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L’AfD è diventato il nuovo partito operaio?

Il testo che pubblichiamo è la traduzione di un’intervista di Caspar Shaller a Anika Taschke e Mario Candeias, pubblicata originariamente sul sito della Rosa-Luxemburg-Stiftung.

Da circa dieci anni osserviamo un crescente successo elettorale dell’AfD presso gli “operai” e – in misura minore – le “operaie”1. Alle elezioni federali del 2025, il partito di estrema destra ha raggiunto un consenso del 30 percento in questa categoria degli occupati, sostituendo così SPD e CDU come “partiti operai” statisticamente significativi nei sondaggi post-elettorali. Anche Die Linke ha registrato perdite superiori alla media negli ultimi anni in questa categoria, riuscendo a interrompere questo trend al ribasso per la prima volta con il risultato strepitoso alle elezioni per l’assemblea rappresentativa di Berlino [2026, N.d.T.]. Ciononostante, l’AfD è diventata anche tra “gli operai e le operaie” di Berlino la forza politica principale.

Nell’intervista chiediamo a Anika Taschke e Mario Candeias i motivi di questa storia di successo a destra: perché sempre più persone votano un partito che non le rappresenta e che contraddice i loro interessi sociali con il suo orientamento spietatamente neoliberale?

Le destre hanno conquistato gli operai?

Mario: Sì e no. Innanzitutto, la designazione “operaio” nei sondaggi post-elettorali è un’autodesignazione degli intervistati. Sappiamo che un’infermiera difficilmente si definirebbe operaia. In generale, la maggior parte dei lavoratori dipendenti, anche degli operai specializzati nell’industria, non ha più una coscienza di classe. È ancora diffusa tutt’al più tra coloro che svolgono attività manuali. Ma qui entra in gioco un’altra stranezza: questi includono anche artigiani, molti dei quali lavorano in modo autonomo con la propria azienda. Coloro che si identificano con il “lavoro delle loro mani” e oggi sempre di più si autodefiniscono operai, in senso stretto non lo sono – tantomeno sono poveri.

Quindi non è per niente vero?

Mario: Al contrario. Da molto tempo la destra radicale conquista sempre più anche i lavoratori dipendenti, contrariamente alla composizione di classe degli iscritti all’AfD e soprattutto dei funzionari di partito. Riesce a trasformare il malcontento contro “quelli lassù”, “quelli laggiù” e “quelli là fuori” in un appello populista del “popolo” contro le élite, utilizzando razzismo e classismo spietato. Alla base c’è un doppio movimento: la paura della discesa sociale, anche tra coloro che hanno effettivamente uno status elevato, ma riescono a mantenerlo solo con sforzi sempre maggiori. Questo sentimento è particolarmente forte nelle regioni in declino e strutturalmente deboli. Si manifesta soprattutto nei processi di deindustrializzazione come nella Sassonia-Anhalt, uno Stato con il secondo più alto tasso di povertà (dopo Brema), ma si sta diffondendo sempre più a tutte le regioni colpite dalla crisi dell’industria e del modello di esportazione. E allora viene minacciata anche l’identità personale – quella dell’orientamento maschile al rendimento, del sostentatore della famiglia, della proprietà e dello stile di vita: casa, auto, vacanze in aereo, grigliate di carne, mutui da pagare, inclusa una mascolinità per cui un certo sessismo è “normale”.

Quando, su questo sfondo, per decenni la politica non fornisce risposte alle questioni sociali, allora anche tra le persone appartenente alla classe dei lavoratori salariati emergono altri interessi in primo piano, come il razzismo presente da sempre. Ciò rende chiaro che non si tratta semplicemente di questioni sociali o economiche, bensì di guerre culturali che distolgono efficacemente dall’opposizione tra alto e basso, tra capitale e lavoro. Allo stesso tempo, questa forma di auto-empowerment reazionario conferisce un senso di efficacia, perché quasi tutti i partiti stanno già irrigidendo le loro politiche migratorie o le sanzioni contro i beneficiari di prestazioni pubbliche di ogni tipo.

Qui in Germania, per spiegare i successi dell’AfD nelle zone orientali, si fa spesso riferimento a una presunta socializzazione all’Est in uno stato antidemocratico o alle umiliazioni e alle svalutazioni degli anni successivi alla riunificazione. Quanto c’è di vero?

Anika: Entrambe le spiegazioni colgono aspetti importanti, ma nessuna delle due basta se presa da sola. Le esperienze con la DDR e soprattutto con la trasformazione dopo il 1990 hanno segnato profondamente la Germania orientale. La perdita di posti di lavoro, di riconoscimento professionale e di sicurezza sociale era reale per molte persone.

Ma sarei cauta nel stabilire una continuità diretta con l’attuale orientamento di voto in direzione dell’AfD. Gli abitanti della Germania orientale non sono un gruppo omogeneo e esperienze simili non conducono necessariamente a orientamenti politici di destra.

Un altro punto importante è il legame più debole con i partiti tradizionali. Il sistema partitico tedesco federale ha avuto meno tempo per radicarsi nella società dell’Est. Questo può semplificare il compito ai nuovi partiti che intendono presentarsi come alternativa al sistema politico esistente.

Per questo motivo Steffen Mau non descrive la Germania orientale semplicemente come una società che deve solo adattarsi all’Ovest. Sottolinea piuttosto le differenze persistenti e le esperienze della trasformazione. Trovo importante prendere sul serio queste esperienze strutturali e biografiche, senza trasformarle in una presunta mentalità unitaria della Germania orientale.

Ma voglio mettere in guardia contro il fatto di concentrare lo sguardo esclusivamente sugli Stati federati della Germania orientale. Osserveremo uno sviluppo tardivo negli Stati federati della Germania occidentale e dovremo poi trovare analisi e spiegazioni su scala nazionale per il rafforzamento della destra radicale nelle regioni di trasformazione e di “declino” sociale.

Perché la migrazione è un tema così importante? La Sassonia-Anhalt, per esempio, è ancora molto meno diversificata di altri Stati federati (soprattutto occidentali). E l’AfD ottiene buoni risultati proprio in quelle aree dove c’è poca migrazione (spesso la popolazione in queste aree è addirittura in diminuzione).

Anika: Credo che bisogna distinguere tra l’importanza effettiva della migrazione in quanto problema quotidiano e la sua visibilità politica. L’AfD è riuscita a fare della migrazione un tema centrale della sua narrativa politica. Anche altri partiti riprendono il tema – in parte perché vogliono riconquistare elettori e elettrici, in parte perché temono di non apparire altrimenti nel dibattito pubblico. Questo può portare a una sempre maggiore amplificazione del tema.

È interessante notare che il Saxony-Anhalt Monitor 2025, in una domanda aperta sui problemi più importanti del Paese, riporta al primo posto infrastrutture e mobilità, economia e finanze, nonché questioni sociali. Migrazione e integrazione sono certamente rilevanti, ma non sono al primo posto.

Questo non significa che la migrazione sia irrilevante per le persone. Però mostra che il dibattito politico non presenta necessariamente lo stesso ordine di priorità rispetto ai problemi che le persone stesse identificano. Il fatto che l’AfD abbia successo proprio in regioni con poca immigrazione mostra quindi soprattutto che il loro orientamento di voto non può essere spiegato unicamente da esperienze immediate con la migrazione.

Quale ruolo gioca il genere? I giovani uomini sembrano mostrare un’adesione molto più alta a quelli di destra rispetto alle giovani donne.

Anika: Statisticamente è così, l’AfD è l’unico partito in cui si osserva una massiccia differenza di genere nell’orientamento di voto addirittura in tutti i gruppi di età. Le ragioni di ciò sono complesse e non ancora approfonditamente studiate. Tuttavia, uomini e donne sono coinvolti in modi diversi dalle trasformazioni e crisi della società descritte da Mario, e le loro reazioni variano pure a seconda della loro socializzazione.

Per spiegare i successi dell’AfD tra gli “operai” e le “operaie”, questa differenza di genere potrebbe essere un fattore importante, perché più dell’80 percento di questa categoria di occupati sono uomini. La maggiore attrattività che l’AfD esercita in generale sugli uomini si riflette quindi in modo particolarmente chiaro in questa categoria.

Perché parlate di fascistizzazione?

Mario: In breve: la questione è che elementi ideologici tipici del fascismo si diffondono quotidianamente e gradualmente in una forma socialmente sempre più efficace, senza che possiamo ancora parlare di un fascismo pienamente sviluppato. È un processo che non riguarda solo l’AfD, ma che emerge piuttosto dal centro della società. Con questo si intende da un lato decenni di privazione neoliberale della sicurezza e poi crisi multiple che non finiscono mai, dall’altro l’adozione di posizioni e metodi radicalmente di destra da parte di ampi strati della popolazione, in particolare da parte di un conservatorismo radicalizzato, ma anche oltre. Fondamentalmente, tali regressioni sociali sono causalmente collegate a una transizione fallita verso un nuovo periodo di sviluppo capitalista, verso una trasformazione bloccata.

Quali sarebbero le strategie di sinistra contro l’ascesa delle destre?

Mario: Non cadere nella trappola di un “antifascismo inerte” che si concentra solo sull’AfD e rimuove le cause della fascistizzazione. Un antifascismo sociale si oppone sia all’AfD iperneoliberale e etno-razzista, sia ai tagli sociali del governo (più severi rispetto ai tempi delle riforme Hartz), al fallimento sulla protezione del clima, al razzismo e al classismo della classe dominante, agli attacchi ai sindacati o al massiccio riarmo e alla capacità bellica. Ci vogliono ampie alleanze che non solo condividano questa protesta, ma formulino un progetto progressista attraente e organizzino la speranza. Berlino potrebbe – nonostante la campagna mediatica – rappresentare un’alternativa del genere, con miglioramenti tangibili nella vita quotidiana delle persone. Un’alternativa è oggi più urgente che mai per contrapporre qualcosa alla presa di potere della destra radicale anche a livello federale, considerato l’incombente dissoluzione dell’Union e l’auto-ridimensionamento dell’SPD.

E cosa si può fare a partire da una prospettiva di sinistra se i conservatori sono al potere, ad esempio nella Sassonia-Anhalt?

Anika: Proteggerci organizzandoci! Potrebbe sembrare semplice, ma penso che sia esattamente di questo che si tratta. L’attenzione sulla maggioranza di destra in parlamento non deve farci perdere di vista ciò che è in gioco politicamente e a livello della società.

Dobbiamo osservare attentamente, analizzare e rendere pubblico dove la società civile viene attaccata, dove la politica di asilo viene inasprita, dove l’indipendenza della magistratura viene messa in discussione o dove lo spazio di manovra delle università e dei media viene limitato. Tali cambiamenti non devono accadere senza commenti e in silenzio. C’è bisogno di proteste pubbliche, osservazione critica e resistenza politica.

Ma ancora più importante è proteggere e rafforzare coloro che sono particolarmente colpiti da questi attacchi: attivisti della società civile, rifugiati, persone migranti e queer. Non è sufficiente pronunciarsi astrattamente a favore della democrazia e dello stato di diritto. Dobbiamo creare strutture concrete che sostengono le persone nella vita quotidiana, difendono i loro diritti e rafforzano la loro auto-organizzazione.

Il nostro progetto Recht Solidarisch è un inizio in questa direzione. Vogliamo fornire un orientamento legale alle persone coinvolte in merito alle loro possibilità di azione politica e offrire supporto. Ma tali offerte possono essere solo un inizio. Abbiamo bisogno di reti resilienti, supporto reciproco e possibilità di finanziamento indipendenti, per garantire che le strutture solidali restino operative e capaci di agire anche quando sono sottoposte a pressioni politiche.

Per me, politica di sinistra in una tale situazione significa quindi: non solo mettere in guardia dal riassetto autoritario, ma rafforzare le persone e le strutture che possono opporvi resistenza. Difendersi organizzandosi, rendere pratica la solidarietà e rimanere collettivamente capaci d’azione.

1 Si è scelto di tradurre “Arbeiter” e “Arbeiterin” rispettivamente con “operaio” e “operaia”, dal momento che nel contesto di questa intervista i due termini tedeschi non hanno il significato, assai più inclusivo, di “lavoratore” e “lavoratrice”. Inoltre, la statistica alla quale viene fatto riferimento nell’introduzione riporta una chiara distinzione tra “Arbeiter” (operai), “Angestellte” (dipendenti), “Beamte” (lavoratori pubblici), “Selbstständige” (lavoratori autonomi). [N.d.T.]

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