Condizioni e limiti di una politica riformista trasformatrice a Berlino

Il testo di Fabian Nehring qui pubblicato dà il via a una serie di (ri)pubblicazioni di testi che sono stati prodotti all’interno della sinistra tedesca e che affrontano la questione di una possibile partecipazione del partito Die Linke al governo dello Stato federato di Berlino. La decisione di mettere a disposizione anche a un pubblico di lingua italiana testi che affrontano una situazione per certi aspetti lontana è stata dettata dalla qualità dell’analisi che questi testi offrono; un’analisi che si cimenta su questioni quali la teoria materialista dello Stato, i limiti e la possibilità di una politica riformista più o meno radicale, lo spazio per un’azione trasformatrice all’interno del sistema capitalistico, le condizioni per una trasformazione socialista della società, senza mai per questo perdere di vista la realtà concreta di una prassi politica che ambisce a essere realmente trasformativa, vale a dire trasformativa nel e del reale. In questo senso si tratta di testi che non sono soltanto interessanti, ma che anzi possono rivelarsi utili nella costruzione di una società alternativa.

Di seguito presentiamo una traduzione della versione aggiornata del testo di Nehring, pubblicata sulla rivista digitale Licht & Luft nelle settimane immediatamente precedenti le elezioni berlinesi, tenutesi il 20 settembre 2026. Nel frattempo Die Linke ha ottenuto il miglior risultato della sua storia a Berlino, raggiungendo il 25,7% dei voti e uscendo dalle elezioni come principale forza politica. A questo è seguito un duro attacco dei media di destra e borghesi, che hanno accusato il partito di antisemitismo e di complicità con la criminalità organizzata; una campagna di discredito che è stata cavalcata dai due partiti papabili per un possibile governo di coalizione (Die Grünen e SPD), i quali hanno usato a loro vantaggio la situazione mediatica per imporre a Die Linke la partecipazione a cosiddetti “Vorgespräche”, vale a dire a trattative prima delle trattative, come condizione necessaria per l’inizio delle trattative di governo. Il risultato è stato un accordo, una sorta di quadro per qualsiasi futura prassi di governo, che ha infiammato le divisioni già presenti all’interno di Die Linke. Nonostante e anzi proprio a causa di questi sviluppi, l’analisi di Nehring conserva ancora oggi tutta la sua validità e la sua attualità. Infatti, attraverso le divisioni e gli scontri in seno a Die Linke, nella situazione data, la questione intorno alla partecipazione a un governo di coalizione si impone come irrisolta, insieme a tutte le altre questioni ad essa correlate, rivelando la necessità di un’analisi come quella qui proposta.

Sin dalla sua fondazione, nel partito Die Linke, la sensatezza della partecipazione al governo è oggetto di discussioni animate. Già nelle organizzazioni precedenti, PDS e WASG1, questa questione costituiva uno dei principali motivi di conflitto. Il dibattito è stato riaperto anche in occasione del 10° congresso federale della Linke a Potsdam (19-21 giugno 2026). Nel frattempo la base degli iscritti del partito è cresciuta molto, arrivando a 126.000 membri2 contro i circa 50.000 di due anni fa, soprattutto grazie agli iscritti più giovani. Il quaranta per cento dei membri del partito è iscritto soltanto dal 2023. Diversi osservatori e osservatrici hanno constatato un chiaro spostamento a sinistra delle delibere durante il congresso di giugno. Nella pratica politica seguita finora dalla Linke e dalle organizzazioni che l’hanno preceduta si sono però quasi sempre imposte le forze favorevoli a una partecipazione a governi, in particolare a livello degli Stati federati, come a Brema, nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, in Turingia, nel Brandeburgo e a Berlino. Al congresso federale è stata infine lasciata mano libera alle federazioni regionali. Ciò permette oggi di riaprire la discussione anche a Berlino.

Già nel maggio 2025 il congresso della Linke berlinese aveva accolto a larga maggioranza una proposta dell’organizzazione giovanile che chiedeva un confronto sulla strategia per una partecipazione al governo. Il dibattito berlinese condotto da allora — essenzialmente attraverso iniziative della federazione berlinese e di alcune sedi distrettuali, nonché attraverso contributi sulle riviste Jacobin e LuXemburg — costituisce lo sfondo immediato delle riflessioni che seguono. In questo testo si intende riflettere, con particolare attenzione a Berlino, sulla questione se, dal punto di vista strategico, abbia senso la partecipazione al governo per un partito che si pone come obiettivo il superamento del capitalismo al fine di costruire «un altro sistema economico e sociale: il socialismo democratico»3. A tal fine è necessaria una valutazione realistica di quale ruolo un partito di sinistra possa effettivamente svolgere nel governo di uno Stato federato e di quali margini d’azione politici disponga per una trasformazione socialista attraverso una politica di riforme. Non servono astratte professioni di fede, bensì un’analisi concreta e storica delle condizioni date e dei rapporti di forza. Il presente testo intende offrire un contributo in questa direzione. Si tratta della versione rielaborata di un contributo all’interno del suddetto dibattito, diffuso originariamente in forma d’opuscolo digitale tra gli iscritti del partito a Berlino.

Il contributo si ricollega a dibattiti di lunga data all’interno del partito Die Linke e delle organizzazioni che lo hanno preceduto sul modo come una politica di riforme possa condurre a una trasformazione verso il socialismo. Con «politica riformista trasformatrice» si intende una strategia politica che orienta riforme concrete, conquistate all’interno del capitalismo, in modo tale che queste mettano in discussione i rapporti capitalistici di produzione e di dominio, acuiscano le contraddizioni e aprano così il passaggio a una trasformazione sociale di fondo. A questo scopo occorre innanzitutto discutere su quale sia il ruolo dello Stato — e dunque anche di un eventuale governo socialista — all’interno del capitalismo.

Lo Stato non è indipendente dalla sua base economica. Questo rapporto di dipendenza è stato teorizzato dalla teoria materialista dello Stato sulla scia di Marx ed Engels. Il modo in cui lo Stato regoli il capitalismo e quali margini d’azione reali siano attualmente a disposizione per un superamento del capitalismo o per riforme che lo preparino, lo si può quindi indagare soltanto sulla base di un’analisi del rapporto tra Stato ed economia, a partire dalle acquisizioni di Marx e dei teorici e delle teoriche che ne hanno raccolto l’eredità.

Il focus di questo contributo è la domanda se, specificamente nello Stato federato di Berlino e nella situazione attuale, una partecipazione al governo abbia senso. Tale domanda si pone con grande urgenza ora che il partito si attesta nei sondaggi tra il 19 e il 22 per cento4 e potrebbe quindi diventare la forza principale del campo che va dalla sinistra al liberalismo di sinistra a Berlino. Esiste un grande potenziale, chiaramente riconoscibile, nel portare avanti dall’opposizione una politica di sinistra di successo e nell’incalzare i governi conservatori in alleanza con i movimenti di protesta. La storia della Repubblica Federale mostra che lo stato sociale tedesco è stato ampliato per lo più da governi conservatori che temevano una sinistra in ascesa nella politica e nella società e che reagivano alle sue rivendicazioni. L’introduzione della pensione statale sotto Bismarck nel quadro delle leggi (anti)socialiste è l’esempio storico più noto. Un altro è l’introduzione del salario minimo su impulso della SPD, realizzata dalla grande coalizione [CDU/CSU e SPD] per timore del rafforzamento del nostro partito [Die Linke]. Il più recente riguarda la politica degli affitti: l’orientamento di Die Grünen e SPD verso l’introduzione di un catasto degli affitti, dello scanner degli affitti5 e di altre misure per il rafforzamento della tutela degli inquilini, realizzate dalla coalizione nero-rosso [CDU-SPD] a Berlino. Contrariamente alla percezione di molti e all’orientamento strategico di alcuni – anche all’interno di Die Linke – una politica di sinistra può essere portata avanti con successo anche da una posizione esterna al governo.

Parte I: Lo Stato capitalista

Secondo Marx lo Stato borghese è una scaturigine della società borghese, un’istanza estraniata e autonoma, che la società ha partorito fuori da se stessa6. «Ogni interesse comune venne subito staccato dalla società, contrapposto ad essa nella forma d’interesse superiore e generale, sottratto all’attività autonoma dei membri della società e trasformato in oggetto dell’attività di governo»7. In quanto tale, lo Stato è sì distinto dalla società, ma non indipendente da essa. È al tempo stesso prodotto e parte costitutiva della società capitalistica. Secondo la formulazione di Engels, nel sistema borghese lo Stato è il «capitalista collettivo ideale», che garantisce le premesse della riproduzione del capitale ed è quindi «Stato dei capitalisti»8. Ciò comprende, accanto ai compiti classici dello Stato — l’approntamento di esercito, polizia e giustizia — anche la garanzia di uno dei presupposti più importanti del rapporto di capitale: la riproduzione dei portatori della forza-lavoro, cioè dei lavoratori salariati. Il suo compito è assicurare che il capitale possa disporre di forza-lavoro anche a distanza di più generazioni: i lavoratori e le lavoratrici delle successive generazioni devono infatti venire messi al mondo, allevati e formati, oppure reclutati dall’estero. Lo Stato, lungi dall’essere neutrale, ha un ruolo attivo come organizzatore e garante delle condizioni di accumulazione capitalistica, indipendentemente dagli interessi di singoli capitali o di frazioni del capitale. Il suo compito specifico consiste nel garantire le condizioni generali del processo di valorizzazione del capitale, poiché la riproduzione del capitale costituisce la base materiale della sua stessa esistenza. Un limite immanente segna qualsiasi impegno dello Stato a favore degli interessi dei lavoratori salariati o dei piccoli lavoratori in proprio, cioè della grande maggioranza della sua popolazione. Un tale impegno può realizzarsi solo nella misura in cui non metta in discussione il modo di produzione capitalistico e le sue fondamenta. Anche dopo che parti del movimento (socialdemocratico) dei lavoratori e delle lavoratrici hanno formato governi in vari paesi europei, lo Stato continua tutt’ora, senza interruzioni, a garantire le condizioni per il funzionamento del modo di produzione capitalistico.

All’interno dell’analisi materialista dello Stato che si richiama a Marx esistono punti di vista differenti sulla questione se lo Stato debba essere inteso come uno strumento diretto della classe dominante (Ralph Miliband o la teoria del capitalismo monopolistico nella tradizione del marxismo-leninismo) oppure se il carattere capitalistico dello Stato si imponga soltanto in forma mediata, cosicché esso presenta un’autonomia relativa che apre spazi per riforme, senza che ciò comporti necessariamente il superamento del carattere di classe dello Stato (Antonio Gramsci, Johannes Agnoli, Nicos Poulantzas, Joachim Hirsch, Bob Jessop, Alex Demirović). Tutte queste letture concordano tuttavia sul fatto che il compito essenziale e la ragion d’essere dello Stato consistono nell’organizzare e mantenere le condizioni dell’accumulazione del capitale.

Lo Stato capitalista contemporaneo non è dunque soltanto un «potere [pubblico] per l’oppressione della classe lavoratrice, una macchina del dominio di classe»9: esso è potenzialmente anche un potere che può essere impiegato nell’interesse della classe dei lavoratori e delle lavoratrici. Accanto alla tutela per legge dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, alla regolazione dei mercati finanziari e della produzione in vista di una trasformazione socio-ecologica, alla protezione sociale attraverso l’ampliamento dello Stato sociale e all’organizzazione dei servizi essenziali di base come l’abitare — che, seguendo Gøsta Esping-Andersen, si può intendere anche come una demercificazione quantomeno graduale del lavoro salariato10 —, all’energia, al trasporto pubblico locale e ai trasporti in generale, sarebbe possibile intervenire anche sui diritti di proprietà e realizzare uno spostamento graduale del baricentro da una produzione orientata al profitto a una produzione orientata al valore d’uso e ai bisogni delle persone. Già in Marx si trova l’ipotesi che «la classe lavoratrice [possa conquistare] la maggioranza in parlamento o al congresso e […] eliminare per via legale le leggi e le istituzioni che ostacolano il suo sviluppo»11. Altrove, però, Marx osserva anche che «la classe lavoratrice […] non può limitarsi a impadronirsi della macchina statale così com’è ed a metterla in moto per i propri fini»12.

Lo Stato organizza, filtra e seleziona i singoli interessi del capitale componendoli in un interesse complessivo, al fine di garantire le condizioni generali di valorizzazione del capitale. Ciò avviene sotto due aspetti: in primo luogo economico, in secondo luogo politico. Nella tutela politica delle condizioni di valorizzazione del capitale rientrano misure ideologiche e sociali che hanno anche lo scopo di prevenire frizioni politico-sociali e di pacificare e integrare gli elementi di opposizione della società. A questo scopo lo Stato borghese impone l’interesse complessivo ideale del capitale anche contro singole frazioni del capitale stesso. Uno dei primi esempi di ciò è la sicurezza sul lavoro. Nel Capitale Marx ha definito la «legislazione sulle fabbriche» come «prima reazione consapevole e pianificata della società alla forma assunta in modo naturale e spontaneo dal suo processo di produzione», cioè della produzione capitalistica, e come «un prodotto necessario della grande industria»13. Infatti l’incombente logoramento dei portatori della forza-lavoro, i lavoratori e le lavoratrici, rese necessario già nella Gran Bretagna dell’epoca di Marx che «il capitale venisse finalmente messo alla catena di una regolamentazione per legge»14.

Al singolo capitale non interessa garantire la riproduzione della forza-lavoro sul piano sociale complessivo. Conta soltanto il proprio fabbisogno di forza-lavoro, dalla quale si deve estrarre di volta in volta quanto più possibile al minor salario possibile, anche se ciò va a intaccare l’esistenza fisica di chi porta questa forza-lavoro, i lavoratori e le lavoratrici. «La produzione capitalistica sviluppa dunque la tecnica e la combinazione dei fattori del processo di produzione sociale soltanto minando al tempo stesso le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e il lavoratore»15. La garanzia della riproduzione della forza-lavoro attraverso la sicurezza sul lavoro, la tutela dell’ambiente, i sistemi di assicurazione sociale e l’assistenza sanitaria, così come la qualificazione di base per le diverse attività sotto forma di istruzione generale o specifica, ricade quindi — accanto alla famiglia e dunque storicamente in particolare ai suoi membri di sesso femminile — anche sullo Stato.

Il capitale cerca sempre nuove vie per trasformare la forza-lavoro in lavoro redditizio16. Con il mutare della produzione mutano anche i requisiti di qualificazione della forza-lavoro. All’«aumento e allo sviluppo delle forze produttive» si accompagna lo «sviluppo di un sistema sempre più esteso e onnicomprensivo di tipi di lavoro, di tipi di produzione, cui corrisponde un sistema di bisogni sempre più ampio e più ricco»17. Questo sviluppo pone anche allo Stato capitalista nuove esigenze per quanto riguardo l’organizzazione della qualificazione della forza-lavoro e la protezione dei lavoratori salariati, e nelle economie capitalistiche avanzate ha reso storicamente necessario l’ampliamento dei sistemi di assicurazione sociale e della formazione, al fine di soddisfare il fabbisogno di lavoro qualificato. Così si spiegano anche l’espansione storica dell’attività statale e lo sviluppo dello Stato sociale di impronta occidentale, o meglio europea, a partire dalla necessità dell’accumulazione. La logica della valorizzazione del valore è iscritta anche negli apparati statali più avanzati e sociali.

I contributi statali tornano sì spesso utili soprattutto ai gruppi a reddito più basso, cioé in particolare alla classe dei lavoratori salariati e ai piccoli lavoratori in proprio. Essi sono però funzionalmente orientati al mantenimento e alla riproduzione della forza-lavoro della classe che vive di salario, il che ne costituisce il limite. Per finanziare questi compiti lo Stato dipende dal successo del “proprio” capitale nazionale o da quello del capitale internazionale investito entro i suoi confini, poiché si finanzia con risorse che derivano dalla produzione capitalistica e dalla valorizzazione del valore. Lo Stato si finanzia mediante imposte, che riscuote direttamente tassando le imprese e le rendite da capitale e da locazione, oppure indirettamente tassando i salari o attraverso le imposte sui consumi. Le possibilità di finanziare i contributi statali e di mantenere le proprie funzioni derivano dal successo dell’accumulazione del capitale, che a sua volta, proprio per questo, è anche presupposto del finanziamento dei compiti dello Stato. Lo Stato capitalista può ridistribuire il plusprodotto collettivo soltanto entro un quadro economicamente sostenibile per il capitale. I contributi sociali non soltanto proteggono i lavoratori salariati da rischi quali la malattia, la disoccupazione e dal bisogno di assistenza, ma hanno anche un effetto integrativo e stabilizzano la congiuntura nei periodi di crisi. Queste misure non si spiegano unicamente come risultato di lotte di classe contro il capitale; non sono unicamente una reazione a incombenti circostanze rivoluzionarie in epoche passate, bensì presentano un duplice carattere. Da un lato alleggeriscono la condizione dei lavoratori salariati, dall’altro agiscono in senso integrativo e assicurano la disponibilità di un serbatoio di forza-lavoro qualificata secondo i bisogni del capitale. Le riforme che mirano all’ampliamento dello Stato sociale sono sì nell’interesse a breve e medio termine dei lavoratori salariati, ma non contribuiscono in alcun modo a realizzare il loro interesse di lungo periodo: il superamento del dominio del capitale. Per questo occorre mettere in discussione i rapporti di proprietà e la logica del profitto del capitale. Le riforme possono prendere il via da qui, per esempio attraverso la socializzazione di «suolo, risorse naturali e mezzi di produzione» ai sensi dell’art. 15 della Legge Fondamentale, e attraverso l’orientamento della produzione alla soddisfazione dei bisogni anziché al profitto.

Parte II: Gli Stati federati

Da una prospettiva marxista gli Stati federati della Repubblica Federale Tedesca sono componenti funzionali all’interno dell’apparato statale borghese complessivo. Essi assolvono compiti centrali nel consolidare la socializzazione capitalistica a livello subnazionale. Per esempio, intervengono nella riproduzione della forza-lavoro (istruzione, sanità, tutela sociale), nella politica di attrattività territoriale e nell’integrazione ideologica. La loro autonomia istituzionale è dunque espressione di una differenziazione organizzativa dello Stato, non però di autonomia politica nel senso di un potere sovrano e indipendente di governo. Circa l’80% dei compiti delle amministrazioni degli Stati federati consiste nella pura attuazione delle leggi federali, e anche la situazione finanziaria difficilmente può venire influenzata senza il governo centrale.

Gli Stati federati non sono Stati “in sé”, bensì unità amministrative territoriali all’interno di uno Stato capitalista complessivo. I loro compiti e i loro margini d’intervento derivano – come quelli dello Stato nel suo insieme – dalle esigenze funzionali della valorizzazione del capitale e del consolidamento del dominio; sono inoltre limitati dalla ripartizione delle competenze stabilita a livello centrale. La loro esistenza è contingente, un caso storico. L’affermarsi dello Stato borghese avviene «in circostanze già esistenti, date e tramandate»18, e nel caso tedesco l’istituzione di Stati federati si ricollega alle condizioni storiche della formazione dello Stato nazionale – in particolare al frazionamento in piccoli Stati che precedette la fondazione dell’Impero tedesco. Alcuni Stati capitalistici sono strutturati in modo centralizzato, altri in modo federale. La funzione fondamentale di mantenimento delle condizioni di produzione e di riproduzione del capitale rimane però identica in entrambi i casi. È vero che lo Stato, e quindi anche gli Stati federati, dispongono entro gli spazi di manovra loro concessi di un’autonomia relativa che consente di spostare i rapporti di forza a favore degli interessi a breve e medio termine della classe dei lavoratori e delle lavoratrici, di contrastare il potere del capitale, di migliorare la vita dei lavoratori e delle lavoratrici nel capitalismo e di proteggerli dalla cieca forza distruttiva e dal disinteresse del capitale. Tuttavia, senza un intervento sui rapporti di proprietà, qualsiasi politica di riforme rimane priva di prospettive rispetto all’obiettivo di introdurre il socialismo.

Parte III: Il neoliberismo come progetto di classe

I progetti di riforma finora riusciti del movimento operaio hanno consistito soprattutto nel recupero tardivo di promesse liberali. Rientrano in questa categoria: il superamento delle lacune di rappresentanza attraverso il suffragio universale e paritario, compreso il voto alle donne, la concessione della cittadinanza a persone con una storia di migrazione, le pari opportunità nell’istruzione (che però hanno scalfito appena il dominio delle élite consolidate19), la tutela del lavoro. Si aggiunge la redistribuzione della ricchezza mediante il reddito secondario e i sistemi di assicurazione sociale. Questi risultati sono stati tappe importanti. Già Marx ed Engels vedevano nella «conquista della democrazia»20, in quanto primo passo della rivoluzione della classe lavoratrice, e nell’attenuazione delle frizioni del capitalismo21 obiettivi importanti. Eppure, nei momenti della loro maggiore forza storica — sia dopo la Prima sia dopo la Seconda guerra mondiale — i partiti di sinistra non hanno affrontato il carattere di classe dello Stato. Né hanno realizzato riforme veramente trasformatrici.

Ma anche i successi storici del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici ottenuti attraverso la partecipazione ai governi non sono irreversibili. Sebbene abbiano portato a un ampliamento dello Stato sociale, essi non hanno toccato il modo di produzione capitalistico. Già a partire dagli anni Ottanta lo Stato borghese in Germania è stato sottoposto a una ristrutturazione. Le regolazioni del capitale – in particolare dei mercati finanziari – vigenti nell’ordine postbellico, come pure il regime di produzione fordista, sono state in larga misura smantellate. Il neoliberismo, inteso secondo David Harvey come un progetto di restaurazione o di nuova formazione del potere di classe capitalista a spese del lavoro organizzato22, ha rappresentato nella sua variante tedesca un attacco pressoché totale al potere istituzionale del movimento (riformista) dei lavoratori e delle lavoratrici. Attraverso misure legislative, il potere di classe del movimento riformista dei lavoratori e delle lavoratrici è stato progressivamente eroso. Nella Repubblica Federale Tedesca, esempi di queste misure sono le riforme Hartz e le riforme delle pensioni, che hanno ridotto la demercificazione del lavoro salariato peggiorando così la posizione negoziale dei singoli lavoratori salariati.

Anche attraverso decisioni di carattere organizzativo sono stati ridotti con successo i margini d’azione dello Stato e quindi le possibilità d’intervento delle maggioranze democratiche. Esempi concreti sono le privatizzazioni delle Poste, delle Ferrovie e di molte altre imprese pubbliche federali, comunali e di proprietà degli Stati federati. A ciò si aggiunge la trasformazione di uffici pubblici in imprese, vendute in parte a capitali privati e in parte rimaste di proprietà statale. Questa riduzione dello spazio d’azione delle maggioranze democratiche è stata ulteriormente limitata e consolidata dall’affermarsi dello «stakeholder management» e dal coinvolgimento di interessi privati – dalle imprese commerciali fino alle istituzioni del settore privato “senza scopo di lucro” e ai loro interessi manageriali. Gli obblighi e i trattati internazionali giocano un ruolo ugualmente rilevante. La tutela giuridica degli interessi del capitale opera infatti su più livelli: dalle leggi ordinarie fino all’inserimento del freno al debito nella Legge Fondamentale. Ancora più stringenti sono però i vincoli sovranazionali assunti dalla Repubblica Federale, in primis attraverso l’Unione Europea. Qui una serie di accordi di libero scambio e di protezione degli investimenti tutela l’interesse di valorizzazione del capitale internazionale, riducendo così i margini di manovra per eventuali riforme.

Dagli anni Novanta un numero crescente di servizi pubblici non viene più offerto dallo Stato, bensì tramite terzi. La ragione risiede in riforme neoliberali, che hanno puntato su privatizzazione, concorrenza e gestione di tipo aziendalistico nel settore pubblico. Gran parte dei servizi essenziali viene oggi erogata per conto dello Stato, anziché direttamente da esso. Nel dibattito sul cosiddetto Nuovo Modello di Gestione [Neuer Steuerungsmodell] – la variante tedesca del New Public Management, cioè il progetto di ristrutturazione neoliberale degli apparati statali — questo modello viene definito «Stato garante» in contrapposizione allo «Stato assistenziale», che fornisce direttamente i servizi. Queste e altre riforme neoliberali hanno perseguito obiettivi precisi: limitare gli spazi d’azione democratici, interferire nelle decisioni degli Stati federati e dei comuni, scavalcare l’autogoverno e l’autonomia politica delle diverse articolazioni dello Stato e forzare tagli o privatizzazioni tanto «reali» quanto «formali». Per privatizzazione «reali» si intende una vendita o un’esternalizzazione (outsourcing o subcontracting) al capitale privato o a enti gestori privati; le privatizzazioni «formali» o «apparenti» [unecht] consistono invece nella creazione di imprese che restano di proprietà pubblica ma operano secondo principi del settore privato.

Negli anni Dieci del Duemila, il freno al debito si è aggiunto alle riduzioni di tasse già introdotte. Per effetto di questa autolimitazione giuridica, lo Stato ha perso i mezzi finanziari per condurre un’ ampia politica di redistribuzione o per costruire apparati capaci di assolvere i compiti della riproduzione in forma statale, anziché affidarli al mercato e alla logica del profitto. La riforma del freno al debito del 2025 ha cambiato il quadro, ma selettivamente. La Federazione può ora investire senza limiti nel riarmo23 e ha istituito fondi speciali per infrastrutture e settore militare. In tutti gli altri ambiti — concretamente in quelli di competenza degli Stati federati e dei comuni, come i servizi essenziali locali, il sistema di tutela dei minori, l’istruzione e altri ancora — si deve risparmiare, sebbene gli Stati federati e i comuni abbiano ottenuto la possibilità di contrarre debiti aggiuntivi fino allo 0,35 per cento del PIL. Inoltre la pressione che le spese per il riarmo esercitano sul bilancio federale, a partire dal quale continuano a dover venire pagati gli interessi sul debito contratto per il riarmo, impedisce già oggi in maniera acuta un alleggerimento degli Stati federati e dei comuni24. Anche la legislazione fiscale rilevante, che potrebbe venire modificata con una maggioranza semplice (in parte attraverso il coinvolgimento del Bundesrat), rientra tra le competenze della Federazione. Gli sgravi fiscali paralleli che il governo federale concede al capitale e sui redditi generano, nel lungo periodo, un’ulteriore pressione al pareggiamento dei conti e alla riduzione del deficit25.

Parte IV: Rapporti di forza

Per modificare queste limitazioni che lo Stato capitalista si è autoimposto servirebbero maggioranze politiche a favore di un’ulteriore riforma della Legge Fondamentale e del freno al debito; maggioranze che allo stato attuale non sono realistiche. Una trasformazione reale richiede però ben più che semplici correzioni. Servono riforme che mettano in discussione i rapporti di dominio e di proprietà e che conducano a una (ri)democratizzazione e a un orientamento ai bisogni della popolazione, anziché all’accumulazione del capitale. Per questo è necessario disporre di maggioranze di sinistra stabili il cui obiettivo esplicito sia il socialismo. Idealmente, queste maggioranze dovrebbero essere sufficientemente ampie da permettere — con una certa regolarità — di raggiungere anche maggioranze in grado di modificare la Legge Fondamentale.

La struttura federale della Germania costituisce un ulteriore ostacolo. Storicamente ha frenato i cambiamenti e radicato posizioni di veto opposte a una trasformazione. Per cambiare qualcosa attraverso delle riforme a livello federale non basta governare in un solo Stato federato, perché i punti di leva essenziali rientrano nella competenza del governo federale. Inoltre, anche un governo federale riformista di sinistra — oggi del tutto utopico — avrebbe bisogno di una maggioranza nel Bundesrat che lo sostenga. Un successo elettorale isolato non basterebbe dunque. Servirebbe una voglia di cambiamento che investa l’intera società, accompagnata da un sostegno diffuso alla politica di riforme trasformatrice; qualcosa che non si produce attraverso compromessi in sede parlamentare, bensì presuppone ampi movimenti fuori dal parlamento.

Neppure gli apparati statali sono neutrali. Secondo Poulantzas, essi sono «la condensazione materiale di un rapporto di forze tra classi e frazioni di classe»26, all’interno del quale il capitale rimane il blocco dominante. Come già diceva l’ex senatore berlinese del PDS durante il governo rosso-rosso [PDS/Die Linke-SPD], Harald Wolf, riprendendo l’ex esponente dei Grünen Verena Krieger, lo Stato «non è una bicicletta su cui ci si possa semplicemente sedere e pedalare in una direzione qualsiasi»27. Per Poulantzas, la cui teoria materialista orientata all’azione rende possibile pensare un governo di sinistra come veicolo per lo spostamento dei rapporti di forza28, la conquista del governo non basta a spostare questi rapporti. Gli apparati statali stessi – il personale, il modo di funzionare, il rapporto tra esecutivo e organi di controllo – devono venire trasformati, e ciò può avvenire soltanto attraverso un movimento di massa e l’organizzazione di un contropotere. Il nesso causale è cruciale: va dal movimento allo spostamento dei rapporti di forza, non viceversa. Scrive Poulantzas, «alle lotte» spetta «il ruolo primario e fondamentale»29.

Una società di classe già mobilitata è dunque un presupposto per il successo di un governo socialista riformista. Ma la realtà è diversa: attualmente abbiamo una società di classe depoliticizzata. Il movimento extraparlamentare a Berlino è oggi debole. La strategia della politica di campagne extraparlamentari, che tra gli anni Duemila e gli anni Dieci aveva potuto vantare quantomeno successi puntuali, si è esaurita. Da ultimo con Fridays for Future, pur registrandosi successi di mobilitazione extraparlamentare (in parte critici verso il capitalismo, ma decisamente non socialisti), non è derivato alcun radicamento efficace degli obiettivi in strati più ampi della popolazione. Gli obiettivi del movimento non si sono nemmeno radicati durevolmente in organizzazioni e partiti. In conseguenza di questo lungo insuccesso, nella sinistra extraparlamentare si osserva una tendenza crescente a un riorientamento verso forme organizzative più solide: lavoro di quartiere e collaborazione più stretta con la sinistra rappresentata in parlamento30. L’afflusso al partito Die Linke è esso stesso il risultato di questo fallimento prolungato del lavoro di campagna dei gruppi extraparlamentari. A Berlino, Die Linke si sta trasformando sempre più in un partito di classe che organizza, integrando il proprio lavoro parlamentare con l’attivismo extraparlamentare, il radicamento nei quartieri e strategie di coordinamento31. Questo sviluppo, però, è ancora agli inizi.

Parte V: La dipendenza strutturale e la situazione di bilancio di Berlino

Berlino come Stato federato è strutturalmente dipendente dal governo federale: oltre alla necessità di attuare la legislazione federale, anche la situazione finanziaria è difficilmente influenzabile senza il governo centrale. Il deficit attuale di circa 5 miliardi di euro può essere compensato solo in parte attraverso nuovi indebitamenti – i cui interessi limiteranno ulteriormente il margine di manovra di bilancio per anni. Questo vincola qualsiasi futuro governo di Berlino e mette in discussione anche la promessa principale di Die Linke: non introdurre tagli ai servizi sociali essenziali. La politica fiscale del governo federale aggrava ulteriormente il quadro. Mantiene i margini d’azione degli Stati federati e dei comuni ristretti e aggrava il loro sottofinanziamento. Tutto questo si inscrive in una serie di passate riduzioni fiscali che hanno già causato il peggioramento o la soppressione totale di servizi pubblici. Attualmente il governo federale sta portando avanti un graduale smantellamento dello stato sociale in materia di pensioni, sanità, garanzia del sostentamento, assistenza e servizi per l’infanzia e l’adolescenza. Anche i dipendenti del settore pubblico e i lavoratori e le lavoratrici degli enti gestori privati pagano il prezzo di questa pressione sui costi: salari in discesa, intensificazione dei ritmi di lavoro, inquadramenti contrattuali in fasce retributive inferiori, peggiori condizioni di lavoro e, nel caso di esternalizzazioni e privatizzazioni dei servizi pubblici, una precarietà crescente per i dipendenti. La democrazia e l’autonomia amministrativa dei distretti berlinesi vengono svuotate, dal momento che nella pratica non esistono quasi più margini per decisioni politiche. Perfino i distretti berlinesi che finora avevano gestito le proprie risorse «con successo» secondo lo strumento neoliberale della contabilità costi-prestazioni vengono costretti a risparmiare o scivolano in deficit. In questo caso, vengono sottoposti a risanamento finanziario, perdendo di fatto la capacità di autogoverno32.

La situazione di bilancio dello Stato federato di Berlino non è meglio. Nel bilancio biennale 2026/2027 definitivamente approvato, è previsto un deficit finanziario rettificato di circa 5,7 miliardi di euro nel 2026 e di circa 5,2 miliardi di euro nel 202733. Di conseguenza, l’attuazione del programma elettorale della Linke berlinese rimane subordinata alle disponibilità finanziarie. Le proposte contenute nel programma elettorale sono tutte corrette, ma presuppongono investimenti significativi in infrastrutture, personale e risorse amministrative. Pochissime, però, hanno una portata trasformatrice. Ciononostante, nelle condizioni di sottofinanziamento strutturale che caratterizzano la regolazione neoliberale dell’attività statale attraverso il freno al debito e in quelle di una stagnazione o recessione che limitano le entrate fiscali, le possibilità pratiche di attuare anche solo una politica socialdemocratica sono pressoché inesistenti.

Parte VI: Le lezioni delle coaliizioni Rosso-Rosso [PDS/Die Linke-SPD] e Rosso-Verde-Rosso [Die Linke-Die Grünen-SPD]

Lo Stato di Berlino ha già dovuto fare questa esperienza sotto gli occhi e con il tacito consenso del PDS durante il governo rosso-rosso. Il PDS ha contribuito all’attuazione di un ampio programma di risanamento dei conti pubblici e come partito di governo si è accontentato di «impedire il peggio». Ma il PDS ha così reso di fatto possibile la ristrutturazione neoliberale della città: lo scorporo di imprese dall’amministrazione e il radicamento di meccanismi aziendali – e quindi della logica del profitto – nel settore pubblico; la riduzione del personale nonché la frammentazione dei lavoratori del settore pubblico, che hanno di fatto ridimensionato il potere dei sindacati; e infine la svendita del patrimonio pubblico.

Sebbene ancora oggi dai partiti di centro giungano attestati di rispetto per quel «pragmatismo», Die Linke non ha mai più raggiunto a Berlino il risultato elettorale del 22,6 per cento ottenuto nel 2001. In generale, il bilancio dei partiti di sinistra, soprattutto quando partecipano a una coalizione come partner minori, è una regolare perdita di consensi. La ricerca politologica è inequivocabile su questo punto. Carsten Braband ha analizzato per Jacobin questi dati e in particolare i risultati elettorali della PDS/Die Linke: «Come partner minore di coalizione, le federazioni regionali della Linke/PDS hanno peggiorato i propri risultati elettorali in media di 4,3 punti percentuali. Nel migliore dei casi hanno mantenuto i propri risultati con guadagni minimi, come in Meclemburgo-Pomerania Anteriore nel 2006. Al contrario, spiccano le forti perdite dopo il “senato dei tagli” a Berlino nel 2006 e le due elezioni nel Brandeburgo del 2014 e del 2019. […] Soltanto come partito di opposizione Die Linke è finora riuscito a ottenere aumenti sostanziali di voti»34.

Anche quando è la forza principale della coalizione, ci si aspetta da Die Linke un cambiamento positivo. Se questo non è possibile, a causa dei rapporti di forza e della situazione di bilancio, anche il partito alla guida della coalizione verrà punito, come è accaduto dal 1999 a ogni partito che ha guidato la coalizione a Berlino. In cinque dellle sei elezioni, il partito del sindaco reggente ha perso consensi; in tutte e sei le elezioni, ha perso voti in termini assoluti. L’unica eccezione, quella del 2006, si spiega secondo l’analisi di Braband unicamente con il calo dell’affluenza rispetto alle elezioni precedenti.

Durante il periodo della coalizione rosso-rosso il bilancio dello Stato di Berlino è stato ridotto da 24,36 miliardi di euro (2001) a 22,57 miliardi di euro (2011). Al netto dell’inflazione ciò corrisponde a una riduzione del bilancio di circa il 26,85 per cento35. Sotto il governo rosso-rosso, nella situazione di emergenza finanziaria di allora, si giunse a una svendita senza precedenti della città. La privatizzazione della GSW36 (circa 60.000 alloggi) e della GSG37, nonché lo scorporo di settori di servizio presso Vivantes e la Charité in società controllate autonome, che ha consentito la sistematica evasione contrattuale a danno di migliaia di dipendenti, sono stati avallati dal partito38.

A causa di queste misure di austerità attuate nel corso di decenni non soltanto dai governi rosso-rosso, ma anche da quelli che li hanno anticipati e seguiti — insieme alle decisioni di esternalizzare servizi e alla carenza strutturale di personale, aggravata in molti settori da salari relativamente bassi, anch’essi frutto delle misure di austerità dell’amministrazione regionale —, le risorse dell’amministrazione di Berlino si sono notevolmente ridotte. In singoli dipartimenti persino funzioni centrali, come la gestione contabile dei contributi, vengono ormai esternalizzate e affidate a fornitori privati. A ciò si aggiunge che determinati compiti sono stati trasferiti a società di servizi di proprietà dello Stato di Berlino che detengono di fatto una posizione di monopolio e non si orientano in primo luogo ai bisogni dell’amministrazione, né tantomeno a quelli dei berlinesi. Così il Berliner Immobilienmanagement GmbH (BIM) e il IT-Dienstleistungszentrum Berlin (ITDZ) appartengono formalmente allo Stato di Berlino, ma sono organizzati secondo i criteri del settore privato (privatizzazione solo formale), fra l’altro con l’obiettivo di generare utili da versare al bilancio berlinese. In questo modo PDS/Die Linke ha svolto a Berlino il ruolo di complice nello smantellamento dello stato sociale e nell’attuazione di politiche neoliberali di tagli. Le conseguenze di questa politica di austerità della coalizione rosso-rosso si avvertono ancora oggi. La partecipazione alla svendita neoliberale ha danneggiato enormemente PDS e Die Linke, il suo partito successore. Solo oggi, quasi 25 anni dopo e non casualmente come partito di opposizione, Die Linke torna ad avvicinarsi nei sondaggi a un risultato paragonabile a quello del 2001.

Altrettanto poco entusiasmante appare il bilancio della partecipazione al governo della Linke berlinese dal 2016 fino alla ripetizione delle elezioni per l’Assemblea legislativa di Berlino nel 2023. Come prezzo per la partecipazione al governo nel 2021 Die Linke, sotto la guida di Klaus Lederer e Katina Schubert, acconsentì a rimandare a una commissione di esperti il referendum vittorioso «Deutsche Wohnen & Co enteignen»39. La campagna “Deutsche Wohnen & Co enteignen” era stata un esempio concreto e pratico di politica socialista, capace di mobilitare le masse. La commissione di esperti insediata dal breve governo rosso-verde-rosso produsse però una depoliticizzazione della questione della socializzazione. La perizia elaborata dalla commissione in sedute non pubbliche risultò sì in larga misura favorevole alle posizioni della campagna, ma per lungo tempo a Berlino nessuno parlò più di socializzazione e l’impatto pubblico di quella perizia è stato pari a zero. Solo la propaganda attiva a favore della socializzazione durante la campagna elettorale della Linke berlinese per le elezioni della Camera dei deputati del 2026 ha nuovamente attirato l’attenzione pubblica, facendo dell’attuazione del referendum una delle rivendicazioni centrali. Di rilevante, del periodo di governo iniziato nel 2016, è rimasta essenzialmente la mensa gratuita nelle scuole primarie. L’ambizioso progetto regolatorio del tetto agli affitti a livello cittadino è naufragato nel 2021 davanti alla Corte costituzionale federale per una questione di competenza. Nelle elezioni ripetute del 2023 Die Linke, dopo un contratto di coalizione del 2021 estremamente sfavorevole per il partito, ottenne con il 12,2 per cento il suo secondo peggior risultato dal 199040.

Il governo rosso-verde-rosso non ha revocato quasi alcuna decisione presa dal governo rosso-rosso. Anzi, ha proseguito e approfondito le politiche in contrasto con una vera riforma trasformatrice: la prosecuzione delle espulsioni, la privatizzazione della S-Bahn nel frattempo avvenuta41, la firma della letter of intent per Karstadt e una garanzia per un prestito al corrotto investitore di Karstadt René Benko. Ad oggi gli uffici locali — in particolare nell’ambito dei servizi per i minori e della sanità — sono sovraccarichi, e i dipendenti dei distretti sono retribuiti in modo nettamente peggiore rispetto all’amministrazione berlinese o federale. Inoltre, i compiti pubblici vengono sempre più privatizzati e ampiamente esternalizzati al cosiddetto panorama dei gestori privati, dove regnano spesso condizioni di impiego precarie. I distretti sono stati trascinati in una concorrenza distruttiva per realizzare i tagli di costi maggiori. Di gestione socialista a Berlino non si può proprio parlare. La vendita delle imprese e degli immobili di proprietà dello Stato federato, nonché la scelta di esternalizzare i servizi dell’amministrazione presso imprese organizzate secondo il diritto privato o di lasciarli direttamente al mercato, restringono significativamente i margini per possibili modifiche della prassi amministrativa e per delle riforme.

Gli attuali sforzi del gruppo parlamentare di Die Linke nella Camera dei deputati di Berlino per costruire un’alleanza con le direzioni aziendali e le associazioni degli enti gestori privati – una strategia presente anche nel programma elettorale – alimentano speranze illusorie. Ci si aspetta infatti di trovare un sostituto al radicamento fra i dipendenti e la popolazione berlinese, ma questa strategia ignora le contraddizioni interne agli enti gestori privati e alle loro associazioni, che spesso offrono ai propri dipendenti solo rapporti di lavoro a termine con salari al di sotto dei livelli previsti dai contratti collettivi, perseguendo in primo luogo i propri interessi economici. Inoltre, la dipendenza delle aziende e degli enti gestori privati dalle decisioni in materia finanziaria del governo dello Stato federato li vincola necessariamente al governo in carica. Un’aperta presa di posizione a favore della Linke sarebbe semplicemente dannosa per il loro affari.

Parte VII: Le opzioni di coalizione 2026

Vista l’attuale situazione di bilancio, i vincoli del freno al debito e la persistente carenza di personale qualificato, è prevedibile che la necessaria modernizzazione dell’amministrazione, unita a un potenziamento e a uno sviluppo delle strutture amministrative, sarà difficilmente realizzabile. A ciò si aggiunge che una partecipazione al governo nello Stato di Berlino, allo stato attuale e perfino nell’ipotesi più ottimistica di un sindaco o una sindaca di sinistra che ottenga fino al 22 per cento dei voti, sarebbe possibile soltanto in alleanza con Die Grünen o con SPD, cioè con le versioni tedesche del neoliberismo progressista.

Con questi partiti gli spazi di convergenza per una politica socialista sono semplicemente inesistenti. È possibile soltanto una politica progressista negli ambiti culturali, come l’affermazione di programmi liberali contro le discriminazioni e una maggiore regolamentazione del mercato degli affitti, nel migliore dei casi accompagnata da una redistribuzione di piccola portata (per la quale, come discusso sopra, attualmente non è disponibile alcuna copertura finanziaria). Una politica trasformatrice, come per esempio l’esproprio e la socializzazione dei servizi essenziali a partire da DWE [Deutsche Wohnen & Co. N.d.T.], non è realizzabile insieme con questi partiti. Lo ha chiarito pubblicamente il candidato di punta di SPD, Steffen Krach42. Anche Die Grünen, pur dichiarandosi formalmente favorevoli al referendum, nella pratica mantengono un atteggiamento di attesa.

La presidente della Linke a livello federale, Ines Schwerdtner, ha dichiarato pubblicamente l’attuazione del referendum come condizione per una partecipazione al governo della Linke berlinese, ribadendo così ancora una volta la posizione della federazione berlinese, che ha stabilito in più occasioni, sia nel programma sia in una delibera del suo comitato, che «ogni coalizione di governo con la partecipazione della Linke [dovrà approvare] in modo vincolante, entro la prima metà della legislatura e sulla base della proposta dell’iniziativa “Deutsche Wohnen & Co. enteignen” del 25.09.2025, una legge berlinese sulla socializzazione e sugli enti gestori privati, che comprenda la rottura consapevole con la logica del profitto privato e dello sfruttamento nonché il controllo democratico»43.

Il bilancio dello Stato di Berlino presenta, come illustrato sopra, un deficit di circa cinque miliardi di euro. Anche sfruttando tutti i «margini di manovra» disponibili — fondi di riserva, debiti entro i limiti del freno al debito, indebitamento delle imprese di proprietà dello Stato berlinese, aumenti delle poche imposte di competenza berlinese o incremento delle tariffe di parcheggio, che lo Stato federato può gestire autonomamente — rimangono realizzabili soltanto misure cosmetiche. In queste condizioni non è possibile realizzare riforme di sinistra con effetti percepibili per la maggioranza della popolazione. Né l’esaurimento delle riserve (per definizione finite), né la trasformazione di società di investimento in bilanci ombra, né l’assunzione teoricamente possibile di ulteriore debito sotto forma di crediti per situazioni di emergenza (strumento già utilizzato anche dalla coalizione di CDU e SPD), come propone ad esempio il gruppo della Linke alla Camera dei deputati44 45, né tantomeno la vendita di terreni o imprese di proprietà dello Stato di Berlino — comunque già respinta dal partito — potrebbero compensare tale deficit. A ciò si aggiungono diversi rischi di bilancio, come ad esempio gli arretrati da corrispondere per le retribuzioni troppo basse dei funzionari pubblici berlinesi, che potrebbero costare tra 882 milioni e 7,2 miliardi46.

Si può obiettare che proprio per l’attuazione di una delle rivendicazioni fondamentali della Linke, cioè la socializzazione dei grandi gruppi immobiliari, una partecipazione al governo potrebbe porre le premesse decisive. Un governo di sinistra potrebbe impostare in modo iterativo il procedimento di verifica davanti alla Corte costituzionale dello Stato di Berlino e adeguare la legge in caso di obiezioni giuridiche, mentre l’iniziativa DWE, in caso di problemi, dovrebbe avviare un referendum completamente nuovo, cosa che secondo l’articolo 62 della Costituzione berlinese sarebbe possibile solo nella legislatura successiva.

Inoltre l’ente di diritto pubblico previsto necessita di un finanziamento iniziale che solo un governo può concedere47. Per far questo, però, occorrerebbe innanzitutto imporre la socializzazione contro Die Grünen e SPD e, come richiesto nel programma elettorale, concordare nel contratto di coalizione un calendario concreto di attuazione. Ciò appare attualmente improbabile, considerate la posizione di SPD e l’atteggiamento attendista dei Grünen.

Parte VIII: Conclusioni

In sintesi, nelle attuali condizioni finanziarie, giuridiche e politiche una partecipazione al governo della Linke rischierebbe di ridursi alla gestione e all’applicazione dei vincoli di austerità esistenti, qualora non fosse possibile imporre Deutsche Wohnen & Co enteignen. Il freno al debito, la base fiscale complessiva, l’attuale stagnazione economica, i vincoli dell’UE e gli accordi internazionali, fino a un deficit di bilancio da miliardi di euro, all’orientamento neoliberale dell’amministrazione e dei servizi essenziali e alla necessità di una coalizione con partiti neoliberali come Die Grünen o SPD: tutto questo sbarra la strada a possibili alternative.

Misurata sull’obiettivo di una trasformazione verso il socialismo, la partecipazione al governo ha senso dal punto di vista strategico soltanto se può contribuire a modificare i rapporti di forza tra le classi: concretamente, a spostare i rapporti di potere tra le classi e a realizzare riforme che estendano il controllo democratico della società su proprietà e risorse, migliorino concretamente la vita delle persone e al tempo stesso rafforzino e mobilitino i movimenti progressisti dentro e fuori l’attività parlamentare48. Una politica di riforme trasformatrice, che vada oltre miglioramenti puntuali all’interno del capitalismo e metta radicalmente in discussione i rapporti di proprietà e di dominio, sarebbe possibile soltanto se le condizioni migliorassero: se cioè cadesse il freno al debito, se l’andamento economico migliorasse, se nascesse una mobilitazione sociale ampia capace di generare pressione politica e se i progetti di riforma fossero chiaramente orientati verso la socializzazione, la democratizzazione e il potenziamento delle strutture e dei servizi pubblici.

Senza questi presupposti la partecipazione al governo conduce quasi inevitabilmente a un adattamento alle logiche neoliberali, alla prosecuzione della politica dei tagli e, nel lungo periodo, alla perdita di credibilità politica e quindi di consensi per un partito che rivendica la trasformazione socialista della società. Se Die Linke al governo, a causa della cattiva situazione di partenza, si limita ad amministrare i vincoli neoliberali senza chiarire alla popolazione la loro origine politica e senza mobilitarla contro di essi, finisce soltanto per rafforzare l’AfD, che può così falsamente presentarsi come unica alternativa al centro49. Gli esempi storici richiamati all’inizio — dalla pensione di Bismarck al salario minimo fino alla politica degli affitti a Berlino — mostrano che la politica di sinistra può mettere alle strette i governi e spostare i rapporti di forza della società anche dall’opposizione e in alleanza con i movimenti di protesta. E questo senza dover far parte di una coalizione con partner neoliberali e senza dover mettere a repentaglio la propria credibilità di partito sociale e contrario ai tagli amministrando lo status quo neoliberale.

Il pericolo di deludere proprio i nuovi giovani iscritti del partito e di respingerli in quella passività politica dalla quale molti di loro sono usciti soltanto grazie alla prospettiva di una sinistra combattiva e di opposizione è grande. Una partecipazione al governo sposta infatti anche i rapporti di forza interni al partito: senatori e senatrici e la frazione di governo acquistano peso grazie al loro vantaggio strutturale in termini di conoscenze e risorse rispetto alla base del partito, organizzata su base volontaria, mentre la base — che è il vero soggetto del recente incremento degli iscritti e anche della riuscita campagna di base della Linke — perderebbe influenza sul proprio partito. Anche nei suoi confronti occorrerebbe giustificare i compromessi necessari e le durezze da accettare. Molti nuovi iscritti potrebbero, per le più diverse ragioni, mostrarsi delusi dalla pratica di governo nelle condizioni descritte e allontanarsi dal partito o ricadere nella passività. La costruzione di un partito di classe capace di organizzare, e con essa lo spostamento di lungo periodo dei rapporti di forza in vista di una trasformazione socialista, verrebbe frenata dalla passivizzazione degli iscritti.

Il dibattito centrale nel partito deve dunque vertere oggi su come possa configurarsi una strategia capace di spostare nel lungo periodo i rapporti di forza a favore di una trasformazione socialista e di costruire il consenso per il cambiamento necessario a tal fine. Ciò può avvenire per esempio attraverso il sostegno al referendum legislativo di DWE e ad altri movimenti progressisti, il sostegno alle lotte sindacali e la costruzione del partito come un partito di classe capace di mobilitare e di organizzare, radicato nei quartieri. Per questo non esistono scorciatoie. Chi invece intende la prossima partecipazione al governo come un’occasione storica da non lasciarsi sfuggire ripete l’errore che il PDS commise nel 200150.

1 PDS = Partei des Demokratischen Sozialismus (1990-2007); WASG = Arbeit & soziale Gerechtigkeit – Die Wahlalternative (dal 2004 come associazione, dal 2005 al 2007 come partito). [N.d.T]

2 Il numero di iscritti qui riportato non è più attuale. Le ultime cifre (8 settembre 2026) danno più o meno 132000 iscritti. È assai probabile che nei giorni successivi alle elezioni in Sassonia-Anhalt (6 settembre), in Meclemburgo-Pomerania e a Berlino (entrambe il 20 settembre), il numero degli iscritti abbia registrato delle impennate. [N.d.T]

3 Programma del partito Die Linke, delibera del congresso del partito Die Linke del 21–23 ottobre 2011, confermata da un referendum tra gli iscritti nel dicembre 2011, p. 8 (https://www.dielinke.de/fileadmin/user_upload/Parteiprogramm_Die_Linke_2024-web.pdf, consultato il 25.08.2025).

4 https://www.wahlrecht.de/umfragen/landtage/berlin.htm (consultato il 05.09.2026). [Il 20 settembre 2026 Die Linke ha ottenuto il 25,7% dei voti alle elezioni a Berlino.

5 È un sistema di controllo automatizzato attraverso il quale gli annunci di alloggi sui portali internet vengono analizzati alla ricerca di eventuali violazioni del Mietpreisbremse (freno al prezzo degli affitti). Quest’ultimo limita l’aumento degli affitti a un massimo del 10% sopra la media locale in occasione di un nuovo contratto di affitto. [N.d.T]

6 Marx, Karl, Zur Judenfrage [“Sulla questione ebraica”], MEW 1, p. 373.

7 Marx, Karl, Der 18te Brumaire des Louis Napoleon [“Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”], MEW 8, p. 197.

8 Marx, Karl, Herrn Eugen Dührings Umwälzung der Wissenschaft (Anti-Dühring), MEW 20, S. 260.

9 Marx, Karl, Bürgerkrieg in Frankreich [“La guerra civile in Francia”], MEW 17, p. 336.

10 Esping-Andersen, Gøsta, The Three Worlds of Welfare Capitalism, Princeton, NJ: Princeton University Press, 1990, p. 22.

11 Marx, Karl, Konspekt zur Reichstagsdebatte, in MEW 34, pp. 498 s.: «Se per esempio in Inghilterra o negli Stati Uniti la classe operaia conquista la maggioranza in parlamento o al congresso, essa potrebbe eliminare per via legale le leggi e le istituzioni che ostacolano il suo sviluppo, e questo peraltro soltanto nella misura in cui lo sviluppo collettivo lo richieda».

12 Marx, Karl, Bürgerkrieg in Frankreich [“La guerra civile in Francia”], MEW 17, p. 336.

13 Marx, Karl, Das Kapital [“Il Capitale”], MEW 23, p. 504.

14 Marx, Karl,Das Kapital [“Il Capitale”], MEW 23, p. 258.

15 Marx, Karl, Das Kapital [“Il Capitale”], MEW 23, pp. 529 s.

16 Marx, Karl, Das Kapital [“Il Capitale”], MEW 23, pp. 468 ss.

17 Marx, Karl, Grundrisse [“Grundrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica”], MEW 42, pp. 322 s.

18 Marx, Karl, Der 18te Brumaire des Louis Napoleon [“Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”], MEW 8, p. 115.

19 Cfr. Hartmann, Michael, Mehr Kontinuität als Wandel – Die deutschen Eliten vom Kaiserreich bis heute [“Più continuità che mutamento – Le élite tedesche dall’Impero a oggi”], Berliner Journal für Soziologie (2025). https://doi.org/10.1007/s11609-025-00557-4

20 Marx, Karl ed Engels, Friedrich, Manifest der kommunistischen Partei [“Manifesto del Partito Comunista”], MEW 4, p. 481.


21 Marx, Karl,Vorwort zum Kapital [“Prefazione al Capitale”], MEW 23, p. 16.

22 Harvey, David (2005), A Brief History of Neoliberalism, Oxford: Oxford University Press, p. 76.

23 Nehring, Fabian, Die Linke muss an ihrem Nein zur Aufrüstung festhalten [“La Linke deve tenere fermo il suo no al riarmo”], Jacobin Magazin, 19.03.2025: https://jacobin.de/schuldenbremse-cdu-spd-gruene-aufruestung-die-linke/ (consultato il 19.08.2026).

24Ibid.

25 Nehring, Fabian, Unternehmen jubeln, Kommunen zahlen den Preis [“Le imprese esultano, i comuni pagano il prezzo”], Jacobin Magazin, 28.06.2025: https://jacobin.de/investitionsbooster-kommunen-unterfinanzierung-steuerpolitik-merz/ (consultato il 19.08.2026).

26 Poulantzas, Nicos, Staatstheorie. Politischer Überbau, Ideologie, Autoritärer Etatismus [“Lo Stato, il potere, il socialismo”], Amburgo 2017 [1978], p. 159.

27 Wolf, Harald, Der Staat ist kein Fahrrad, Problematiken linker Regierungsbeteiligung, Zeitschrift Luxemburg, 05.05.2014: https://www.zeitschrift-luxemburg.de/artikel/der-staat-ist-kein-fahrrad (consultato il 19.08.2026).

28 Hirsch, Joachim, Materialistische Staatstheorie, Amburgo 2005, pp. 17 s.

29 Poulantzas, Nicos, Staatstheorie. Politischer Überbau, Ideologie, Autoritärer Etatismus [“Lo Stato, il potere, il socialismo”], Amburgo 2017 [1978], p. 67.

30 Kunkel, Kalle, Regieren 2026?, Zeitschrift Luxemburg, 19.01.2026: https://www.zeitschrift-luxemburg.de/artikel/regieren-2026/(consultato il 20.08.2026).

31 Möller, Philipp, Regieren als organisierende Klassenpartei. Eine Antwort auf Kalle Kunkel, Zeitschrift Luxemburg, 02.02.2026: https://www.zeitschrift-luxemburg.de/artikel/linkes-regieren-in-berlin (consultato il 20.08.2026).

32 Nehring, Fabian, Wie Neoliberale die Kommunalverwaltung kaputtsparen, Jacobin Magazin, 02.11.2023: https://jacobin.de/berlin-oeffentliche-dienstleistungen-sparzwang/ (consultato il 19.08.2026).

33 https://www.berlin.de/sen/finanzen/presse/pressemitteilungen/pressemitteilung.1628289.php (consultato il 19.08.2026).

34 Braband, Carsten, Linke Regierungsbeteiligung hat einen Preis, Jacobin Magazin, 05.09.2026: https://jacobin.de/linke-berlin-r2g-regierungsbeteiligung-austeritaet-sozialismus/ (consultato il 05.09.2026).

35 Nehring, Fabian, Kann Berlin »rote Metropole«?, Jacobin Magazin, 15.11.2025:https://jacobin.de/linke-berlin-regierungsbeteiligung-r2g-elif-wahlkampf-buergermeister(consultato il 19.08.2026).

36 Gemeinnützige Siedlungs- und Wohnungsbaugesellschaft Berlin mbH, oggi GSW Immobilien. Per anni è stata la più grande società di edilizia residenziale pubblica di Berlino.

37 Gewerbesiedlungsgesellschaft, una società immobiliare berlinese che metteva a disposizione di piccole e medie imprese spazi commerciali a prezzi accessibili, anche recuperando immobili industriali inutilizzati.

38 Nehring, Fabian, Die Linke macht sich überflüssig, wenn sie nur Mehrheiten für den Status quo schafft, Jacobin Magazin, 23.12.2024: https://jacobin.de/regierungsbeteiligung-minderheitsregierung-linke-linkspartei-sachsen (consultato il 19.08.2026).

39 Il referendum “Deutsche Wohnen & Co enteignen” (ufficialmente: Referendum su una delibera volta all’elaborazione, da parte del Senato, di un progetto di legge per la socializzazione del patrimonio immobiliare delle grandi società immobiliari) si è svolto a Berlino il 26 settembre 2021 con i seguenti risultati: 57,6% per il sì, 39,8% per il no. Il referendum prende il nome dall’omonima iniziativa politica e sociale a Berlino, che si batte per la socializzazione dei grandi gruppi immobiliari a scopo di lucro. [N.d.T]

40 Nehring, Fabian, Kann Berlin »rote Metropole«?, Jacobin Magazin, 15.11.2025.

41 Schulz, Jorinde, Ausverkauf der S-Bahn, Jacobin Magazin, 22.10.2021: https://jacobin.de/s-bahn-berlin-privatisierung-deutsche-bahn/ (consultato il 20.08.2026).

42 https://www.welt.de/politik/deutschland/article6a7475648df5ff08dbdd6087/berlin-enteignung-als-koalitionsbedingung-dann-muss-die-linke-wohl-allein-in-berlin-regieren.html (consultato il 19.08.2026).

43 Die Linke Berlin, Comitato dello Stato di Berlino, delibera 10-04/2026, «La socializzazione resta la priorità assoluta per la Linke berlinese!»: https://dielinke.berlin/partei/landesausschuss/b/news/beschluss-10-04-2026/ (consultato il 19.08.2026).

44 Linke Wege aus der Haushaltskrise. Berlin kann sich keine neue Ära Sarrazin leisten, ottobre 2024, fonte: https://www.linksfraktion.berlin/fileadmin/linksfraktion/download/2024/241009_Pressegespraech_Haushaltspapier.pdf (consultato il 30.08.2025).

45 Haushaltsstrategie mit Zukunft statt Kürzungen ohne Plan, fonte: https://www.linksfraktion.berlin/fileadmin/linksfraktion/download/250512_Handreichung_Initiativen.pdf (consultato il 30.08.2025).

46 https://www.tagesspiegel.de/berlin/gesetzentwurf-nennt-prozent-berechnung-berliner-beamte-haben-anspruch-auf-zehntausende-euro-nachzahlung-15958736.html (consultato il 19.08.2026).

47 Dieck, Andrea, Vergesellschaftung zwischen Gegenmacht und Regierungspolitik [La socializzazione tra contropotere e politica di governo], Zeitschrift Luxemburg, 23.04.2026: https://www.zeitschrift-luxemburg.de/artikel/vergesellschaftung-zwischen-gegenmacht-und-regierungspolitik (consultato il 19.08.2026).

48 Nehring, Fabian, Kann Berlin »rote Metropole«? , Jacobin Magazin, 15.11.2025.

49 Nehring, Fabian, Kann Berlin »rote Metropole«?, Jacobin Magazin, 15.11.2025.

50 Nehring, Fabian, Rebellisch Regieren 2026?, Zeitschrift Luxemburg, 10.03.2026: https://www.zeitschrift-luxemburg.de/artikel/rebellisch-regieren-2026 (consultato il 19.08.2026).

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