella non solo riprese le fattezze umane, ma partorì (finalmente) il figlio di Zeus che portava in grembo da quando era stata trasformata in vacca. Il figlio fu chiamato Epafo, “nato dal tocco”, divenne re dell’Egitto e nella sua discendenza si annoverano Libia, da cui lo stato africano prende il nome, e Agenore, futuro re della Fenicia e padre di Europa, che non mancò anch’essa di fare conoscenza del sovrano degli dèi.

Ecco dimostrata in tutta la sua forza la capacità fecondatrice dell’effimero e dell’immateriale: delle visioni, una nuvola (che magistralmente “abbraccia” la giovane nella tela di Correggio, fig. 1), un semplice tocco, ed ecco che hanno origine lo Ionio, il Bosforo, il pavone e una delle dinastie più importanti dell’Africa.

Se ne facciamo una questione di stirpi illustri originate da elementi piccoli o effimeri, le storie di altre due giovani e belle fanciulle non sono certamente da meno.

Tiziano Danae

Fig. 2. Tiziano, Danae, 1545 circa, olio su tela, 120 × 172 cm, Museo nazionale di Capodimonte, Napoli

Danae era figlia di Acrisio, re di Argo, il quale, informato dall’oracolo che il figlio della stessa Danae lo avrebbe ucciso, decise di chiudere la figlia in un rifugio sotterraneo completamente di bronzo. «Eppure generò in gloria grande, e fu custode del seme di Zeus, la pioggia d’oro»[4]. Così Sofocle nell’Antigone descrive il momento in cui il sovrano degli dèi, sotto forma di una pioggia d’oro, si unisce alla giovane. Questo racconto ha dato il via ad una fortuna iconografica attestata già in antico e che, tra il XVI e il XX secolo, non ha conosciuto pause, toccando vertici di sensualità inaudita, come nel caso della tela cinquecentesca di Tiziano (fig. 2), in cui la giovane accoglie nel proprio grembo le monetine d’oro provenienti dalla nuvola sopra di essa. Ma cosa venne generato da quelle monetine entrate furtivamente nel bronzeo carcere della giovane Danae, capaci nella loro piccolezza di violare tanto l’impermeabile prigione quanto la potente dinastia di Acrisio? Nientemeno che Perseo, uccisore della Medusa (e, seppur involontariamente, del nonno Acrisio) e fondatore di Micene, che annovera tra i suoi discendenti Eracle e Penelope.

Egina invece era figlia di Asopo, e anche lei fu oggetto delle attenzioni di Zeus. Secondo alcune versioni del mito, il dio la sedusse sotto forma di aquila. Secondo altre tuttavia «quell’amplesso foriero di gloria»[5] vide protagonisti Egina (dalla quale prende il nome l’isola greca) e un’effimera fiamma (non a caso Ferdinand Bol rappresenta Zeus sotto forma di un’aquila che tiene tra gli artigli un fascio di fiamme, fig. 3). Basandosi sulle parole di Agamennone nell’Ifigenia in Aulide di Euripide, questa unione è alla base della genealogia di Achille: frutto del rapporto fu infatti Eaco, che a sua volta generò Peleo, il quale, unendosi con Teti, dette vita ad uno degli eroi per eccellenza della mitologia greca. Uno degli elementi effimeri per eccellenza, il fuoco, così temporaneo in natura, si è rivelato tanto durevole nella cultura occidentale.

Bol Egina e Zeus

Fig. 3. Ferdinand Bol, Egina attende l’arrivo di Zeus, XVII secolo, Meininger Museen, Meiningen

Eccola dunque la forza del piccolo, capace di domare la volontà dei re e la resistenza delle fanciulle, di penetrare carceri e di far infuriare gli dèi, ma soprattutto di porsi alla testa delle genealogie più illustri, quelle di Perseo, di Eracle e di Achille.

 

Note

[1]    I Ching. Il libro dei mutamenti, a cura di R. Wilhelm, tr. it. di B. Veneziani e A. G. Ferrara, Adelphi, Milano 1995, p. 89.

[2]    Ibidem.

[3]    Dario e Lia Del Corno, Nella terra del mito. Viaggiare in Grecia con dèi, eroi e poeti, Mondadori, Milano 2011, p. 212.

[4]    Cit. in ivi, p. 220.

[5]    Ivi, pp. 276-277.

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