Ricercatrice all’Università di Palermo, podcaster, scrittrice per diversi magazine: riassumere tutto ciò che fa Bianca Nogara Notarianni è alquanto complicato. In estrema sintesi, è una delle maggiori esperte di antispecismo che conosciamo, e quindi un po’ di tempo fa abbiamo pensato di fare una chiacchierata con lei su temi come il benessere animale, la discriminazione nei confronti di animali, il concetto stesso di specie, ma anche su quanto anche noi umani siamo animali, e su come un pensiero antispecista possa far bene anche a noi, dato che le catene sono sempre le stesse, anche se cambiano di nome e di intensità.
Partirei dalle basi: che cos’è l’antispecismo?
Temo che, oggi come oggi, l’antispecismo sia legato soprattutto a una scelta di vita vegana, che chiaramente è una conseguenza, però è ben poco: per come funziona il mercato, anche se diventi vegana e smetti di consumare latticini e carne, questo non cambia assolutamente poi le condizioni in cui gli animali versano. Quindi sì, bella la storia neoliberale del “diventiamo tutti vegani”, andando semplicemente al supermercato a comprare il tofu, ma questo in realtà conta poco. L’antispecismo, invece, è qualcosa di più strutturato: nasce come critica morale allo specismo, cioè alla dominazione dell’essere umano sull’animale. In realtà lo specismo è una “bestia” – non si dovrebbe dire bestia, però lo è, è proprio lui la vera bestia, con tantissime teste: i prodotti e sottoprodotti animali sono ovunque: dalle colle, per esempio delle etichette, o la tomaia delle scarpe; io per esempio prendo una pillola tutti i giorni, e in quella pillola c’è il lattosio. E non ho molte alternative. Persino i preservativi non sono vegani, il che sembra assurdo.
Quindi lo specismo è qualcosa di tremendo e super connaturato al nostro stile di vita. E sì, serve configurare il nostro pensiero in modo diverso, per esempio imparando a riconoscere come esseri viventi quelli che per la maggior parte delle persone sono pezzi di carne, tuttavia è necessario un cambio di visione molto più profondo: bisogna prendere coscienza del fatto che il capitalismo non potrebbe mai stare in piedi se non dipendesse interamente dagli animali. Tutti i giorni facciamo nascere un numero spropositato di animali solo per metterli a morte. Una volta con il podcast Considera l’armadillo abbiamo intervistato una donna di Animal Equality che ci parlava delle normative europee del tasso di crescita dei polli, e diceva che nell’Unione Europea i polli non possono crescere più di 500 grammi al giorno. Ora, immaginati di crescere di mezzo chilo ogni giorno: è insostenibile. E pensa che il pollo pesa molto meno di noi. È allucinante.
Sì, i polli broiler, che sono la tipologia di pollo più diffusa in Europa, e praticamente l’unica commercializzata in Italia, sono pensati per vivere non più di 40 giorni, perché dopo il quarantesimo giorno la loro massa grassa diventa ingestibile per il loro corpo.
Sì, gli si spezzano le zampe. L’altro giorno leggevo un romanzo, Cose vive, di Munir Hachemi, che racconta lo schifo di aver a che fare con questi animali deformi, enormi, che sono rincoglioniti totalmente dalle loro condizioni, dalle luci sparate, dal minuscolo margine di movimento che hanno, e diceva che, lavorando in un allevamento, provava sì molta compassione, estrema pietà per questi animali, eppure si sfogava su di loro, tirava le zampe, li insultava… e tutti i lavoratori facevano lo stesso, perché o sei devastato da quello che vedi, oppure ti rifai in qualche modo su di loro. È terribile, è come se entrassi in una dimensione oscena. Ed è l’osceno perché non è sulla scena, non lo vediamo, ma noi ci basiamo esattamente su questo. E infatti lui poi diventa vegano, perché non puoi più fare altrimenti, dopo aver visto tutto ciò.
Tu hai detto che il capitalismo non si potrebbe reggere senza uno sfruttamento animale. Ma siamo sicuri che sia solo il capitalismo, o non sia invece la stessa società umana a non potersi reggere senza di esso?
È una grande domanda. Non ti so rispondere, ma io mi auguro che possa esistere una società senza sfruttamento animale. Anche solo allargando, diciamo così, la maglia della società umana, immaginarla in senso più orizzontale, a partire da contaminazioni che l’umano ha già ha in atto, per esempio nel proprio corpo, che è fatto di micro-organismi, sia di pratiche più virtuose di coltivazione e di simbiosi: c’è tutto un mondo di alleanze vegetali e animali, che è totalmente inesplorato, e che potrebbe sopperire a una certa richiesta alimentare, per esempio. E si potrebbe immaginare una società diversa. Si usa sempre dire che l’umano sia inscindibile dal dominio e la sopraffazione, e quindi si può immaginare un’altra società ma non la si può chiamare umana. Adesso, io non credo in questo eccezionalismo umano, tremendo, perché non è vero che gli esseri umani sono così diversi dal resto dei viventi.

La maggior parte degli studi etologici mostra che l’essere umano è un animale che per svariate circostanze è riuscito ad avere un peso determinante sul mondo, ma in realtà ci sono tantissimi altri animali che hanno le nostre stesse caratteristiche, dall’avere culture proprie, al fare musica o arte, all’avere forme di intelligenza anche molto raffinate. Però, secondo me, il problema non è tanto questo, quanto l’interpretazione politica che ne diamo. Intanto iniziamo col dire che non esiste l’antispecismo, ma esistono gli antispecismi. E quelli che sono più propensi ad avere un approccio politico e meno morale, sono paradossalmente meno radicali. Come si fa a trovare un equilibrio tra la purezza ideologica e la sua praticabilità? Per esempio, se prendi il problema del controllo delle specie invasive, su questo si è aperto un dibattito enorme, che ha coinvolto tantissime parti e su cui non c’è unità neanche tra gli antispecisti.
Beh, sì, esistono gli antispecismi, e se lo dicono anche molto violentemente l’uno con l’altro! E tra l’altro spesso certi antispecismi si associano a un desiderio di evangelizzazione che alla fine è solo moralismo. Invece, sulla questione delle specie invasive, è davvero un mega tema. È complicatissimo. Anche solo immaginare di traslare il discorso delle specie invasive sugli umani, risulta allucinante: come fai a eradicare una popolazione per salvarne un’altra? Capisco il discorso di salvaguardare la biodiversità, ma al tempo stesso ti scontri con un dilemma etico pazzesco.
Io sono molto legata a quel paesaggista, biologo, entomologo ecc… che si chiama Gilles Clément, che ha teorizzato il cosiddetto “terzo paesaggio”, che sono quelle zone in cui c’è stata un’attività umana forte ma sono state abbandonate o semi-abbandonate, e si vede che le specie pioniere si fanno forza di queste condizioni alterate. I papaveri, per esempio, hanno bisogno di un terreno dissodato, e quindi stanno ai margini dei campi; oppure l’ailanto, la buddleja, la robinia, che sono piante estremamente invasive e stanno distruggendo la nostra biodiversità, ma si appoggiano proprio a condizioni favorevoli create da noi umani.
E comunque, quello che dice Gilles Clément, e che penso anch’io, è che sia sempre una prospettiva molto antropocentrica quella che decide quale specie è invasiva e quale no, perché poi la storia ci dice che le specie, sia animali sia vegetali, si sono sempre mosse nel tempo e nello spazio, si sono modificate, e anzi, se vogliamo tenere fede a quello che ci ha detto Darwin, la specie non è niente: è una sorta di tendenza che noi possiamo registrare scegliendo noi da quando a quando soffermare lo sguardo. Facendo una fotografia, sì, si ha la specie: ma altrimenti hai un flusso continuo di individui, ciascuno con il suo patrimonio genetico, ciascuno con la sua specifica nicchia, ciascuno con la sua abilità, personalità, inclinazione e tutto il resto, per cui diventa difficile parlare di specie autoctone e alloctone.
Ci sono gli individui che si muovono: certo, individui divisi in gruppi, non sempre autonomi, ma pur sempre individui. Se prendi gli individui e smonti il concetto di specie non hai più un’immagine della “sostituzione etnica”: certo, la nutria magari determinerà la morte di altri animali che non riescono a trovare il giusto nutrimento perché la nutria ha fatto razzia, però è molto meno tragico, è un gioco tra animali non umani, e noi possiamo cercare di non interferire, senza spostare specie come purtroppo abbiamo fatto, e quindi interferendo il meno possibile su una questione che alla fine non riguarda noi. Ecco, io sceglierei l’ipotesi del non intervento, ma non è assolutamente la posizione antispecista canonica, perché ciascuno ti risponderebbe in modo diverso.
Ecco, ma il non intervento non presuppone che l’umano sia superpartes, esterno al mondo animale? In realtà noi non siamo mai esterni… anzi, siamo noi la prima specie invasiva. Se noi dobbiamo porci dei limiti, allora questo significa che questi limiti possono valere anche per altri animali.
Però noi dovremmo porci dei limiti per noi stessi, e lasciare che gli altri animali facciano da sé. Ci sono dei meccanismi di autoregolazione tra animali, non è che se non interveniamo noi allora per forza ci saranno chissà quali conseguenze. Poi, in realtà, un altro grande tema dell’antispecismo è che alcuni animali sono molto più carismatici di altri: al di là dell’animale domestico, quando si parla di specie “brutte”, come il piccione, la blatta… è difficile per loro avere la stessa dignità di tutti gli altri animali. E non so bene come elaborare un tipo di potere diverso, perché da lì non puoi sfuggire.
Per esempio Deridda ha questo gesto veramente interessante, e cioè quello della differànce. Lui non dice: qui da un lato c’è la donna, e qui c’è l’uomo; qui c’è l’animale e qui c’è l’umano; qui la natura e qui la cultura, ma non per negare che ci sia una differenza, ma perché ce ne sono infinite. Non potremmo neanche metterci a mapparle tutte, perché c’è una plasticità dell’essere che rende impossibile registrare ogni sua caratteristica. Chiaramente noi dobbiamo muoverci in questa complessità e chiaramente metteremo un discrimine, un qui e un lì. Se in qualche modo potessimo fare così anche con gli animali non umani… ecco, una cosa così. Io nel mio piccolo cosa faccio? Beh, non mangio animali, il che va beh, non ci vuole nulla con l’offerta che abbiamo oggi; provo a fare testimonianza di questa cosa, a parlare, raccontare, spiegare… però è molto poco. Quando poi sei messa davanti alla realtà dei fatti, e cioè al ritmo con cui queste creature vengono fatte nascere e messe a morte, e con la violenza con cui facciamo tutto questo… c’è un senso di impotenza, di tristezza e di rabbia che è fortissimo.

Spesso le rivendicazioni politiche riguardo l’antispecismo nascono in ambito riformista, e in particolare con l’antispecismo deontologico, che si basa sull’idea del benessere animale e della riduzione della sofferenza. Per esempio le piante, o i molluschi sono ammessi perché non soffrono. Come ti poni su questo tema?
Con molta difficoltà. Noi tendiamo a dare dignità a ciò che ci somiglia. Lo stesso Singer si è mosso in quella corrente che tende ad assimilare gli animali agli umani: per esempio il progetto grandi scimmie, o l’attenzione verso le orche che sono particolarmente intelligenti, o il maiale, che è intelligente come un bambino di tre anni… sticazzi. È proprio brutto questo processo di assimilazione, e tra l’altro è un processo estremamente colonialista: io vado a mettere il mio stampino di “moralmente rispettabile” perché mi somigli nel modo di ragionare o nel modo di soffrire. I molluschi non ci somigliano e quindi possiamo farne ciò che vogliamo. Questa cosa sarebbe da mettere in discussione e molto antispecismo non lo sta facendo.
Anche il nostro modo leggere la sofferenza delle piante sia un po’ antropocentrico, o in questo caso animalocentrico. Io penso che abbiano delle vite molto complesse, e che quindi è un peccato sottrarle. Ci sono delle persone che sono fruttariane, quindi mangiano solo i frutti, che ok, è molto radicale, però secondo me se dobbiamo muoverci in una direzione allora non sono cose così assurde. Secondo me le domande che ci facciamo sulla sofferenza delle piante sono fatte più per abbassare l’asticella, per dire “allora mangiamo anche gli animali”, e invece io andrei ancora più in là: non mangiamo neanche le piante.
Eh però qui abbiamo un problema: è la famosa questione dell’ordo naturalis: mangiare l’altro fa parte di un ordine naturale, quindi risulta accettabile: anche gli animali uccidono.
Io in realtà farei il grande discrimine tra il potere che si gioca tra gli individui, come possiamo essere noi due, e invece il dominio: noi sugli animali esercitiamo un vero e proprio dominio. Ora, se io devo scazzottare con una mucca, ok, ce la vedremo io e questa singola mucca. Un conto è vedersela faccia a faccia tra singoli, un altro è invece una società che condanna a prescindere gli altri animali. È un problema di sproporzione militare. Gramsci, che non era antispecista manco per niente, però diceva che quando parliamo della mucca, o della gallina, o del maiale, noi non stiamo parlando di nulla di naturale, e di nulla di animale, perché sono delle creature che noi abbiamo da secoli instradato in una nostra idea di utile e di profittevole: li abbiamo fatti crescere con le gambe tozze, i corpi enormi, completamente decontestualizzati rispetto all’ambiente in cui vivono… e quindi non sono neanche più animali. Sono già merce.

Sì, sono d’accordo, però continuo ad avere l’impressione che l’antispecismo porti con sé degli impasse: mettere effettivamente sullo stesso piano esseri umani e animali significa mettere sullo stesso piano anche i protozoi, gli insetti, gli animali che non ci piacciono, o quelli che consideriamo dannosi. Più si pensa a delle soluzioni pratiche, più sembra che nessuna società possa vivere senza una qualche forma di sfruttamento animale.
È una questione difficile, ma io non vedo un problema così grande nell’impasse. Credo che sia parte consustanziale alla sfera della politica: è quella parte di conflitto che, sì, non è risolvibile – se non forse anche attraverso un torto – ma che viene continuamente negoziato, e ogni nuova negoziazione scioglie via via gli impasse che sembravano tali in precedenza. Non so se è una bella visione delle cose. Però, sicuramente, se davanti a me c’è un muro, o qualcosa da risolvere, non mi ferma. Ora come ora il mio essere antispecista, di per sé, non mette in crisi niente. Per ora si tratta di negoziare cose transitorie: la gabbia un po’ più grande, l’assenza degli animali dai circhi e dai parchi acquatici, un diverso tipo di sperimentazione. Sono piccole cose, sì, ma su cui si può agire. Certo, a me in linea di principio non piace questo modo di agire riformista: se uno mi parla di gabbie più grandi mi incazzo. Ma perché sembra che tutto finisca lì, con le gabbie più grandi. È come chiedere condizioni migliori nelle carceri: io le carceri non le vorrei proprio. Ecco, però non penso che uno si faccia problemi a dirsi abolizionista anche se sappiamo che le carceri non le possiamo abolire da un giorno all’altro. Oggi mi definisco antispecista perché la mia intenzione è arrivare ad un mondo privo di sfruttamento animale, anche se magari non ci arriveremo mai. Alla fine, tanti rivolgimenti storici ci sono stati davvero. Per secoli, una certa parte di mondo non considerava gli schiavi esseri senzienti. Esisteva una certa idea della donna, di idea di mondo, e quello siamo riusciti a combatterlo.
Noi fino all’altro ieri pensavamo che fosse giusto vendere e comprare esseri umani e oggi noi pensiamo che sia giusto vendere e comprare animali. È una cosa ancora totalmente accettata, e questo è abbastanza angosciante.
Beh, tutti questi movimenti si sono fatti forza l’un l’altro: per esempio le prime femministe e le suffragette andavano a protestare contro la sperimentazione, erano spesso vegetariane, e si prendevano cura dei randagi: c’era un discorso, interessante, anche buffo, se vuoi, di indirizzare la cura dalla casa all’esterno, agli animali randagi. Questo mi piace molto. Così come c’è stata un’alleanza tra il movimento per la liberazione dei neri e il movimento animalista. Credo che anche questo sia significativo: c’è una storia molto stratificata che parla di queste oppressioni e di come si intersecano. Il che è notevole, non tanto per poter dire in modo un po’ semplicistico che c’è stato un progresso, quanto perché tante voci si sono attivate, tante voci hanno parlato. Mappare questi movimenti è molto bello, anche perché può dare fiducia per quello che può venire poi.



