Un libro minuscolo che colpisce il fianco e ti lascia senza fiato, piegato su te stesso a boccheggiare dal dolore. La fame, Dambudzo Marechera, l’ha sofferta per davvero, per la maggior parte della sua vita. Prima nel Regno Unito, dopo essere stato espulso da Oxford (a causa di problemi psichiatrici non ottimamente diagnosticati) e poi dopo il ritorno in Zimbabwe, dove scelse il vagabondaggio. Una personalità anarchica, distruttiva, ma talmente profonda da esondare in una scrittura incredibile, unica, che a soli 26 anni raggiunge il suo apice in un flusso di eventi (spesso rivisitati dalla sua vita) lungo poco più di cento pagine. La povertà, regna sovrana nello Zimbabwe appena liberato dal colonialismo inglese, Marechera vive insieme al fratello e alla donna di suo fratello in una casa fatiscente, che sa di morte. La fame che prova all’interno di quelle mura è emotiva, non solo fisica. Allora scappa, si rifugia nell’alcol e nelle droghe. Le donne sono costanti nella sua vita, ma gli mostra sempre un certo disinteresse. Nei meandri più bassi della società africana, in un neo-Stato lasciato nelle mani di un dittatore, lo scrittore si vede colpire in faccia da suicidi, risse, mamme poco più che bambine.
“Suicidio?!” disse ironicamente, “quello è per letterati lunatici come te”
Schiacciato dal peso della sua intelligenza, dominato da un’indole anarchica che lo porterà a respingere qualsiasi autorità, Marechera eccelle nei suoi studi, ma fallisce nel portarli a termine. Quando nel 1978, “La casa della fame” viene stampato, I salotti di mezza Londra fanno a gara per avere Dambudzo come ospite, ma lui preferisce le panchine dei parchi, dove viene regolarmente aggredito e derubato. Neanche la sua patria gli da conforto quando nel 1982 torna per girare il film del suo capolavoro. Ripudia la famiglia con la quale non cercherà mai contatti e le tante persone che si affezionano a lui per via della sua sensibilità, non riescono a penetrare nella sua intimità per paura dei suoi eccessi. Una delle voci africane più importanti dello scorso secolo, che lotta contro le discriminazioni raziali, coloniali e di classe, perdendo la battaglia in partenza.

“Tu odi essere nero”
“No, non odio essere nero. Sono solo stanco di dire che sia bellissimo esserlo. No, non odio me stesso”
Marechera è il prodotto del colonialismo britannico, che rese la Rodhesia del sud (ex nome dello Zimbabwe) uno stato segregazionista. La minuscola élite bianca governava attraverso leggi raziali restrittive, che non permettevano ai nativi neri di fare nulla. C’erano entrate dei cinema separate, bus differenziati, zone delle città interdette ai nativi, senza considerare gli espropri dei terreni più redditizi fatti a inizio colonizzazione. Marechera conosce poi la guerra civile che dilania il paese e la ferocia della dittatura. Morirà di Aids nel 1987, a soli 35 anni, per strada, dove soffriva meno la fame che dentro le mura domestiche. Con una minuscola bibliografia, impressa per sempre nella cultura africana, ispirerà milioni di ragazzi e ragazze che sognano di diventare scrittori.
Uno scrittore ha disegnato un cerchio e ci è saltato dentro dicendo: -Questo è il mio romanzo-. Ma il cerchio, saltando, lo ha tagliato di netto a metà.
In copertina: dipinto dell’artista Zimbabwe Rashid Jogee (1951-2022)



