Ogni compagnia teatrale ha le sue storie fondative. Possono essere le opere che per prime sono state messe in scena, o quelle che raccolgono le idee attorno a cui si è formato il gruppo, o semplicemente le storie che più spesso vengono rappresentate, e che ne costituiscono il repertorio. Gli scavalcamontagne non rientra appieno in nessuno di questi casi, ma anzi – appunto – li travalica. Per Studio Novecento, di cui vi abbiamo già parlato in diversi articoli, Gli Scavalcamontagne costituiscono una sorta di epopea interna: non solo si tratta dello spettacolo di maggior diffusione della compagnia – oltre venti repliche in otto anni – ma la stora rappresenta anche un’origine mitica della compagnia stessa.
Lo spettacolo nacque nel 2011 per celebrare i centocinquant’anni dell’Italia unita e negli anni seguenti fino alla pandemia rimase un autentico cavallo di battaglia, replicato con gran successo in scuole, teatri e associazioni per venire incontro ad un pubblico il più vasto e variegato possibile. Del resto, la sua ambizione era quella di raccontare la Storia d’Italia nei suoi centocinquanta anni di unità e assieme ad essa la storia di una compagnia teatrale che ne ripercorreva le vicende, in un continuo intreccio tra macro e micro, un vicendevole rispecchiarsi della Grande Storia nel piccolo mondo della compagnia teatrale. Al di là della ricorrenza, il valore di questo spettacolo stava nel far emergere un racconto autenticamente popolare, in cui le piccole vicende umane sono parte di un disegno più grande, di quella macchina umana che è la Storia.
Nella sua formulazione originaria, era uno spettacolo alquanto essenziale: in scena erano presenti solamente due attori-narratori e due musicisti che accompagnavano l’azione scenica. Tuttavia, lo spettacolo, per la sua natura molteplice e centrifuga, esondava da un impianto tanto semplice, lasciando intuire il bisogno di un maggiore respiro e ampiezza. Per questo il suo autore, Marco Pernich, è ritornato più e più volte sul testo, prima facendone un vero e proprio romanzo, e poi riscrivendo una versione corale e collettiva dell’opera. Si tratta, questa volta, di una prova monumentale, un’autentica epopea in quattro parti, rappresentata nel corso di un anno di lavoro dai giovani dell’Atelier di Creazione di Studio Novecento.

Gli Scalvalcamontagne mette in scena 16 attori non professionisti per ripercorrere le vicende di una famiglia di teatranti che vive, nel suo piccolo, gli episodi salienti della storia italiana: la prima parte riguarda le vicende dell’Unità d’Italia e i primi passi del regno, fino alla prima guerra mondiale; la seconda parla invece dell’avvento del fascismo, la seconda guerra mondiale e la resistenza; terza, invece, racconta gli anni della repubblica, culminando negli anni di piombo e nelle tragedie del terrorismo. La quarta, infine, costituisce un lungo epilogo che traghetta la compagnia nel nuovo millennio e nel mondo della modernità liquida, fino ai giorni nostri. Il fatto di portare in scena degli attori non professionisti è un atto di riconoscenza civica, di dedizione alla comunità: gli attori di quest’opera, a differenza di altre produzioni di Stn, sono persone che, pur con una solida formazione, hanno scelto di non fare del teatro la loro professione e in questo caso ripercorrono gli eventi della storia italiana, in un atto di riflessione sulla propria dimensione di cittadini. Riguardare con una prospettiva critica al proprio passato è infatti qualcosa che coinvolge non solo il pubblico, ma gli attori stessi, in un percorso che diventa pienamente civico e civile.
Non si tratta, però, di un’opera storica, nel senso di un’opera che voglia semplicemente ripercorrere le vicende del passato in una cornice nazionale. Non è la celebrazione il fulcro, l’elemento centrale – e anzi, se fosse così staremmo parlando di un’opera costruita a tavolino, da teatro civile in senso deteriore. In realtà, come per altre grandi opere civili, si pensi a Novecento di Bernardo Bertolucci, il senso è mostrare il respiro della storia nella vita quotidiana: seguire il passo di quelle persone che sarebbero nate e vissute senza lasciar traccia di sé, e che si trovano imbrigliate in vicende più grandi di loro. In tutta l’opera si respira l’atmosfera popolare e collettiva di Bertolucci, dove gli avvenimenti non sono un pretesto di glorificazione acritica, ma un’occasione di riflessione sul proprio passato e dunque su di sé.
Inoltre, Gli Scavalcamontagne è una continua riflessione sull’arte. Tra tutte le anonime persone su cui avrebbe potuto soffermarsi, l’opera sceglie gli artisti e in particolare gli attori, vale a dire chi tenta di rompere questo anonimato, chi tenta – anche con una certa vanità – di far parlare di sé. E il rapporto tra vanità e arte è in sottotraccia a tutto il racconto: a che serve l’arte? A che serve il successo? A creare qualcosa di più grande di sé, o semplicemente a perpetuare la propria esistenza? Gli artisti sono schiacciati in questo limbo, tra l’eternità delle loro aspirazioni e la finitudine delle loro esistenze. Nelle lotte intestine della famiglia protagonista, nelle lotte fra gli attori vediamo questa continua domanda sul senso dell’arte, e l’opera arriva a costituire una summa della storia del teatro: non vediamo solo come la compagnia a reagito ai fatti storici, ma anche come ha interpretato il suo ruolo, come il teatro poteva – o non poteva – essere una valida risposta alle tragedie che si trovava ad affrontare. Vediamo, insieme al tempo che scorre, la storia di un’arte che diventava via via più distante dal popolo, via via meno comprensibile. È la storia degli artisti, che si trovano allontanati – come artisti, e come cittadini – da una società che va sempre più in un’altra direzione.

È dunque un’epopea in cui le generazioni si susseguono, e in cui le storie si intrecciano e si intersecano tra loro, dando così il senso di un quadro monumentale d’altri tempi, colmo di dettagli e di episodi che vanno a comporre un affresco collettivo e plurale. Nessuna storia, per quanto apparentemente secondaria, lo è davvero, perché concorre a farci sentire questa eterna e mutevole molteplicità del reale. L’opera stessa è molteplice, e varia il tono a seconda degli anni e degli eventi, passando dalla commedia al dramma, dal racconto popolare a parti puramente liriche.
La sensazione non è dissimile rispetto alle grandi epopee mitiche, come il Mahabharata (che peraltro Studio Novecento porta in scena da alcuni anni): sono opere infinite, magmatiche, in cui l’aggiungersi di dettagli porta a un continuo fiorire del racconto, portando alla luce il senso nascosto nell’apparente eterno ripetersi dei fatti. Le generazioni, succedendosi, ripercorrono in modo diverso le stesse prove, commettono gli stessi errori, si rialzano allo stesso modo, in un ciclo che invece di schiacciare lo spettatore lo libera. Il senso delle singole vite, per quanto sconnesso e incomprensibile, trova una sua voce nel raccontare stesso della vicenda, e in questo Gli Scavalcamontagne è vicino al realismo magico di Marquez, alle pergamene sanscrite che raccontano la storia di Cent’anni di solitudine, eterne e scritte prima ancora che gli eventi si siano manifestati. Non è un caso che alcuni personaggi vivano, proprio come nell’opera di Marquez, molto più di quanto sarebbe consentito nella realtà: si tratta di figure eterne, simboliche, sempre uguali a se stesse. Sempre la compagnia si troverà davanti la Contessa, che rappresenta tutto il conservatorismo e l’anima reazionaria del nostro paese; sempre avrà un Poeta, che cerca al contrario di trovare una strada alla compagnia in questi momenti difficili. Come in Marquez, l’opera è assieme disperata e serena, angosciante e rassicurante: il ciclo degli eventi è implacabile, ma questo ciclo è esso stesso una salvezza. E il racconto del ciclo degli eventi è l’unico modo di chiuderlo, per poterlo consegnare ai posteri.
Gli Scavalcamontagne è uno spettacolo di Associazione Studio Novecento.
Testo e regia di Marco M. Pernich.
In scena Ginevra Bibolotti, Andrea Bonzi, Andrea Buquicchio, Allegra d’Imporzano, Alessandro Elia, Alessandro Gentile, Giorgia Izzo, Francesco Malloggi, Federico Opiparo, Alice Pareyson, Benedetta Ravelli, Viola Rindone, Elena Sangalli, Leonardo Sarzi-Braga, e Jacopo Zotti, con la partecipazione straordinaria di Raffaello Panaccione.



