Teatro desiderio

La casa è sempre, La casa degli Orrori

L’arte come rivelazione Gnostica

La felicità è sempre oltre le mura di casa: altrimenti non avremmo ricevuto in eredità grandi capolavori. Tutta l’opera cecoviana, si basa su questo semplice principio. Un faldone di cartelle cliniche riarrangiate più volte in 4 atti da un medico di campagna sull’incapacità dell’uomo di vivere appagato dentro sé stesso. Tutte ambientate in una casa, in una villa, in una tenuta.

Il pendolo tremendo e ineluttabile tra la vita immaginata e la vita reale. Come due rette perpendicolari che tirano di bestia in direzioni opposte, e noi siamo il puntino stremato dove si intersecano. Con la mente che scalcia, e fumando e mirando, interminati “fuori dalla finestra” e lo strapiombo di tutto quello che potremmo vivere che si sostituisce al significato stesso di Vivere.

Il fiore che alla fine della vita si avrà la sensazione di aver amato di più sarà quello che avremo annusato più a lungo o quello che non avremo mai colto?

«Certe donne sposano case», Scrive Anne Sexton, poetessa americana e casalinga alcolizzata e genio, «è come un altro tipo di pelle».

Madame Merteuil e i suoi amanti aspettano la fine del mondo, che potrebbe essere anche intesa come il postmodernismo stesso aka tutta la contemporaneità che ha seguito gli orrori che hanno fatto sì che per chiunque, per non vedere il male, fosse troppo tardi, chiusi dentro un bunker, o un appartamento.

D’Annunzio a Fiume, le due sorelle col bimbo di Melancholia, Sussurri e grida di Bergman, la casa è spesso un archetipo tragico dove si attendono varie apocalissi, private o meno.

Kaspar Hauser, creatura diventata adulta senza venire a contatto con la società dice, nel film di Herzog: la montagna è più grande della casa. Perché se guardo la montagna e mi giro non vedo più la montagna, se guardo la casa dentro la casa e mi giro, vedo ancora la casa.

Per quanto mi riguarda, La ragazza data in sposa è il più inquietante esagramma dal quale mi sia capitato di prendere spunto finora.

Se è vero che per tutta la vita, ci dice la psicologia da bar che conosco io, oscilliamo tra la pulsione dell’avventura a lasciare il nido e il bisogno naturale di protezione, il matrimonio, comandato o meno, è il trionfo della seconda e tante volte, grettamente, a discapito della prima. Non a caso ci stiamo ancora suppostando da parte dei Boomer tutto un catalogo di battute collassacoglioni sul fatto che quanto odiano le mogli e quanto nel matrimonio non si scopa e quanto ahah invece col matrimonio si scopa un sacco ma con altri. È il vecchio modulo della moglie (il nido) e l’amante (l’avventura), principi di bilanciamento imprescindibili gli uni dagli altri e perfettamente complementari.

Dunque la casa, la condanna a stare chiusi in casa, dalla Casa degli Atridi a Invito a cena con delitto è da sempre un ordigno drammatico perfetto perché la pesantezza delle mura è materializzazione empirica della nostra zavorra psicofisica interna di non poter vivere se non dentro la ruota Samsaarica della continua ricerca di un nuovo qualcosa di meglio. Esattamente come dice Giovanni Truppi nella sua hit più acchiappona e anche un po’ per bambini.

Il poeta Iraniano Sa’Di, in un verso dice: «Se tu vorrai cacciar restando a casa, piedi e mani di ragno dovrai prima procurarti».

Olga Knipper e il marito Anton Čechov
Olga Knipper e il marito Anton Čechov



La Sposa, che noi tutti siamo, quindi, in relazione a qualsiasi fatalissimo personale matrimonio comandato alias le quattro mura che non possiamo buttar giù, ha due soluzioni: la fantasia e l’immaginazione, che sembrano la stessa cosa ma Jung ci dice che assolutamente non lo sono.

La fantasia è un modo per soddisfare irrealsticamente un vuoto con altrovi che non ci riguardano e non siamo noi, come immaginarsi e godere di vincere una Champions League quando si è fuori corso a scienze politiche e non si tocca un pallone dal cortile delle medie.

L’immaginazione è costruire un’idea del proprio futuro prima in testa per essere più pronti a farlo fuori. Forse in estrema sintesi quello che oggi va tanto di moda col nome di manifesting. Quindi, quello che la Sposa relegata infelice è consigliata a fare, è di essere paziente e resiliente e al massimo pensare attivamente e in positivo. Emoticon di mani in preghiera.

Aspetta. Ma non era un articolo di teatro e quindi di arte questo? Perché stiamo parlando di psicologia da Instagram?

Esatto. Stavo scherzando! Non me ne frega un cazzo di queste soluzioni digitali New Age in pillole per una vita più funzionale!

«Questo mondo è inabitabile. Per questo bisogna rifugiarsi nell’altro» (Simone Weil).

La funzionalità della vita, sociale, l’idea della felicità del matrimonio della Sposa, la funzionalità materiale del benessere, è esso stesso il vero Demiurgo che si insinua falsificando le nostre esistenze.

La sposa dell’esagramma 54 lo sa. Non c’è salvezza. Čechov lo sa. Lo dice alla fine di Zio Vanja. «Quando verrà la nostra ora moriremo con mansuetudine, e di là, dalla tomba vedremo una vita luminosa, stupenda, meravigliosa, ne saremo contenti e ci volteremo a guardare le nostre disgrazie d’oggi con tenerezza».

Tutta l’arte drammatica, e i principi della meccanica spirituale della recitazione stessa si basano sulla consapevolezza che l’essere umano vive solo mosso da desiderio e che ogni desiderio è incontentabile. Ci scegliamo, nell’iperbole drammatica e come attori, solo amori che non potremo mai vivere e per questo saremmo sempre afflitti da una rabbia inestinguibile.

L’immagine: Così il nobile attraverso la perpetuità della fine riconosce il caduco.

O lo potremmo chiamare anche più chiaramente fragile o transitorio.

Come diceva Carmelo Bene, con rara semplicità per le sue abitudini: che il teatro per lui era una cosa che appare, poi scompare. E non c’è più.

La ragazza data in sposa è una ragazza morta. Ma non è grave, i morti sono più vivi dei vivi. E magari “ci rivedremo tra 25 anni.”

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