Chi conosce la vecchia Milano forse si ricorderà delle Varesine, il vecchio luna park che un tempo sorgeva vicino al quartiere Isola e su cui oggi crescono grattacieli, bar, ristoranti chic e alla moda. Le Varesine oggi esistono solo in fotografie bigie, scurite dal tempo, di una Milano malinconica che sapeva di carbone e fuliggine, rumori di operai e sferragliare di cose che in quel tempo sembravano nuovissime, e che sono sbiadite in fretta. Anche il luna park è sbiadito nel tempo: non solo quello delle Varesine, ma il concetto stesso è qualcosa di vecchio, di appartenente a un’altra epoca: come il circo, è qualcosa che c’è e non c’è al tempo stesso, qualcosa che resiste ma in realtà è già sparito, andato, evaporato.
È per questo che lo spettacolo che andrà in scena venerdì 19 e sabato 20 presso l’Associazione Studio Novecento porta un titolo tanto milanese, tanto strano ed evocativo, con questo suono allitterante: Viale delle Varesine, un luogo che solo dal nome sa di fiabesco, di transeunte, sperso tra l’essere e il non-essere. E infatti anche il circo che fa da ambientazione – nonché, di fatto, da protagonista – alla scena è un circo cadente, vecchio, con attrazioni antiche e poetiche, come i burattini, la giostra dei cavalli: quelle giostre che ogni tanto si vedono qua e là, ma che sembrano di fatto relegate solo ai film e alle pagine dei libri.
È un’atmosfera sognante e malinconica quella che apre Viale delle Varesine. Un’atmosfera che però diventa subito qualcos’altro, quando iniziano a calcare il palco le prime figure, un detective privato e il padrone di un vecchio circo. Il detective pone delle domande, sta indagando su un certo musicista, che pare abbia lavorando in quel circo, suonando il trombone. Il padrone nega recisamente, prova ad allontanare il curioso, ma più lo allontana più sembra, in un certo senso, che voglia proprio trattenerlo lì. Più nega un coinvolgimento con quel musicista, più il detective non gli crede, e non gli crediamo neanche noi, e vogliamo sapere cosa ci sia in quella storia.
E così ci troviamo ad ascoltare le storie di quel circo, così inverosimili e così vere: così reali e così fiabesche. Veniamo a far conoscenza con la prima artista, ballerina e giocoliera, nonché amante del vecchio padrone; conosciamo il Matto, il giovane ragazzo tuttofare del circo, che un giorno, guarda un po’, ha sparato nientemeno che a un angelo, e l’angelo è caduto giù. Gli abbiamo dovuto tagliare le ali, dice il padrone, mostrando le cicatrici dell’angelo, in modo che tutti credano, che vedano che quella storia è proprio vera. E mentre lo dice sembra sempre di più una sorta di Zampanò, uscito da La Strada di Federico Fellini, e sembra sempre di più Mangiafuoco, e infatti, scopriamo che il Matto, in realtà, non è altro che un burattino di legno diventato bambino vero. I due personaggi sono l’uno l’antitesi dell’altro: se l’angelo era nient’altro che luce e parola, vibrazione che desiderava farsi carne, per poter vivere, per poter sentire, percepire la realtà, l’altro è tutto materia, tutto corpo, talmente corpo da essere un burattino. L’uno cerca la corporeità, la anela, la desidera; l’altro invece cerca lo spirito, l’invisibile – e forse proprio per questo è finito in un circo, a fare il circense, il teatrante. Il teatro è l’epifania dell’invisibile, dice l’angelo a un tratto, mentre parla con il detective, che non demorde, non cessa di fare domande, di cercare di capire, di arrivare fino in fondo alla storia, come se questa fosse la storia più importante della terra, come se questa storia riguardasse proprio lui. Ed è così che, entrando sempre più a fondo in questo circo, conoscendone le anime vaganti che lo popolano, finisce per farne parte sempre di più, finisce per muovere tutta la vicenda e scoprire che in realtà quella storia era già avvenuta, ed era avvenuta ancora prima, e prima ancora, in un ciclo infinito, in un eterno ritorno.
Ognuno, infatti, finché non conosce la propria storia è destinato a ripeterla, ancora e ancora, senza liberarsene mai. Ognuno dei personaggi è prigioniero della sua storia, e pertanto rassegnato a un ciclo di morte e rinascita – qui si vede sia l’eterno ritorno di Nietzsche sia il ciclo delle reincarnazioni indiane – da cui ci si libera solo facendo come il detective: ponendo domande, cercando di andare a fondo della propria storia. Ma il porre domande non basta: è necessario affidarsi alle storie stesse, se si vuole ritrovare la strada. Non sei matto finché puoi raccontare la tua storia, dice appunto il Matto1 al detective, riabilitando in una frase i sogni di Poe e di Maupassant, e Ismaele e Ahab, e Ivan Bezdomny, e Margherita e il suo Maestro: finché hai la tua storia, e la sai raccontare, non sei matto. Sei matto se, al contrario, quella storia la perdi, e allora sarai destinato a ripeterla, e ripeterla più e più volte all’infinito.
Se Zarathustra, nel passo famoso di Nietzsche, disse all’uomo divorato dal serpente di mordere il serpente stesso, e infine liberarsi, in Viale delle Varesine la liberazione arriva dal conoscere la propria storia; conoscerla, ancor prima che raccontarla: i personaggi, infatti, sono dimentichi del loro passato, e la loro condanna non sarà conclusa finché non avranno ricordato. Mentre la domanda è nietzscheana, la risposta è dunque socratica: conosci te stesso.
Dietro a tutto questo c’è uno dei maggiori poeti milanesi di tutti i tempi, Franco Loi, che nel suo poema, l’Angel, ripercorre la storia di un angelo caduto, che tenta di ricordarsi del proprio passato, di com’era il Paradiso:
El Paradis… Ragassi, che pastüra!
Quand ghe pensi, me par… Ma sé l’era,
pö, quèj ch’a volt me paren penser,
a volt ‘na vita che d’ogne tant returna
tocch a tocch, squasi tremur de sogn,
umbra, speransa? Sì, le su anca mì,
ne la vita l’è difficil recurdàss
del Paradis…
Ecco, anche noi, come i personaggi del circo, siamo come l’Angelo di Loi, e non ci ricordiamo più del nostro paradiso, e siamo prigionieri di noi stessi, delle nostre storie che non conosciamo, e che non sappiamo più come fare per raccontarci, per capirci. In questo, i personaggi del Circo sono solo apparentemente dei ricordi felliniani: in realtà ci arrivano più vicino: sì, lo sentiamo il cigolare delle altalene sulla spiaggia, come in Amarcord; sì, sentiamo questi spazi desolati e vuoti, ma è nel Circo – il Circo dei Morti – che lo spazio si fa ora enorme ora piccolissimo, asfissiante; ora si allarga, ora si restringe, e ogni cosa diventa possibile. Anzi: forse, le uniche cose possibili sono davvero le storie.
E forse è per questo che alla fine, quando tutti i personaggi se ne sono andati, finalmente liberi da se stessi, l’unico a piangere è proprio il Matto, il burattino di legno, il bambino, l’unico a ricordarsi la propria storia: una storia inverosimile, ma forse più tangibile di tutte le altre, più vera, l’unica che dal Circo ha saputo trarre linfa vitale. Forse perché, alla fine, il teatro e la fiaba sono intessute della stessa invisibile, impalpabile materia.
Viale delle Varesine andrà in scena venerdi 19 e sabato 20, alle ore 20.30 presso Associazione Studio Novecento, in via Federico Menabrea 27. Per info e prenotazioni: organizzazione@studionovecento.com
Viale delle Varesine è uno spettacolo di Associazione Studio Novecento.
Testo e regia di Marco M. Pernich.
In scena Carolina Altieri, Andrea Bonzi, Alessandro Gentile, Fynn Pelosi e Stefania Rubio Jìmenez.
Scenografie di Antonello Ruggieri. Supporto tecnico di Andrea Pella.
Fotografie di Créarc — Léonie Troupel
1 La fonte originale è Oliver Sacks, che di malattia mentale se ne intendeva.





