Kishore Das

Fammi bere l’idromele dal loto della tua bocca

Figure benaugurali e tantrismo dai templi indiani

Nella maggior parte del mondo occidentale, quando si pensa all’India e alla sua produzione millenaria di letteratura e arte, immancabilmente una delle prime cose che vengono alla mente sono il Kāma-sūtra, scritto da Mallanaga Vatsyayana forse nel III secolo d.C., e le sculture erotiche che ornano molti templi, che fanno sembrare l’India come la terra dei piaceri sensibili.

Questa è una visione errata, l’elemento erotico scolpito sui templi non è fine a sé stesso ma nasconde significati più profondi, di non sempre facile comprensione.

Scene erotiche scolpite sui templi del Khajuraho

Escludendo le testimonianze protostoriche della civiltà dell’Indo, le prime testimonianze della scultura indiana sono buddhiste, tra il 300 a.C. e l’anno 0, e il buddhismo “soprattutto in quest’epoca, vede nell’attrazione sessuale e nel sesso la bestia nera del percorso spirituale di chiunque”. Compaiono però, fin dalla più antica arte buddhista, delle figure femminili in posizione speciale: sono giovani donne ingioiellate, con acconciature particolari, nude e aggrappate al ramo di un albero. Questa rappresentazione è chiamata shalabhanjika (colei che spezza l’albero shala) e racchiude in sé diversi significati, a Bharhut sono chiamate yakshi cioè “divinità”, sono antiche dee della vegetazione assorbite nel pantheon buddhista come presenze benauguranti e protettrici delle fede, inoltre nella loro posa ricordano la madre del Buddha che lo ha partorito aggrappata a un albero. I poeti parlano anche di alberi che, per fiorire, devono essere abbracciati, sentire la risata oppure venire presi a sputi da una donna in quanto emblema di fertilità mentre nella tarda arte medievale sono semplici raffigurazioni portafortuna.

Ma quale è l’ideale femminile che viene raffigurato?

La letteratura indiana descrive bene la donna-tipo, identica a quella che vediamo in scultura. Ad esempio Kālidāsa, il più grande poeta della letteratura classica indiana, canta la bellezza femminile nel suo Meghadūta come «esile, acerba, dai bei denti e dalle labbra rosse come un frutto maturo di bimba, sottile alla vita, con i grandi occhi spauriti come quelli di una lepre spaventata, e l’ombelico è profondo, lenta nel passo per le sue anche floride, un po’ curvata dal suo seno grande».

Nell’arte indiana compaiono anche fregi dove coppie, a volte da sole o a volte in gruppi, sono ritratte in momenti sessualmente espliciti, i più famosi dei quali sono quelli che compongono i fregi del tempio di Kandariya Mahadeva “Grande dio (Shiva) della grotta” a Khajuraho, nella regione del Madhya Pradesh. Eseguito durante il regno di Vidyadhara (1004-1029), il più potente sovrano della dinastia Chandella, il tempio riporta tra i più alti vertici della scultura indiana, qui la scena è dominata dal corpo umano che diventa veicolo per raffigurare il divino. I volti sono sensuali, le pose varie e colte negli atteggiamenti più vari, tra cui quelli erotici che hanno reso famoso il tempio e le sue sculture. Il corpo femminile era sempre rappresentato con i tre centri dell’attenzione molto marcati ovvero le labbra sensuali, il seno tondo e il Monte di Venere pronunciato; queste tre aree sono organizzate lungo una linea a forma di S che isola e attira lo sguardo.

Sessualità e religione non erano fenomeni che si escludevano a vicenda, la creazione era concepita come un coito divino e gli obiettivi chiave di una vita giusta erano determinati dal dharma (dovere), dall’artha (prosperità), dalla mokṣa (liberazione) e dal kāma (desiderio). I templi induisti e buddhisti sono stati caratterizzati per molto tempo da raffigurazioni di mithuna (coppia) che avevano la funzione di creare prosperità, proteggere il santuario e per far capire al fedele che l’unione sessuale umana non era altro che la riproposizione terrena dell’unione divina della coppia per eccellenza ovvero Shiva e Parvati.

Le raffigurazioni canoniche degli atti sessuali sono legate al mithuna,mentre quando sono scolpiti atti sessuali trasgressivi, che proliferano intorno agli inizi del X secolo, si parla di maithuna (unione sessuale) e potrebbero essere legate a dei riti tantrici.

Immagine tantrica di Shiva

Il termine “tantrismo” è un’invenzione occidentale che porta confusione, principalmente facendo pensare che sia un movimento unitario e invece ha influenzato diverse realtà come induismo, buddhismo, jainismo e persino l’islam sufico. In termini generici i tantra propongono vie di liberazione accelerate dal ciclo delle rinascite e di per sé l’atto sessuale favorisce la riunificazione con la divinità perché, attraverso questa pratica, si permette alla Kundalini, l’energia divina in ognuno di noi, di risvegliarsi e di ricongiungersi al dio facendo terminare il ciclo di rinascite all’adepto. Non sempre però il sesso è impiegato come via di conoscenza, esistono pratiche tantriche che non lo impiegano e altre che lo sfruttano solo mentalmente quando però viene usato bisogna tenere presente che la componente trasgressiva è fondamentale perché questa crea uno shock emotivo che procura un surplus energetico. Queste trasgressioni possono essere legate al luogo di consumazione dell’atto (cimiteri), alla partner scelta (sorelle, madri o prostitute), alla modalità (come il sesso orale) oppure all’utilizzo di fluidi come lo sperma e il sangue mestruale. Nel Tantrāloka viene descritto un rituale relativo all’offerta dei fluidi sessuali alla divinità: la coppia entra nello spazio consacrato e, evocando con la mente un cerchio di divinità, iniziano ad adorarsi a vicenda con baci, carezze fino a raggiungere uno stato euforico che gli fa abbandonare l’ego e l’attaccamento. Procedendo con l’atto sessuale la coppia si scambia reciprocamente il seme e il liquido vaginale che poi verrà raccolto, mischiato, offerto alle divinità e poi bevuto con aggiunta di acqua e alcol dalla coppia.

Una scultura forse proveniente da un tempio dedicato a Shiva presso le Grotte di Elephanta (Mumbai) e conservata al British Museum spiega visivamente queste trasgressioni del tantrismo: sulla destra vediamo due uomini ai lati di una donna che tiene il fallo di uno dei due tra i seni mentre a sinistra un uomo pratica un cunnilinguo a una donna che, con un movimento acrobatico, contraccambia il favore.

L’arte indiana, soprattutto nella componente erotica, esprime la gioia di vivere, la realtà sociale e il pensiero filosofico-religioso di un’intera civiltà difficilmente compresa in Occidente, soprattutto nel periodo vittoriano quando questi manufatti arrivando a Londra suscitarono scandalo portando a istituire nel 1865 il “museo segreto” al British Museum, dove venivano conservati tutti quegli oggetti considerati amorali, depravati e lascivi. Questi oggetti, considerate perversioni peccaminose fuori dal sesso riproduttivo, finirono per rappresentare tutto quello di sbagliato che c’era in India, portandola a considerarla una terra corrotta e bisognosa del dominio coloniale britannico per essere redenta.

Autrici e autori

Altre storie
Polyphonie X: flusso di coscienza e ripetizione