“Chi mi ha fatto del male, deve averne; chi mi ha strappato un occhio, deve perderne uno dei suoi; chi ha ucciso, deve morire. Si tratta di un sentimento, e particolarmente brutale, non di un principio. Il taglione rientra nell’ordine della natura, dell’istinto, non rientra nell’ordine della legge. La legge, per definizione, non può obbedire alle stesse regole della natura. Se l’assassinio è nella natura umana, la legge non è fatta per imitare o riprodurre questa natura. È fatta per correggerla. Ora, il taglione si limita a ratificare e a dar forza di legge a un puro movimento naturale.”
Albert Camus, Riflessioni sulla pena di morte, 1957.
Nel pensiero comune, la parola “giustizia” si riferisce primariamente a ciò che è più precisamente chiamato “giustizia retributiva”. La concezione retributiva della giustizia la interpreta come un bilanciamento di beni e di mali: se hai fatto del male, devi subire del male – cioè, devi essere punito. A livello istituzionale, la punizione, anzi, tecnicamente, la pena, prende la forma dell’incarcerazione. La giustizia si realizza, quindi, nell’esercizio di una violenza: la punizione è l’inflizione volontaria di sofferenza in risposta e un male fatto. Non è un caso che, nell’immaginario collettivo, la giustizia sia una dea bendata che porta in una mano la bilancia e, nell’altra, una spada. Questa è l’immagine che ci restituisce Google quando cerchiamo “giustizia” nel motore di ricerca, ed è anche l’immagine che compare sulla copertina della maggior parte dei libri di filosofia e di diritto che parlano di giustizia.
Solo a partire dagli anni ’70, con la pubblicazione del libro Una teoria della giustizia del filosofo americano John Rawls, la giustizia inizia ad assumere un carattere diverso e si afferma il concetto di giustizia sociale. Laddove la giustizia retributiva si concentra sull’azione individuale, la giustizia sociale si occupa delle strutture della società, che costituiscono le condizioni di fondo della vita delle persone. Trasformare in questo modo la concezione della giustizia porta, necessariamente, a una rivoluzione dei concetti a essa intimamente legati, in primo luogo quello di responsabilità. Nel paradigma tradizionale della giustizia retributiva, la responsabilità è prettamente individuale, orientata al passato e passivizzante, ovvero la responsabilità dell’individuo viene accertata dall’esterno (per esempio, da un giudice), riguarda un’azione passata, e il suo accertamento corrisponde all’attribuzione della colpa, come base per sanzionare, punire, chiedere un risarcimento. Non è tanto l’individuo ad assumersi la sua responsabilità, piuttosto, è un altro, da fuori, che la valuta e la attribuisce. L’agente, in questo modo, la subisce, è passivo rispetto a essa. Nel passaggio dalla giustizia retributiva individualizzante alla giustizia sociale, la responsabilità si trasforma secondo un “modello di connessione sociale”, come ha teorizzato la filosofa americana Iris Marion Young. Questa concezione della responsabilità è orientata al futuro anziché al passato, all’azione positiva anziché alla valutazione passiva e alla reazione (la sanzione, la punizione), alla collettività anziché all’individuo. Gli agenti responsabili, secondo questo modello, non sono oggetti della responsabilità che viene valutata, ma soggetti che si assumono la responsabilità, cioè assumono una disposizione attiva nei confronti delle strutture di cui fanno parte, mettendole in discussione e riconoscendo il proprio ruolo al loro interno per poter diventare agenti attivi di cambiamento. Assumersi la Responsabilità per la giustizia, dal titolo di uno dei libri di I. M. Young, vuol dire rendersi conto che le strutture sociali sono mantenute collettivamente, ed è quindi dovere di ogni persona lavorare per realizzare le strutture che considera giuste. È una responsabilità personale, in quanto ciascuno deve assumerla per sé e agire di conseguenza, ma è condivisa in quanto ha senso solo se gli agenti lavorano insieme per produrre un cambiamento.
In questa prospettiva, partecipare all’impresa collettiva che dovrebbe essere la creazione di una società giusta non genera alcuna ricompensa, che sarebbe retributiva, così come non partecipare non genera alcuna punizione. La motivazione per agire non risiede in ricompensa e punizione; piuttosto, contribuire positivamente alla creazione di una struttura sociale giusta dovrebbe essere intrinseco al significato stesso del vivere in una società, come cittadini che si preoccupano dell’influenza della propria azione sulla vita degli altri – dovrebbe essere la norma. Un’azione responsabile non genera alcuna ricompensa, ma contribuisce al risultato positivo e condiviso di vivere in una comunità più sicura e pacifica. D’altra parte, se l’incapacità di contribuire positivamente non rende una persona colpevole, questo non vuol dire che non possa essere criticata. La difficoltà di apprezzare la differenza tra biasimo e critica è indice di una cultura immersa nella retribuzione, dove la critica è considerata analoga alla sanzione e dove errori e mancanze sono puniti più che rimediati.
L’affermarsi della discussione filosofica e politica sulla giustizia sociale, con la creazione di un modello alternativo di responsabilità morale, non ha, tuttavia, scalzato il primato della giustizia retributiva nell’immaginario comune, né delle sue pratiche a livello istituzionale. Giustizia sociale e retributiva sono andate a occupare due aree apparentemente complementari della giustizia: la prima copre la sfera economica, riguardando la redistribuzione della ricchezza per garantire migliori condizioni di vita ai membri della società; la seconda l’area della penalità, considerando che la violazione delle regole della convivenza sociale generi l’esclusione di chi commette il reato dalla comunità e che, quindi, nel trattare il suo caso non ci si debba riferire ai principi della giustizia sociale, bensì ai principi retributivi e al modello di responsabilità orientato al passato e alla colpa. Insomma, mentre una società giusta si deve occupare di non lasciare i suoi membri in condizioni di povertà, chi commette crimini viene escluso dalla rete di solidarietà e non va considerato all’interno delle relazioni sociali che lo avviluppano, bensì in quanto persona isolata, portatrice di una colpa individuale che la scinde dal resto della comunità.
Il mio tentativo, invece, è quello di estendere il modello di connessione sociale della responsabilità anche, e soprattutto, all’area tradizionalmente coperta dalla giustizia penale retributiva, per riconoscere che l’azione individuale non nasce nel vuoto, che l’individuo – nessun individuo – è autonomo (da autos e nomos, “darsi la legge da sé”), ma costituisce i suoi desideri, le sue credenze, e quindi le sue motivazioni e le sue azioni, e, più in generale, la sua identità, nel rapporto con l’esterno, con il suo ambiente e con le persone che lo compongono. È questo il fondamento dell’approccio della connessione sociale appena analizzato, che dovrebbe portare tutti i membri della società ad assumersi la responsabilità di aver generato le condizioni, le strutture sociali, che hanno portato alcune persone a commettere reati.
Allora la giustizia retributiva si può mostrare in tutta la sua assurdità morale e politica. Jean-Marie Guyau, un filosofo francese anarchico di fine Ottocento, ha scritto nel suo Abbozzo di una morale senza obbligo né sanzione che “la sofferenza ci colpisce in se stessa e indipendentemente dal suo punto di applicazione: una distribuzione di sofferenza è dunque moralmente inintelligibile”. Questo è la punizione, questo è la giustizia retributiva: una distribuzione di sofferenza che ci illude di affrontare i problemi, ma che si limita ad affliggere individui, che puniamo rinchiudendo nelle carceri, lasciando, invece, intatte le strutture sociali criminogene che portano le persone a commettere i crimini in primo luogo. Sempre Guyau paragonò la punizione a un vecchio rimedio popolare, “come l’olio bollente nel quale venivano immerse […] le membra dei feriti”: una risposta intuitiva, qualcosa che si continua a fare perché “si è sempre fatto così”, senza che l’inefficacia dimostrata intacchi in qualunque modo la credenza nella validità della pratica – basti pensare che secondo i dati dell’Associazione Antigone, il 62% delle persone attualmente incarcerate in Italia è già stato detenuto almeno una volta, il 18% almeno 5 volte; negli Stati Uniti, dove il modello punitivo-retributivo è ancora più radicale, si arriva addirittura all’83%.Per superare questo sistema violento e criminogeno, citando ancora Guyau, bisogna lasciarsi alle spalle quel tipo di giustizia “che rifiuta il bene a colui che è già abbastanza infelice per il fatto di essere colpevole” – bisogna riconoscere anche il suo dolore, la sua lotta, la sua umanità e, come società, anziché escluderlə, rinchiuderlə, dimenticarlə, scegliere, invece, di farsene carico. Scegliere di superare la risposta intuitiva ed emotiva al male, che genera le pratiche retributive, vendicative, punitive, affrontando la sofferenza di tutti, come comunità, per alleviarla. Se neghiamo che il crimine sia una questione privata, in quanto la violazione delle norme sociali investe l’intera comunità e in quanto sono le strutture sociali a generare le condizioni del crimine, allora dobbiamo lasciare da parte il modello di responsabilità individuale, orientata al passato e passivizzante che abbiamo mantenuto sin qui; dobbiamo abbandonare la concezione retributiva della giustizia e lasciare che l’intero campo della giustizia sia occupato dalla giustizia sociale, una giustizia che si fonda sulla responsabilità condivisa, attiva, partecipata. Allora il carcere, con la sua vocazione alla separazione, alla scissione dei legami sociali, al nascondimento, all’infantilizzazione, si mostrerà per l’istituzione paradossale, crudele e inutile che è.



