Bicchiere con specchio

Suggestione sulla difficoltà dell’incipit

Su sedie affollate, davanti al problema che lo sforzo delle prove sempre sposta il più alla più esatta formulazione dell’assioma, investigando se siano interi oggetti di una struttura che sappia all’infuori di sé il destino inammissibile, due ordinano acqua.

Le vie dal principio suggeriscono la possibilità che il tempo abbia un inizio convergente, senza misura, alla guaina di ciò che si conosce. Il confine del futuro non è di tipo tempo. L’ombra della linea del futuro è una spaccatura nello spazio del passato, che genera il confine senza estremo, ma, come generatrice del suo prossimo, trova in movimento le cose predette: la linea si slarga come presa da due mani che tirano, stirando in superficie, lo spazio di rottura; di là, le cose esistono, ed esistendo, figurano. L’indagine di un sistema serve gli strumenti, più sopra, le categorie di questo strumento. Così abitando un altrove d’altro, o l’ora, l’incipit è un luogo d’ombra nell’assunzione estetica di variazione a ciò che accade prima, fino alla storia del corpo che legge, di qua all’abbandono della via breve, una curva più lunga.

Il bicchiere d’acqua è in equilibrio sul futuro del tavolo. Il colpo di fortuna non ha preferenza e, dalle mani del prestigio, gli effetti degli eventi si pescano nel passato.

È una mattinata grigia. Scende nel piccolo avvallamento e appoggia con circospezione i piedi sul ghiaccio. È solido e tutto a posto. Ripete la prova in più punti. La superficie del lago è rotta prima dell’inizio del Decalogo, si può dire che sia rotta in antecessione allo scenico in specchio di ghiaccio, che, non del tutto annegando sotto l’acqua del suo guscio, piuttosto trasportandolo all’intatto primitivo, sostiene il corpo finito.

Si vedono due cose, in una è rotta, eppure, non vedendola, sotto l’immagine, il pavimento della sala si mostra, tra i frammenti del vetro, sotto l’acqua. Asciutto, l’acqua salendo copre il sottotavolo in una vetrata verticale sulle quattro gambe, frenetiche. Due sono più ferme.

I fumi della cucina smerigliano vista e suono, oltre le molte persone che aspettano il secondo turno. Mancando il bicchiere: Una? Due acque!, il vetro segue il punto dell’alzata falsa. Ogni punto del bicchiere è già lì, ma i bicchieri arrivano. Entro un bicchiere si trova, come vetrata verticale, uno specchio a doppia faccia. L’orlo superiore del bicchiere è reso opaco da un bordino dorato che impedisce la vista dell’orlo superiore dello specchio. Un bicchiere, la sera, al chiarore dei lumi, ha tutta l’apparenza di essere vuoto, da qualunque parte lo si guardi. Disposto lo specchio parallelo alla scena, si sbarazza segretamente della sua caduta. Nell’altra, da sopra, il lago comincia a scricchiolare, la porta sbatte in congedo e questo torna alla sua rottura.

Quando bevono, suona persino bizzarro il pensiero che aprendo un libro, per modo, si capiti alla prima parola, o quasi, a seconda di quale intenzione sia presa in sospensione – la sesta parola. Dei modi, l’infanzia del cosmo, già smessa d’innocenza, o prima riga, uno è che sia di parole, che pescando non si è pescato l’inizio, solo quella parola di un tempo di parole breve. Una fine per l’inizio, pesando del silenzio, come si imbuta, più grande, sul collo, è materia imbevuta, ora bianca, o gialla, o riciclata, o ruvida, possibilmente non lucida, comunque per il modo opaca, sigillata (ora piove) quando si è estratto. Le parole all’acqua, sotto il viola, non disambiguando la memoria in una parola, viceversa la parola (“Jewel”) soffondendo nella memoria la solitudine di una dura permanenza, nondimeno avrebbero immaginato la stessa storia. Bene, così deciso, macchinato un traino impossibile di cui scrivere, per lo spazio di una sola riga in più, rivolto secondo simmetria, lo scrigno gira l’ora mentre asciugava.

Tutti i libri iniziano. I vetri sono coppe, ampolle, tazze, lampade, catini, fiaschette, reliquiari, urne – balsamari. Colorato per gli intagli di decorazioni geometriche, il mosaico fuso, a costolature, con stemmi, in filigrana di bianco soffiato – per costume d’affermarsi, un mosaico usa abbellire il volgersi dei tempi. Qui gli investigatori introducono “le sedie” (tipi di segni non strettamente necessari a determinare ciò che viene comunicato e analoghi ad altri testi, fino, a forza di incontrare ed evitare testi, alla ripetizione – omaggio – ossessione), alla cui lettura è sufficiente l’uso generico di un ricordo di sedia. Di ciò che affolla una sedia, gli interiori della composizione aprono sui problemi:

il corpo del lettore, o concretizzazioni, le cui pause dall’atto di lettura, non prevedendo testo, trasformano l’inesistente in reale, e, nella varietà della percezione opposta alla pretesa univocità della critica, provocano l’incontro tra intenzioni descrittive e normative in una storia di significati; l’estraneo, incontrati rassicurazioni, dubbi, rifiuti, nello sbilanciamento su di sé dal testo dell’informazione, non lo conosce, ma produce una concretizzazione, e l’insieme degli atti di lettura costituisce un nuovo testo disponibile alle molte concretizzazioni, di rito senza conoscenza, altare di oggetti noti; i confini dell’inizio, o teorico della delimitazione, secondo criteri di lunghezza e comunicazione: la traduzione del pensiero in linguaggio tramite ulteriori determinativi causa il rapporto palese tra le parti del testo, l’intenzione di comunicabilità di fronte al pubblico o rifiuto di comunicazione del non comunicabile, rimanendo esatta solo la parzialità del fermo sull’attenzione, l’angoscia dell’inizio non essendo causata dalla difficoltà in essere nella struttura prescelta al non esistente, ma dal senso di impotenza dalle esclusioni determinate; a che punto finisca l’inizio… ma già si vedono famiglie, specie e sottospecie di gesti d’avvio che prendono intenzione in quanto oggetto non delimitabile ad aspetti dell’atto di iniziare; la materia del gioco, o curiosità, o tramite d’estensione della superficie reale; la costruzione dell’inizio, o dichiarazioni del narrante (di preesistenza, sviamento, cause, diffusione, eccezionalità o normalità, dire, guardare, svelamento, luogo, clima, vera o inventata, chi narra, difficoltà, prima, opponente o adiuvante, personaggio, rapporto tra, istruzioni, determinazione lettori e ruolo, approvazione o condanna, azione in corso, presupposizione) e interesse del lettore (se non diretto al ricordo finale), tramite regole di attualizzazione (riferimento, novità, organizzazione, comprensione), per cui, se non interviene un disturbo esterno (la pioggia) nel gioco di rifiuto, è improbabile l’interruzione prima di aver percorso l’inizio, lungo cui il tempo estende il contatto degli interrogativi generali sugli interrogativi al testo; la lettura dell’inizio, che partecipa senza tracce alla costruzione, sua storia di mondo che, tra la prima e l’ultima parola, è rovina senza tempo, o non è più, non cercando segni sulle pagine, ma loro generazioni.

Dall’ipotetico catalogo, non un salto, il libro si versa nell’alfabeto. L’astuto Prestigiatore, coperto il bicchiere per un attimo e fattolo girare di una mezz’ora, dopo averla abbandonata alla parte posteriore, – Mon Dieu! Come avrà fatto? Si sbarazza segretamente della carta nascosta.

Degli abituali che topografano l’incipit, dietro lo specchio dentro “Darl”, infila, visibile visibile, pure non vista, la carta del Candore. Vicino alla fine del tavolo, il nome della fortuna deve cadere e il suo nome, sfilando davanti agli occhi, scorta una figura senza sé.

L’inizio è atto putativo di rinuncia alla soddisfazione della promessa estetica nel compimento letterale. Sulla lapide testamentaria della libertà, i fiori nel bicchiere bevono/pregano, ma chi scrive è lontano e preferibilmente fuori dal proprio campo visivo. Nella sottoinsiemistica del vuoto la luce esiste e il suo infinito è un altro posto, il cui orizzonte è accanto nullo. Il fulmine spacca un sasso. Dove inizia una follia, sotto il sasso, di esistere spostandolo dalla terra cotta e lisciata dai piedi.

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