Le tecnoscienze progrediscono nella conoscenza del reale, gettandoci contemporaneamente in una forma di ignoranza molto diversa, ma forse più temibile, che ci rende incapaci di far fronte alle nostre infelicità e ai problemi che ci minacciano.
Ho scelto di parlare di questo bellissimo libro di Miguel Banasayag e Gèrard Schmit, L’epoca delle passioni tristi, per elaborare il nostro quotidiano, il rapporto con i mezzi di informazione – dalla superata televisione ai social – e gli effetti collaterali sulla mente umana.
Questo libro è dei primi anni del Duemila. Siamo nel nuovo secolo; la sbornia del cambiamento, che nulla cambia ma tutto stravolge, ci pone di fronte alla tragica realtà di toccare con mano la fine di un’era, nella quale l’Occidente e i suoi meccanismi economici hanno predominato indiscussi. Si sgretola, come il cemento delle Torri Gemelle, il capitalismo sfrenato delle bolle speculative finanziarie.
Il Futuro non è più una certezza di prosperità, di crescita, viene percepito sempre più come un presagio funesto di regressione. Questo stato d’animo permea le società occidentali e scardina i capisaldi dei comportamenti sociali, inquina i rapporti tra insegnanti e alunni, tra genitori e figli, ponendo questi ultimi davanti a un vuoto di prospettiva. In questo vuoto s’innesta pericolosamente la realtà manipolata dalla virtualità, che lacera il confine tra quello che è pensabile e quello che è possibile. Dicono Benasayang e Smith che «in una società dove il pensabile è possibile, la società è condannata a scomparire».
Le macchine ci hanno sollevato da molte incombenze faticose, lasciandoci molto più tempo libero ma le macchine hanno progressivamente cambiato la nostra percezione del mondo, il nostro comportamento, l’economia dei paesi e ha creato scompensi a equilibri secolari.
È finita l’era del progresso, dell’utopia di una vita paradisiaca senza fatica, senza dolore. I sogni sono destinati a infrangersi sui vetri aguzzi della realtà e oggi vediamo le ferite sanguinanti di una crescita spasmodica e insensata, ma non ci fermiamo.

L’utilitarismo viene presentato come la sola ideologia che oggi sia in grado di affrontare lo “ stato d’emergenza” prodotto dalla crisi.
Cosa analizzano i nostri autori? La depressione crescente nei bambini e negli adolescenti, il loro senso di non appartenenza, le loro ansie e le loro paure. L’adolescenza lunghissima che lambisce l’età adulta. È un dato oggettivo l’aumento delle fragilità psichiche nella fase infantile ed adolescenziale, le forme patologiche di ansia e di chiusura verso il mondo esterno, aumentate in maniera esponenziale dopo la pandemia da Covid. I comportamenti disturbati e disturbanti, analizzati nei pazienti, vengono trattati in questo testo in senso storico sociale, per spiegare quanto il personale stato di crisi, altro non è che il riflesso di una crisi generale.
Benasayang e Schmith la chiamano “La crisi nella crisi” e chiariscono questo concetto, chiedendo ausilio alla filosofia e all’antropologia, nella dimostrazione di alcune dinamiche, che su alcune personalità più fragili degenerano in forme patologiche.
La nostra società ha prodotto una specie di ideologia della crisi, un’ideologia dell’emergenza.
Nei primi anni Settanta del secolo scorso Pasolini aveva già preconizzato quale degenerazione avrebbe avuto quell’euforia nel progresso, dovuta al boom economico dei primi anni Sessanta, quando diceva: non c’è progresso senza sviluppo. Troppa era l’euforia ottimistica per il progresso, che abbiamo chiuso gli occhi su tutto, isolando le voci di dissenso, spesso barbaramente massacrate. C’è voluto lo shock di Chernobyl del 1986 per cominciare a parlare di cultura ecologista, vista come una minaccia dalle multinazionali del petrolio e del carbone, per questo osteggiata in ogni modo. Poteri occulti di un’economia perversa, che non permettono e soprattutto non hanno permesso un vero sviluppo consapevole del progresso. Vediamo al giorno d’oggi, questa assurda situazione politico-economica, nella quale si sbatte il vecchio capitalismo coloniale, tra ridicoli e agghiaccianti comportamenti, che mettono in crisi i concetti, ormai dati per assodati di Diritto Civile e Internazionale, Giustizia, Umanità.
Il futuro, con queste premesse, non può essere avvertito altro che come minaccia. Il grande occhio ci osserva davvero fin dentro casa, mi sta guardando dalla telecamera del computer; se vuole sa anche cosa sto scrivendo e pensando. Eppure nonostante tutto s’insegue pedissequamente una tecnologia che corre, alla quale chiediamo di essere simile a noi, di pensare per noi, non rendendoci conto del pericolo che si nasconde dietro queste apparenti facilitazioni che dal pratico stanno passando sempre di più al teorico.

In quest’ottica è importante rendersi conto che il nostro mondo produce, paradossalmente, la prima grande società dell’ignoranza.
La grande società dell’ignoranza si costruisce anche offrendo ausili sempre più sofisticati alla portata di tutti, che abbattono le difficoltà dell’apprendimento. Abbiamo cominciato con l’uso smoderato della calcolatrice e oggi solo pochissimi sanno fare un conto a mente. Non oso immaginare cosa sarà con l’uso smoderato delle Intelligenze artificiali, che stanno invadendo la rete internet e i vari canali social, offrendo aiuto per scrivere e non so cos’altro.
Mi ha stupito, a proposito dei linguaggi delle intelligenze artificiali, sentire parlare di comprensione semantica delle parole. Sembra che si faccia di tutto per arrivare a concepire una macchina sempre più sofisticata, in grado di comprendere il significato e il significante delle parole e dei concetti, che solo la mente umana può fare. Questi studi accaniti sul funzionamento del pensiero umano, che per mimesis si vorrebbe riprodurre con i linguaggi delle IA, li avverto come un pericolosissimo strumento di sfruttamento e di manipolazione della mente umana.
Sicuramente, essendo vissuta per più di quarant’anni nell’era analogica, sono prevenuta e diffidente, anche perché vedo quotidianamente i danni di questa progressiva e disumanizzante realtà digitale, quando è utilizzata banalmente da chiunque, bambini in primis. Per non parlare degli effetti devastanti della digitalizzazione nelle guerre, come i droni o i bombardamenti intelligenti.
Inoltre, gli strumenti digitali: motori di ricerca, piattaforme, intelligenze artificiali, programmi vari, introdotti come un beneficio, si stanno traducendo in pericolosi strumenti di controllo di massa. Ormai è noto l’utilizzo di controllo del capitale umano attraverso un algoritmo, che assegna mansioni e controlla la produttività, riducendo il lavoratore, spesso sottopagato, a una condizione lavorativa pessima, molto vicina alla schiavitù.
Le conoscenze si sono sviluppate in modo incredibile ma, incapaci di sopprimere la sofferenza umana, alimentano la tristezza e il pessimismo…
C’è una perdita di obiettivi: le semplificazioni che ci offrono le tecno-scienze ci si ritorcono contro in forma di depressione, che altro non è che uno spaesamento tra il nostro corpo umano e la nostra mente digitalizzata. Siamo stati catapultati in una società che non era neppure pensabile appena trent’anni fa e che degenera sempre più. Non c’è Dio, non c’è legge, solo un vuoto che si coltiva e si incoraggia allo scopo di raggiungere obbiettivi, che nulla hanno a che fare con la vita, con la bellezza di un tramonto, con il calore di un sorriso, solo freddo e invisibile denaro.
L’Occidente ha fondato i suoi sogni di avvenire sulla convinzione che la storia dell’umanità sia inevitabilmente una storia di progresso.
Dall’Umanesimo fino agli anni Settanta del secolo scorso l’umanità si è posta come padrona del pianeta e non più come parte di questo. Il progresso e la scienza sono stati sempre veicoli per cavalcare il carro del sole, che aveva ucciso Fetonte, e che da sempre cerchiamo di vendicare, prevaricando la Natura e il suo divenire. Oggi che gli effetti devastanti della nostra corsa verso l’ignoto stanno presentando il conto, ci lasciamo solo prendere dallo sconforto e dal pessimismo, che è poi l’alter ego dell’ottimismo. La realtà e l’oggettività della vita si confondono troppo con la realtà virtuale. Ormai non fanno più notizia gli atti di assurda violenza, litigi banali che finiscono in tragedia, relazioni sentimentali con omicidi e suicidi. Reazioni incontrollate, nelle quali leggiamo tutta la confusione e la manipolazione della realtà che sta dilagando, manovrata da menti raffinate che muovono i fili dall’alto, facendoci ballare come tanti burattini.
L’Epoca delle passioni tristi, espressione che i nostri autori prendono in prestito da Spinoza, deve fare i conti con l’intelligenza artificiale, con strani linguaggi e tecniche di invasione e manipolazione della coscienza umana. Per non parlare poi della comunicazione e dell’egemonia dello spazio satellitare, che sta diventando sempre più motivo di potere, concentrato nelle mani di pochi, pochissimi.
Nella crisi attuale, che è crisi dei fondamenti della cultura, l’homo economicus supplisce alla mancanza di senso con l’economia, che diventa per lui il senso della vita.

In una vita umana se il senso è l’economia, ossia il guadagno e il potere, non ci stupisce che la degenerazione arrivi fino all’orrore assoluto. In quale altro modo potremmo definire quanto sta emergendo dagli Epstein files se non Orrore assoluto. Assoluto perché non è solo il sesso e le sue distorsioni vomitevoli, sono gli intrecci politici ed economici, intessuti da Epstein, ricatti e spionaggio. Una fitta rete che tiene in scacco il mondo politico ed economico di mezzo pianeta, della quale noi tutti siamo le vittime, insieme a quelle migliaia di giovani ragazzine, finite nelle mani ignobili e grondanti sangue e petrolio.
…oggi per essere al servizio della vita è necessario praticare un certo grado di resistenza. Resistere significa opporsi e scontrarsi, ma non dimentichiamo che, prima di tutto, resistere è creare.
Per Resistere è necessario conoscere il nemico, cercando di tenerlo sotto controllo e prevenire i danni, per quanto possibile con le nuove generazioni, sempre più esposte alla depressione e al pessimismo. Bisogna provare ad andare in controtendenza al proprio tempo.
Bisogna ripartire dalla materia, sulla base dell’esempio della gente di Minneapolis, un fischietto, un clacson e poi sfruttare i media per dimostrare chi c’è dietro i media e dietro tutto questo fronte nero, che si fa sempre più vicino e che dobbiamo fronteggiare.
Bisogna sempre credere nella forza di un abbraccio, di una parola che esorta, di una poesia o di una bella storia d’amore. Abbiamo bisogno di colore, di riscoprire la forza prorompente di una grande tela, dove a campeggiare è l’unione di tutti i popoli della terra, che condividono la stessa volontà di pace.
La cultura occidentale si è costituita a partire da questo “non ancora” carico di promesse messianiche. L’Occidente ha fondato i suoi sogni di avvenire sulla convinzione che la storia dell’umanità sia inevitabilmente una storia di progresso.
Le conoscenze si sono sviluppate in modo incredibile ma, incapaci di sopprimere la sofferenza umana, alimentano la tristezza e il pessimismo…




