Le notizie, negli ultimi tempi, sembrano dei temporali estivi. Arrivano, fanno gran rumore, e poi passano, come se non fossero mai state.
La vicenda di Vincenzo Schettini sembra avviarsi verso questo destino: per alcune settimane non si è parlato d’altro, mentre adesso sa già di roba vecchia, di gossip, di polemica trita e ritrita.
Eppure, tra le luci della 76° edizione del Festival di Sanremo, si è messo in scena qualcosa di più profondo di un semplice scandalo “da Twitter”: qualcosa che ci riguarda tutti.
Il palco del teatro Ariston misura molte istanze, in questo paese: una di queste è il consenso. Vincenzo Schettini vi ha presenziato per parlare di “disagi giovanili”, probabilmente in quanto percepito come massima autorità pedagogica del Paese, pur non avendo alcuna formazione qualificata sulle tematiche affrontate.
Nuotiamo in uno spazio social(e) in cui la percezione corrisponde alla realtà, la popolarità alle competenze: è questo il modo in cui misuriamo il valore?
Rispondere a questa domanda è complesso, più semplice è constatare che Schettini – e su questo ci sono scarsi dubbi – è il sintomo di una mutazione genetica dell’istruzione pubblica, della cultura e forse addirittura della società nel suo insieme.
Mentre dietro il velo del coinvolgimento empatico e delle metodologie “innovative” del docente si consumava una bufera nata dal marketing opaco e da studenti minorenni usati come carburante per l’engagement, il sistema lo eleggeva a simbolo. È problematico: non è una questione di simpatia o antipatia, è solo opportuno capire come siamo passati dalla cattedra al palcoscenico, quando abbiamo permesso che la scuola diventasse una succursale dell’intrattenimento.
No, non una “polemica da social”

Andiamo con ordine. La bufera mediatica nasce quando, intervistato al podcast BSMT, Schettini si è lasciato andare ad alcune dichiarazioni, in ordine sparso. Una di queste riguardava il ruolo dei professori nella scuola dei prossimi anni, auspicando che molti professori potranno lavorare part-time, e dedicarsi alla vendita dei propri contenuti culturali. «Perché la buona cultura non deve essere in vendita?» ha dichiarato, infatti, il professore.
Già su questo ci sarebbe molto da discutere. Non è, infatti, una semplice “uscita infelice”, bensì ciò che già adesso sta avvenendo. La base salariale degli insegnanti italiani è tra le più basse d’Europa, con uno stipendio medio di 22.000 euro lordi annui per i neo-ammessi, ma si possono trovare tranquillamente contratti con cifre ben più basse se calcoliamo le scuole private, le scuole civiche e regionali, e i contratti di supplenza. Se un professore ha un contratto di 10 o 12mila euro lordi l’anno, già adesso non può vivere senza un secondo lavoro, e dunque l’auto-imprenditorialità che i social permettono diventa una strada possibile. Schettini, invece di vedere in questo un problema, ne parlava in un tono elogiativo che non si vedeva dai tempi dei sofisti dell’antica Grecia, e questo ha giustamente scatenato le proteste sia di ha fatto notare la grama situazione contrattuale dei docenti, sia di chi ha fatto notare che la cultura, anche la buona cultura, non dovrebbe essere appannaggio di chi se la può permettere, bensì di tutti.
Il discorso sarebbe potuto finire qui, se Schettini non avesse rincarato la dose, ammettendo candidamente di avere «costretto» (sue parole) i suoi studenti a seguire le sue live e i suoi contenuti online, premiandoli con voti in più e minacciandoli con interrogazioni mirate. E qui si è aperto un vaso di Pandora di testimonianze, raccolte prima da MowMagazine, poi da Selvaggia Lucarelli e Dario Ali, alias crux.disperazionis, che confermano e aggravano la situazione: secondo alcuni ex studenti del periodo 2018-2020, il prof di Fisica avrebbe alimentato un sistema di valutazione basato sull’interazione social: punteggi di voto in più sarebbero stati assegnati sulla base di interazioni come pollici o cuori (valutati +0.25 o +0.50) e bonus sul voto in pagella previa consegna di report che provassero un avvenuto commento sotto i video del professore. Infine Matteo Flora, esperto di comunicazione, ha fatto un lavoro tanto semplice quanto geniale: ha analizzato tutte le live di Schettini, trovandovi tutte le prove di questo balzano metodo pedagogico. I voti in più per aver partecipato, le interrogazioni, le challenge su Facebook: tutto questo viene ammesso per bocca dello stesso Schettini, come se fosse assolutamente normale e innocuo per gli studenti.
È indicativo vedere, oltretutto, come all’inizio Schettini avesse cercato di difendersi gridando al complotto e poi solo successivamente, quando non era più possibile nascondere, si sia trincerato dietro la «libertà di insegnamento» e al fatto che avrebbe guadagnato il primo anno appena «175 euro».
La pochezza delle argomentazioni parla da sé: è il principio che conta, soprattutto quando si parla di scuola. Che Schettini abbia guadagnato molto o poco, rimane un fatto inammissibile che li abbia usati come strumento per fini personali. Che la didattica c’entri poco o nulla lo dimostra il fatto che da quando è diventato famoso ha completamente dismesso questo meccanismo di premialità, non essendo più funzionale all’accrescimento del pubblico.
Anche entrando nel merito della didattica c’è poco di cui andar fieri: libertà di insegnamento non è fare quello che pare e piace al professore, nella più totale assenza di limiti, in spregio a qualsiasi studio di pedagogia o di docimologia – che sarebbe proprio quella branca del sapere che si occupa della correttezza della valutazione. Anche senza essere fan di numeri, parametri e griglie, dovrebbe essere chiaro a tutti che non si possono dare voti a casaccio, sulla base dell’estro del momento, e addirittura – come dice candidamente in una live – andando a influire in modo retroattivo su verifiche già svolte dagli studenti. Sulla base di quale ragionamento didattico si fa tutto questo?
Come è ovvio, Schettini non ha mai dato una risposta convincente.
Nessuna conseguenza. Anzi, il palco dell’Ariston

A questo punto siamo arrivati al finale della storia: Schettini è stato redarguito pesantemente da chi di dovere, ha chiesto scusa agli studenti e sarà allontanato dalla scuola. Giusto?
Sbagliato.
Non solo Schettini non ha ricevuto la più piccola lettera di richiamo, ma, come abbiamo detto, è stato presente al Festival di Sanremo – dove peraltro ha fatto un discorso a braccio sul “disagio giovanile” senza avere alcuna competenza specifica in merito. Non solo: nelle scorse settimane sono comparse decine di articoli in suo favore – uno pure a firma di un professore dell’Università di Bologna – che minimizzavano l’accaduto, come se si trattasse di polemica sterile, o addirittura esaltano Schettini.
Nessuno – né il Ministero, né il Provveditorato – si è preso il disturbo di ammonirlo in alcun modo, e Schettini ha ripreso il tour dei teatri esattamente come prima. Nemmeno dal punto di vista mediatico ha avuto conseguenze: continua ad avere un seguito enorme ed è addirittura intervenuto sulla professoressa di Bergamo che è stata accoltellata qualche giorno fa, venendo ripreso da alcune testate e vedendosi così riconfermata la propria statura di massima autorità in ambito pedagogico.
Si potrebbe dire che è lo specchio di un paese dove, manzonianamente parlando, i furbi l’hanno sempre vinta, ma forse la realtà è ancora più inquietante. Infatti il Ministero non è per nulla lassista con chi, a suo dire, “sbaglia”. Non è stato lassista, molti anni fa, nei confronti della professoressa Lavinia Cassaro, licenziata per aver preso parte a una manifestazione poco gradita; non è stato lassista nei confronti di Cristian Raimo, sospeso per 3 mesi per aver dato del “cialtrone” al ministro Valditara; non è stato lassista con chi aveva aperto un canale Onlyfans. Quando si tratta di politica o pubblica morale, allora il tuo posto di lavoro è a rischio. Quando si tratta di speculare sugli studenti, allora va tutto bene, se hai più di un milione di follower.
La distopia dello spettacolo
Come è stato possibile tutto ciò? Come siamo arrivati a ritenerlo normale?
La questione infatti non riguarda solo il professor Schettini. Ci sono centinaia di professori che fanno gli influencer, con più o meno successo. Vediamo professori che fanno divulgazione, professori che registrano le loro lezioni e le diffondono su Youtube, professori che usano la classe come set cinematografico; professori che raccontano pillole della loro vita – come se fossero contenuti in qualche modo rilevanti. E questo lo vediamo in qualsiasi professione, dal parrucchiere al meccanico, dal barista al negoziante.
Guy Debord parlava di società dello spettacolo, ma c’è da sorridere. Oggi siamo ben oltre. È arrivato il mondo che preconizzava Andy Warhol, quando diceva che nel futuro ognuno avrebbe avuto i suoi cinque minuti di celebrità.
Siamo letteralmente dentro le distopie che si immaginavano negli anni Settanta: lo spettacolo non solo è strutturale nella società, ma è diventato indispensabile per qualunque attività umana. Sembra anche solo impossibile concepire un’attività senza spettacolo.
Come uccelli allarmati

Non si tratta di rinchiudersi nelle accademie, fuori dal mondo, venerando monasticamente una cultura polverosa che non interessa più a nessuno. Si tratta però di chiedersi qual è il prezzo di questa divulgazione, soprattutto quando si tratta di scuola e di studenti. Se, infatti, è doveroso ricordare che senza dei pionieri intelligenti come Piero Angela, Dario Bressanini, Alessandro Barbero, tantissimi contenuti culturali sarebbero appannaggio di cerchie ristrettissime, al limite dell’esoterico, bisogna però interrogarsi sui limiti e sull’etica che sottostanno al lavoro del divulgatore.
Anche presupponendo le migliori intenzioni, infatti, il lavoro del professore-influencer non può prescindere da alcune questioni tutt’altro che secondarie.
Innanzitutto, le piattaforme social non sono spazi neutri. Non sono piazze pubbliche, ma dei luoghi privati, che selezionano i contenuti in base a criteri aziendali, e che, come si sa, sono finalizzati a fare profitto attraverso la raccolta dei dati degli utenti. Inoltre, la selezione è data non da criteri di pertinenza o esaustività, come può essere l’algoritmo di Google, bensì in base a quanto un certo contenuto viene apprezzato: quindi si sta di fatto anteponendo l’intrattenimento alla cultura, e questo provoca inevitabilmente una banalizzazione, se non l’illusione che questi contenuti possano sostituire una reale preparazione scolastica.
In secondo luogo l’insegnamento online non è per forza “innovativo” e “alternativo”. Anzi, è la massima espressione della lezione frontale. Dal reel di tre minuti, alla lezione di Barbero, i contenuti sono sempre unilaterali e il confronto è dato al massimo dal commento in live. Non è possibile pensare una disparità più marcata: il professore/divulgatore è il creatore dei contenuti, è la voce che parla, e lo studente regredisce al rango di pubblico, che può di fatto solo ascoltare, ma non è mai davvero partecipe. La classe è paradossalmente uno dei pochissimi luoghi dove è possibile praticare un dibattito realmente orizzontale, data la ristrettezza dei numeri e la presenza fisica. Dunque, invece di sostenere un apprendimento che sia collettivo e cooperativo, stiamo accettando il fatto che ognuno nel chiuso della sua cameretta studi semplicemente ascoltando, in totale passività.
E infine, arriviamo alla questione più intima e profonda – e per questo più spesso misconosciuta. Attraverso questo tipo di divulgazione non si nutre semplicemente il narcisismo del professore: si nutre il narcisismo di tutti. Anche immaginando di fare cultura di qualità, anche sorvolando sul potere delle piattaforme social, anche immaginando un tipo di divulgazione che coinvolga il più possibile il pubblico, rimane un messaggio di fondo che è ineludibile, e cioè: che, in fondo, che la dimensione pubblica è preferibile a quella personale; che avere successo significa essere al centro di qualcosa. In definitiva, che essere vivi vale la pena soltanto se si è visti.
Diversi anni fa Ginevra Bompiani, intervistata da Nuovi Argomenti, aveva colto l’essenziale di questo processo con un’immagine hitchcockiana:
(…) La lettura è stata, per tanti secoli, una sospensione di realtà, una pausa dentro alla morsa degli eventi. Oggi di realtà ce n’è poca, siamo circondati di dispositivi che fingono di condurci a lei, mentre ci riportano a noi. È come vivere in una stanza piena di specchi, sperando di attraversarli. Per questo, credo, o anche per questo, si legge poco. Perché il gesto del nostro tempo non è quello di appartarsi, ma quello di sbattere contro gli specchi, o contro la gabbia, come tanti uccelli allarmati.
Questa perdita della dimensione personale in favore di un mondo dove, per ribaltare un celebre slogan femminista, il pubblico è privato, nel senso che è in funzione di un privato, e oggi ha assunto le dimensioni di una nevrosi collettiva.
E dunque la domanda rimane. Come creare una divulgazione che non alimenti costantemente questa nevrosi? Come diffondere la cultura senza rimanere imprigionati nelle maglie dei social, della visibilità, dei like e dell’engagement?



