Introduzione n. 38
Un buon modo per mettere alla prova i classici è sottoporli al giudizio del tempo. Se la cautela del primo approccio suggerisce di contestualizzare le opere dentro le epoche di riferimento, l’esame non può poi mancare però una riflessione più avveduta sotto una luce moderna. Trarre ispirazione dall’I Ching, e quindi permettere a un oracolo di dir la sua sul futuro, deve trovare opposizione in uno sguardo di rimando capace di bocciarne le arretratezze.

È il caso del capitolo dedicato alla “Ragazza che va in sposa”, numero 54 del libro cinese, dove la malcapitata protagonista è dipinta come una «figlia minore» che si unisce al «figlio primogenito», come una ragazza che si sposa in qualità di «concubina» o «schiava» e, infine, come moglie devota che deve osservare la monogamia mentre il marito «conserva il diritto di dare ascolto anche a tenere inclinazioni di natura personale», e anzi, aggiunge: «Il più bel dovere di una buona moglie è quello di aiutarlo in tal senso».
Bene, se i cordoni di seta con cui il dio delle nozze Yue Lao è solito unire gli amanti stringono come catene, è compito di noi lettori e interpreti spezzarle con giudizi altrettanto ferrei. Oggigiorno i popoli dell’Asia, e non solo loro, aprono uno strano ventaglio culturale sul ruolo femminile. Si va dall’Afghanistan, in cui durante l’ultimo terremoto è morta una quantità indecorosa di donne a causa della legge talebana che vieta alle mogli di essere toccate da altri maschi all’infuori dei loro mariti, inclusi i medici, fino al Giappone, dove Sanae Takaichi non impersona purtroppo le doti progressiste della prima capo del governo donna nella storia del suo paese, ma si pone come figura ultraconservatrice, militarista e avversa ai matrimoni omosessuali.
Al centro del continente abbiamo la Cina, dove il retaggio della cultura confuciana – che da millenni relega la femmina a un ruolo subalterno, impoverendo il concetto di Yin in mero polo passivo del rapporto dialettico fra sessi, – sta forse finalmente iniziando a scricchiolare. Ne è prova il tifone mediatico seguito al caso di cronaca nera dei due giovani sposi, Chen Liren e Yu Xuanyi, che fecero fortuna trasferendosi in America e lavorando per Google, tanto da permettersi una lussuosa villa a Santa Clara, finché il 16 gennaio 2024 Chen fu trovato pieno di sangue in ginocchio ai piedi del letto, su cui stava il cadavere della compagna da lui appena uccisa. L’enorme indignazione sui social sfoga le frustrazioni di numerose famiglie cinesi, deluse dal sogno borghese di potersi affermare obbedendo ancora ai canoni ormai ossidati di architettura famigliare e sociale.

Il gigante vicino, cioè l’India, non se la passa meglio. Se ripensiamo al poema del Kumārasambhava, scritto dal poeta Kālidāsa intorno al V secolo per gloriare le nozze fra Śiva e Parvati, attraverso i racconti della reincarnazione della sposa del dio a suggello del loro legame amoroso, risulta difficile capire come tali leggende possano aver dato vita al terribile rito del Satī, il quale, per un inquietante ideale di devozione, obbliga le vedove a raggiungere il marito defunto sulla pira funeraria, pratica tutt’ora in voga nei villaggi dell’India rurale. Come se non bastasse, il governo di Narendra Modi ha da poco rifiutato un’istanza che chiedeva la criminalizzazione dello stupro coniugale, in un paese in cui ancora adesso gli abusi dei mariti sulle mogli sono depenalizzati. Anche qui, il sogno di tante famiglie di trovare fortuna all’estero è oggi rappresentato dalla parabola di Zohran Mamdani, neo sindaco di NY e figlio della regista e attivista Mira Nair, che da anni si batte per i diritti delle donne indiane.
Spostandoci in Giappone, il divario culturale rispetto al passato traspare nelle pagine della letteratura nipponica. Nell’antico Genji Monogatari, poema epico e insieme primo romanzo proto-moderno, composto intorno all’anno Mille dalla scrittrice Murasaki Shikibu, i matrimoni sono quasi sempre infelici, frutto di accordi di convenienza e costrizioni. Di recente ha invece ottenuto successo il romanzo Natsu Monogatari della scrittrice Mieko Kawakami, tradotto in Italia col titolo: Seni e uova, in cui l’autrice sverna dalla posizione subietta della donna giapponese, oscillante fra la brava moglie e la maiko, cioè l’aspirante geisha, per esplorare i bisogni delle donne moderne incarnati nel mito della plastica al seno, nella messa in dubbio del valore della maternità, in un panorama ricco di figure sessualmente fluide fra cui le onabe, cioè uomini transgender e persone non binarie cui è stato assegnato il sesso femminile alla nascita.

Per concludere, non ce ne vorrà l’I Ching se per una volta non sto dalla sua parte ma, per citare il titolo di un bellissimo film, “io sto con la sposa”. Se i classici sono quei testi che hanno sempre qualcosa da dire (Eco docet), è giusto che noi contemporanei si abbia anche sempre qualcosa da ridire, quando il principio di autorità è malevolo.



