tutti i nostri segreti copertina del libro

Tutti i nostri segreti: il potere del non detto

Recensione del libro Tutti i nostri segreti di Fatma Aydemir, pubblicato da Fazi Editore. A cura di Vittoria Pauri.

Tutti i nostri segreti, romanzo di Fatma Aydemir acclamato dalla critica in Germania e recentemente pubblicato in italiano da Fazi Editore, si intitola nella sua versione originale “Dschinns”, nome tedesco per indicare i “jinn”, che l’autrice stessa definisce così:

Nel Corano c’è scritto che i jinn vivono sulla terra, proprio come gli uomini (…) Solo che noi non li vediamo. I jinn sono cose che non sappiamo spiegare (…) sono tutto ciò che ci appare strano, diverso, innaturale. Se uno non corrisponde a ciò che la maggior parte della gente considera normale, viene subito bollato: quello lì è posseduto da un jinn.

Tutti i nostri segreti è un romanzo familiare con una precisa struttura narrativa, articolato in sei capitoli, uno per ciascun membro della famiglia Yilmiz. I quattro capitoli centrali, focalizzati ciascuno su uno dei figli, sono narrati in terza persona; il primo e l’ultimo, dedicati rispettivamente a Hüseyin, il padre, ed Emine, la madre, sono invece in seconda persona. Una voce non meglio identificata si rivolge infatti direttamente a Hüseyin e ad Emine, discoprendone i pensieri più reconditi:

Perché sei voluto venire proprio a Istanbul? Che ne sai di questa città? Avevi davvero nostalgia di questo posto o solo di un ricordo?
Il dolore ti strattonava la gonna tirandoti giù, proprio come strattonava Hüseyin, così in quel dolore condiviso vi siete ritrovati, tu e Hüseyin. Stavate lì, spalla contro spalla, sostenendovi a vicenda.

Questa voce pare essere proprio il loro jinn, che li possiede e li interroga. Hüsayin ed Emine sono infatti considerati da tutti diversi: in Germania, dove sono arrivati tanti anni prima, alla ricerca della bellezza di una nuova vita, capiscono la lingua solo a sprazzi, mentre in Turchia, sono costretti a parlare il turco invece della loro lingua madre, il curdo, che hanno deciso di non insegnare ai propri figli. Da nessuna parte sono veramente a casa, e i fantasmi del passato li perseguitano ovunque: per questo sognano di andare in pensione a Istanbul, e Hüseyin lavora instancabilmente per avvicinarsi a questo obiettivo.

L’idea dell’appartamento a Istanbul vi allettava come la promessa di un nuovo inizio. Hüseyin ne parlava di continuo. Una vita assieme in un posto nuovo, senza passato.

Il trasferimento in Turchia non andrà però come sperato, portando Emine e i figli a doversi riunire in modo precipitoso. Questo evento rianima le dinamiche familiari, svela i segreti nascosti dei genitori e mette in luce le angosce personali dei figli: un amore non ricambiato, un conflitto con le forze dell’ordine, e una presa di consapevolezza della propria identità. Nel complicato intreccio delle loro vite, emerge un ritratto vivido di una famiglia in perenne equilibrio tra unione e conflitto.

Se da un lato i temi della provenienza e appartenenza permeano tutto il romanzo, dall’altro il contesto storico e politico da cui essi scaturiscono è solo vagamente accennato.

Al di là dei riferimenti all’origine dei protagonisti, il conflitto turco-curdo non viene neanche nominato, se non indirettamente, così come non viene approfondito il contesto in cui Hüseyin arrivò in Germania, come “lavoratore ospite” .1 Ciò spinge il lettore a focalizzare l’attenzione non tanto sulle circostanze storiche quanto sull’influenza che queste hanno sui protagonisti: l’isolamento in cui vivono i Hüseyin ed Emine, la voglia di rivalsa della primogenita, Sevda, unica tra i figli a non essere andata a scuola, e la vita dei suoi fratelli, decisamente più agiata ma sempre soggetta alle asfissianti aspettative genitoriali.

Oltre alle dinamiche interiori e relazionali magistralmente raccontate, ciò che appassiona di questo romanzo è l’arte dell’omissione: tutti i membri della famiglia Yilmiz hanno dei segreti che vengono rivelati solo parzialmente nel corso dei capitoli; il non detto rende la lettura avvincente e mi ha tenuta sospesa fino alle pagine finali, in cui quasi tutti gli enigmi vengono svelati.

Si capisce così quale sia stata l’ultima parola sussurrata da Hüseyin, i motivi della relazione conflittuale tra Emine e la sua primogenita Sevda, e si intuisce perché il curdo non sia stato più parlato nella loro famiglia.

Vi consiglio dunque Tutti i nostri segreti se siete appassionati di romanzi familiari e se cercate una lettura che lasci spazio alla vostra immaginazione per tentare di indovinare gli sviluppi nelle pagine successive e nel colmare le lacune sapientemente disseminate dall’autrice.

  1. a partire dagli anni Cinquanta, grazie ad accodi bilaterali tra la Germania e altri paesi, europei e non, tra cui l’Italia e la Turchia, ci fu un significante flusso migratorio di cosiddetti “lavoratori ospiti”, reclutati per far fronte al bisogno di manodopera durante il boom economico. ↩︎

Autrici e autori

  • Alla domanda “Qual è il tuo motto?" non avrei esitazione a citare una frase di Gandhi: il miglior modo per trovare se stessi é perdersi nel servizio degli altri. Le due cose di cui non posso fare a meno sono la curiosità di capire ciò che mi capita intorno e un quadernetto su cui scrivo tutto quello che mi passa per la testa e su cui colleziono frammenti di libri, poesie e conversazioni.

  • Storie Sepolte è un collettivo nato dalla passione per l’arte come esperienza. Cerchiamo di essere un piccolo centro di riflessione sulla necessità di una cultura artistica nel mondo contemporaneo, provando a riportare in vita storie sommerse dal tempo e dall’oblio.

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