Visioni nella musica di Stevie Wonder
Contemplare un paesaggio, la persona che si ama, una pietanza succulenta… spesso questo termine tende a definire il rapporto privilegiato che il soggetto intesse con una determinata immagine: un rapimento in cui tramite la vista si partecipa totalmente all’oggetto osservato, anche con un certo afflato desiderante verso ciò che si sta guardando. In tal guisa contemplare non è mai un gesto disinteressato, ma il preludio a qualcosa che si vuole possedere.
L’I Ching ci parla di qualcosa di diverso: l’Esagramma chiamato a rappresentare la Contemplazione è dominato dal principio Yin della passività, con le sole linee attive riservate ai canali più alti, quelli del cielo. Il soggetto smette di guardare, smette di desiderare e prepara il vuoto dentro di sé per accogliere una visione attiva capace di elevarlo.
Declinato in tal modo il termine vibra di risonanze anche nella nostra terra del sol calante, per esempio tramite l’antica voce di Platone o dei mistici cristiani dei primi secoli. Per il filosofo ateniese, per Plotino (e per molti altri) la Contemplazione declinata in tal senso è l’unico mezzo tramite cui l’anima può ascendere alla comprensione della realtà sovrasensibile nel quale alberga la Verità.
In quest’ottica la vista, da strumento primario e fondativo dell’esperienza, diventa superflua o quasi, addirittura, d’intralcio, tanto che non sorprende come nei secoli i visionari siano stati spesso rappresentati come ciechi. Dalle Itako giapponesi a Omero, l’assenza della vista sembra permettere uno sguardo più tagliente, più incisivo sul reale come dimostra la vicenda di Edipo re di Tebe il quale, accorgendosi della fallacia irreparabile in cui la vista l’aveva indotto, decide di farne a mano con lo scopo di accedere a una dimensione più autentica e ascetica.
La cecità dunque rappresenta spesso la dimensione d’abbandono propria della contemplazione, incarnando la passività inerte, il canale liberato dall’illusione dell’immagine, attraverso cui la musa, il dio, il demone, è libero di parlare più liberamente al mondo conferendo al soggetto il dono della chiaroveggenza, della profezia o della saggezza.
Anche in musica, linguaggio per eccellenza complementare alla nitidezza dell’immagine, il topos della mancanza della vista come accesso alla visione ritorna più volte, mescolando verità storica e mitopoiesi, come nel caso celebre della cecità che accomunò l’ultimo spicchio di vita dei due più grandi maestri del Barocco europeo: Bach e Händel. Si pensi a tutte le leggende e i misteri nati intorno alla stesura dell’Arte della Fuga, ultimo capolavoro bachiano e rappresentazione suprema della contemplazione in musica nel suo rifarsi a temi filosofici e matematici come la musica delle sfere e nel suo adattare un modello notazionale fuori tempo massimo che riserva a ogni linea polifonica il suo pentagramma, per permettere a chi guarda una divisione più chiara dell’intrico contrappuntistico.
Il tema della cecità sembra ritornare con particolare intensità nella tradizione musicale afroamericana del Novecento, tanto che dal blues, al jazz, al soul, ogni genere sembra aver conosciuto un mitico padre fondatore cieco. Blind Lemon Jefferson, Blind Blake, Blind Willie Johnson, Blind Gary Davis sono tutti venerati pionieri del blues in cui il loro limite fisiologico viene perpetuato anche nel nome a mo’ di epiteto e vanto. Ray Charles “The Genius of Soul”, padre putativo del genere, perde la vista all’età di cinque anni, dopo aver dovuto assistere impotente alla morte di suo fratello George affogato nella tinozza del bucato. Art Tatum “the God is in the house”, anche se non del tutto cieco, sofferse fin dall’infanzia di gravissimi problemi di vista.
Infine “Little Stevie” Wonder, nato non vedente, incarna forse più di chiunque altro l’apparente contraddizione fra cecità e visione. Rifacendosi alla tradizione gospel e spiritual da cui il soul nasce e arricchendone le sonorità con l’avanguardia elettronica, la fisicità del funk e il baluginio del pop, il cantautore crea uno stile unico in cui il concetto di contemplazione ritorna, soprattutto a partire dal 1971, anno in cui distaccandosi dalla Motown, i temi mistici e spirituali hanno modo di emergere con maggiore libertà, dando vita ad una poetica più autoriale e sperimentale. L’album che apre questa fase è di sicuro Music of my mind, che già a partire dal titolo esprime una tendenza verso lo scavo introspettivo. La copertina ricalca questa volontà, presentando l’artista di profilo, in un ritratto dai colori bruni che si dissolve presto nell’ombra, e affermante con un certo orgoglio la sua blackness. Alle sue spalle una luce abbagliante rivela un caleidoscopio di immagini che si materializzano negli occhiali da sole dell’artista, sublimando quel simbolo di cecità in un vibrante rigoglio che rivela la ricchezza della visione interiore. Spiagge edeniche, tramonti, corpi nudi danzanti, rocce e il volto di Stevie in piena luce accolgono la gioia della contemplazione anche laddove la visione retinica è preclusa. Questa sovrabbondanza dell’immagine trova riscontro nei testi che presentano raffinate sfumature cromatiche praticamente sconosciute al genere fino ad allora. In Blue girl, per esempio,
Brezze mutevoli, adornano lo spettro interiore del tuo sguardo. Le foglie sui rami, per il tuo piacere, eseguono una morbida danza. O ancora, In un attimo, la luce del sole bagnerà ogni cosa. Gocce di pioggia baceranno la morbidezza del tuo bel viso.
La dimensione psichica, il simbolismo solare (che ritorna anche nel dolcissimo mantra di happier than the morning sun) e un senso di gioia interna conducono ad una dimensione di benessere spirituale sorta da un approccio contemplativo e consapevole sul mondo.

Se Music of my mind è l’album della visione interiore che vibra su corde intime e introspettive, Innervisions espande lo sguardo verso l’esterno elevandosi da una parte verso la contemplazione mistica, dall’altra verso l’utopia sociale, passando per momenti di rabbiosa denuncia politica.
Pubblicato nel 1973, viene da molti considerato come l’apice creativo della sua carriera. Anche qui la copertina delinea perfettamente l’atmosfera sonora del disco: al contrario di music of my mind non sono i toni scuri dell’inconscio a dominare le tinte, ma una serafica luce dorata che s’apre en plein air su un paesaggio montuoso. Le montagne piramidali sullo sfondo richiamano l’iconografia egizia che tanto cara fu all’estetica afrofuturista, di cui questo album può essere considerato a pieno titolo come una delle massime espressioni in musica. Stevie guarda da una finestra, e dai suoi occhi, questa volta ben visibili e privi di occhiali, spunta un fascio di luce direttamente puntato verso il cielo. Al cuore del disco sta proprio la ricerca di uno sguardo autentico e rinnovato sul mondo, uno sguardo capace di elevarsi e declinato sia nel contenuto dei testi, sia nello stile musicale che muove verso lidi inesplorati. In Higher Ground si affrontano tematiche spirituali come la reincarnazione e la redenzione, sopra un irresistibile groove funky. Golden Lady offre invece una visione rinnovata dell’amore come gioia estatica ed elevazione dello spirito:
Looking in your eyes
Kind of heaven eyes
Closing both my eyes
Waiting for surprise
To see the heaven in your eyes is not so far
‘Cause I’m not afraid to try and go it
To know the love and the beauty never known before
I’ll leave it up to you to show it
Il guardare negli occhi è da intendere, evidentemente, come una metafora non indicante la sensorialità visiva, ma un toccare l’altro in maniera autentica e trasformativa e proiettarsi così in una dimensione di conoscenza più alta che conduce alla realtà sovrasensibile del paradiso. Per finire Visions immagina, attraverso la visione, una società utopica e rinnovata, in cui l’odio e le divisioni lascino spazio alla comunione fra i popoli e alla pace. Guardare, nei testi presentati, non è dunque afferrare con la vista e impossessarsi di un’immagine, ma è un mezzo meditativo per una conoscenza più profonda della realtà, che trascende la vista e accoglie la dimensione autentica del mondo, sia essa sociale, sentimentale o spirituale.




