Non tutte le più brillanti carriere letterarie derivano da un percorso limpido e regolare: alcuni autori sono stati letti e riconosciuti solo tardivamente, dopo anni di rifiuti, altri a seguito di un recupero post mortem. Lastricate da dolorose deviazioni, arresti e temporanei abbandoni, esse invitano i posteri ad aguzzare lo sguardo e ad affilare la mente di fronte a soggetti diversi dallo standard costituito, persino indigesti a un primo impatto, e, se osservate per quello che sono e dovutamente contestualizzate, esse possono rappresentare un’esemplare testimonianza di realizzazione umana, per quanto singolare.
È il caso di Italo Svevo, al secolo Hector Aaron Schmitz, Ettore per gli affetti, la cui difficoltà affiora sin dalle pagine del suo primo romanzo, Una vita, largamente autobiografico.
Prima dello Zeno Svevo affronta anni di silenzio e apprezzamenti stentati su cui ebbero ragione solo casualità fortuite e fortunate, unite alle costanti riemersioni dagli antri di un’inconfessabile disillusione.
Non è una questione di fama, per quanto qualsiasi autore scriva per essere letto, oltre che per se stesso, ma della risposta alla vocazione indipendentemente dalle contingenze insidiose, spesso, a ben guardare, e soprattutto a ritroso, solo apparenti, dal silenzio intorno e dal disinteresse. E Svevo è un caso fortemente rappresentativo in tal senso, a cominciare dalla formazione, per lo più commerciale, che nulla ha a che vedere con le sue inclinazioni, che fortunatamente le sopravvivono.
Non che non avesse mai pubblicato prima: era una delle voci dell’Indipendente, nella cui redazione si raccoglievano patrioti e intellettuali, e il primo articolo risale al 2 dicembre 1880 ed è firmato con lo pseudonimo di E. Samigli. La collaborazione col giornale, più volte sequestrato dalle autorità austriache e chiuso durante il primo conflitto mondiale, lo vede spaziare con facilità dalla critica alla filosofia; la sua penna ha una sua rinomanza nell’ambito della critica letteraria, ma Ettore si sente uno scrittore, e come tale intende essere riconosciuto, e da un pubblico più vasto di quello del più ristretto ambiente triestino.

Trieste d’altra parte, pur favorevole allo sviluppo di un genio letterario, nella sua particolare fisionomia di porto franco, crocevia di scambi culturali di matrice per lo più mercantile, resta una realtà chiusa in se stessa, separata com’è dalla madre patria e vessata dall’Austria. Le energie della schiera intellettuale si prodigano nel recupero delle radici nazionali rivendicando quell’italianità che sfilacciava all’orizzonte nel rilancio di una poesia civile e impegnata, immersa nel sogno irredentista, che nei romanzi di Ettore tuttavia non trova spazio, poiché la Trieste sveviana è l’alacre e operosa città dell’affanno, della cappa di nebbia che risale dai suoi stessi comignoli, stanca, gretta e triste.
In quel momento Ettore è impiegato presso la succursale triestina della Banca Union di Vienna, dove resterà per quasi vent’anni. L’azienda del padre è fallita, la famiglia versa in ristrettezze, ed egli si trova costretto a lasciare gli studi per garantire un’entrata economica. Malgrado il grigiore di un lavoro metodico, Ettore continua a coltivare le aspirazioni letterarie, e scrive, o scribacchia.
Una preziosa testimonianza è fornita dal fratello Elio, il primo a sostenerlo e a incoraggiarlo, che nel proprio diario tiene traccia dell’andamento dei suoi studi e degli abbozzi letterari.
Così scrive il 2 giugno 1881:
Questo giorno ho avuto con Ettore una piccola scaramuccia. Sono circa quattro anni che seguo con vero interesse i suoi progressi nella letteratura. Vedo con dispiacere che egli studia, sì, ma non scrive nulla di serio e la mia opinione è ch’egli non potrebbe raggiungere lo scopo che con un successo il quale spingerebbe papà a farlo studiare e incoraggerebbe lo stesso Ettore. Ma così invece Ettore finirà col tralasciare di studiare perché perderà ogni speranza di riuscire a vincere le difficoltà che incontra sulla via di scrittore.1
Lasciati i classici tedeschi, si dedica alla narrativa francese e scopre il naturalismo leggendo Zola, Balzac e Flaubert, che l’accompagnano anche in ufficio.
Ed è proprio lì, in un ambiente tanto scialbo, che egli (finalmente si direbbe) trae ispirazione per il primo romanzo, che, pubblicato a sue spese nel 1892, pare fosse già pronto nel 1889, quando, proposto col titolo de Un inetto, viene rifiutato da Treves. L’opera viene quindi pubblicata da un piccolo editore, Vram, ed è la prima a uscire con lo pseudonimo di Italo Svevo, sorta di indizio e manifesto delle culture, quella tedesca e quella italiana, che ne orientarono la formazione.
Il seme letterario di Italo Svevo nasce e cresce entro un terreno ostile, e questo primo romanzo, per cui non a caso egli nutre una particolare tenerezza, lo riflette chiaramente nel protagonista, Alfonso Nitti, anch’egli impiegato di banca dalle velleità artistiche. Trasferitosi a Trieste, in città, dalla campagna, è un’anima fragile e nervosa, stretta, suo malgrado, nei corridoi di un ufficio, relegata a una scrivania, mentre il cuore guarda ai grandi classici, alle lettere, alla scrittura. Nonostante gli abbozzi di una prima opera fatichino a decollare, egli accarezza progetti grandiosi, dalle estese risonanze, coltivandoli, nell’esaltazione mentale, con dedizione. Dopo il lavoro, ritiratosi in biblioteca, si arrocca in una dimensione altra, la lettura, lo studio, che concorre alla formazione di un’identità fedele all’idea che egli ha di sé, promessa, nella sua testa, del dibattito filosofico-morale.
Così ne parla Livia Veneziani, moglie di Svevo e autrice di una sua biografia:
Nel carattere timido, passivo del protagonista c’era qualche cosa del carattere di Ettore. Alfonso Nitti, il piccolo impiegato bancario, non portava al suo grigio lavoro quotidiano alcuno slancio, solo una rassegnazione passiva, giacché sapeva che solo la creazione artistica avrebbe potuto dargli le soddisfazioni che cercava. Autobiografiche sono inoltre le minute descrizioni della vita di banca e le due ore serali di lettura alla Biblioteca civica.2
Alfonso s’incastra appena nel vivere cittadino, per cui non è tagliato; ne è anzi soffocato, e gradualmente vinto. Non è mai al passo delle richieste dei colleghi, il rendimento non è regolare né un’operazione riuscita è in grado di stimolarlo a procedere analogamente nella successiva. A differenza dei colleghi, svelti e solerti nell’automatizzare le procedure, Alfonso arranca.
[…] non era la buona volontà che gli mancasse, era la capacità; il suo era un difetto organico.
Quando ancora lo spingeva il primo zelo per il nuovo lavoro la noia era minore. L’attenzione che doveva avere continua, per finire il maggior numero di lettere nel minor tempo possibile, l’intensità stessa del lavoro lo distraeva, lo stancava come se fosse stato lavoro meno meccanico. Ma questo primo zelo non rinasceva che per circostanze indipendenti dalla sua volontà, e il suo lavoro procedeva tanto lento che buona parte della giornata la passava tra la lettura delle letture arrivate per cercarvi quelle che poteva mettere da parte e la disamina delle carte che nei giorni precedenti aveva lasciato sul tavolo.3

Forte è il senso di inadeguatezza; le frizioni interiori sono il frutto della risposta a un ambiente al quale egli si adatta con sforzi sorprendentemente immani, tali da scatenare uno stato di nevrosi: le scadenze ne alimentano la paranoia e l’inquietudine, che gravano su di una mente a sua volta affaticata dalle relazioni sociali. Nulla d’altra parte è quello che è né preso per com’è: non un’operazione professionale, non un dialogo, non una parola, non uno sguardo, se non frainteso, viziato da significati esasperati in un clima di suggestioni nervose e infinite. Alfonso, imbelle e insicuro, altera il rapporto coi fatti, avvertendo tutta l’insufficienza della propria realtà e posizione.
A differenza dei naturalisti, che confrontano l’individuo, impegnato per lo più a sopravvivere, con una società sorda e parimenti inerme, il personaggio di Svevo, pur vessato da una stella analoga, dialoga e dibatte principalmente con se stesso: non è la fame, l’indigenza, né la morte ch’egli combatte, ma un contesto sociale in cui l’anima soccombe e il desiderio inaridisce, mentre il soggetto, e la sua unicità, si assottiglia nella collettività, disperdendovisi: gli individui sono le singole unità di cui si compone il sistema di riferimento, una società ancora predeterminata e votata alla produzione. Alfonso non ha modo di cambiare se non sperando in una promozione, che in ogni caso non andrebbe a lenirne le sofferenze.
Si tratta di una posizione paradossale, se vogliamo: Alfonso può crescere e mirare a un salario più alto, con tutte le ricadute del caso, ma non è ciò che vuole né rappresenterebbe un effettivo miglioramento. Il romanzo è non a caso dominato dalle gerarchie sociali: quella in cui vive Alfonso è una società ancor rigida, in cui i personaggi hanno rapporti che tuttavia non sfuggono alle relative estrazioni, quindi tutt’altro che paritari, spesso subalterni. Come da prassi, egli è infatti accolto nella casa del Maller, il titolare, e arriva persino a corteggiarne la figlia, ma gli amichevoli e cordiali rapporti restano in superficie, a galleggiare in nome di una facciata che è una condanna. Vi è contatto, insomma, ma non superamento, al più una contaminazione appena tollerata: la società triestina di fine Ottocento resta fedele a un codice logoro, eppure pulsante. E pur tuttavia, in un tessuto tanto stantio, la classe impiegatizia viaggia a un ritmo sempre più sostenuto. Alfonso è allora strozzato in una morsa: da una parte le scadenze della vita professionale, che non sembra comunque prospettargli margine di successo né rispondere alle urgenze spirituali, dall’altra le insidie delle fantasie private, destinate a essere disattese nel logorio della speculazione psicologica che s’infligge.
«A lui sembrava che tutto il mondo congiurasse contro di lui e gl’imponesse quel lavoro».4
Alfonso non ha però iniziativa, non eccelle, ma neanche emerge, mostrando via via tutto il grigiore di un temperamento indolente. Egli sceglierà infine una condotta che non profili ostacoli che possano scomodarlo: è una garanzia di pace interiore, per quanto fasulla, poiché il bisogno di significato resta così inappagato. Ma d’altra parte egli non lo ricerca in se stesso, ma al più negli altri, il cui rapporto è finalizzato alla sua validazione. Nulla è allora disinteressato in lui, nessun passo verso l’altro è mosso da uno spirito umanitario, ma dal bisogno di riconoscimento, instillato da un’avida vanità.
Alfonso, stratega senza alcuna capacità che possa supplire alla mancanza di mezzi, senza un genio che possa supportarne l’ambizione, crolla di fronte alla vita, inabile a integrarvisi ma anche a sfruttarne le occasioni o a fare quanto in suo potere per sublimare il suo stato. Egli collassa infatti senza eroismo, senza resistenze, senza appellarsi alle risorse di cui dispone per consumarsi nel soliloquio mentale, in cui nondimeno si accasa, e riposa, lontano da qualsivoglia responsabilità.
È stato spesso osservato come i vinti di Svevo non condividano gli stessi tratti dei vinti di Verga, ed effettivamente se i Malavoglia tentano il tutto e per tutto per vincere la condanna che gravita in quanto umili e poveri pescatori, Alfonso Nitti, come anche Zeno Cosini, coscienze inerziali, si arrendono con graduale rassegnazione. L’unico tentativo è l’abortita scalata sociale che Alfonso attua ingraziandosi Annetta, che per l’appunto fallisce. Quando Alfonso non ha davvero più nulla per cui lottare o impensierirsi, e vi rinuncia persino di buon grado, si radicalizza l’inetto, che a questo punto sperimenta un afflato di libertà, uno stato di quiete fibrosa, in cui persino l’un tempo lamentato lavoro, per quanto accalcato, comincia a concorrere alla piacevolezza di giornate emotivamente lineari, senza sbalzi o sobbalzi.
Ora, vi sono molte analogie tra Alfonso Nitti e Italo Svevo: entrambi impiegati di banca, entrambi ferventi letterati e appassionati scrittori. Dal ritratto che ne fa la moglie è evidente come Ettore travasi parte di sé in Alfonso, come delle frustrazioni originate da un lavoro imposto, che molto gli aveva sottratto. Forte era lo slancio alla penna, ma altrettanto le insicurezze.
Uno dei crucci più assillanti, che tuttavia non spartisce col personaggio, è quello della lingua: Svevo non padroneggia il toscano, men che meno un nitido italiano, pur regionale, parlando per lo più il dialetto triestino.
Ettore era sempre più attratto dalla letteratura e soffriva di non dominare perfettamente la lingua, sia per l’istruzione avuta in una scuola straniera, sia per l’abitudine continua del dialetto, usato anche dalle classi colte triestine nel parlare familiare. E coltivava segretamente un sogno: quello di convincere il padre a mandarlo per qualche anno a studiare a Firenze per apprendere la lingua dalle vive fonti. Sapeva tuttavia che questo non era che un bel sogno, e che il suo destino era di diventare commerciante come il fratello Adolfo. Così era stato stabilito dal padre. La letteratura era una cosa lontanissima dalla mentalità del vecchio Schmitz ed Ettore, nonostante la sua ardente vocazione di scrittore, non aveva in sé la forza di opporsi alla volontà del padre, che reggeva con ferma autorità la famiglia, la cui prosperità andava declinando.5
Tra le righe di Una vita, filigranati, i lineamenti di un autore incapace, dalla prosa torbida e impura, che tenta e ritenta senza tuttavia lasciare alcun segno. Alfonso Nitti infatti non riesce solo nel lavoro e nelle relazioni, cavandosi dalla corrente della vita, ma anche negli interessi: concepimento e aborto navigano di pari passo, e la penna stenta a proseguire.

Scriveva, ma poco; il suo stile, poco solido ancora, la parola impropria che diceva di più o meno e che non colpiva mai il centro, non lo soddisfaceva.
[…] il giovinetto sembrava soffrisse di certo male mondiale.6
È uno stato che affligge anche Svevo, come testimonia un foglietto datato al 19 dicembre 1889:
Oggi compio 28 anni. Il malcontento mio, di me e degli altri non potrebbe essere maggiore. […] La questione finanziaria va divenendo sempre più acuta, non sono contento della mia salute, non del mio lavoro, non di tutta la gente che mi circonda. […] Due anni or sono precisi cominciai quel romanzo che doveva esser Dio sa cosa. È invece una porcheria che finirà col restarmi sullo stomaco.7
Una vita sarebbe uscito qualche anno dopo. Alla pubblicazione segue qualche articolo, e subito dopo il silenzio. Le copie vengono per lo più acquistate da amici e parenti, e non vedono una ristampa. Anche chi l’apprezza ha molto da ridire: nel 1897 Svevo riceve una lettera dal poeta tedesco Paul Heyse. Questi scorge del talento, mozzato tuttavia da uno stile eccessivamente verboso, irto di particolari superflui. E soprattutto «l’eroe del romanzo è di una natura così debole, insignificante, spesso ripugnante che l’occuparsi insistentemente di lui e del suo ambiente, l’analisi dei suoi sentimenti più tenui, dei suoi pensieri, della sua psiche, sembrano non valer la pena di essere fatti».8
E purtuttavia Heyse coglie la capacità dell’autore di portare alla luce la verità interiore.
Il tiepido riconoscimento con cui la critica accoglie il suo primo romanzo ne smorza l’entusiasmo e le speranze. Nel 1898 Svevo pubblica, sempre a sue spese, e per lo stesso editore, Senilità, dato alle stampe «con l’ansia di chi aspetta un verdetto definitivo».9 Ancora una volta l’opera non ha alcuna risonanza; è quindi a questo punto che le ambizioni letterarie osservano un primo importante tentativo di repressione. Svevo scrive, ma senz’ordine ormai e per lo più pensieri e riflessioni sparse. Dopo il licenziamento dalla banca e il passaggio alla ditta Veneziani, di proprietà del suocero, l’attività letteraria viene ufficialmente marginalizzata, «ma non rinnegata»:10 Ettore d’altra parte trae nuova linfa dal nuovo impiego, incarnando il ruolo dell’industriale, dinamico e coinvolto.
L’addio alla letteratura, assai sofferto, avviene qualche anno dopo, ma prosegue la stesura del diario, finalizzato all’autoanalisi.
«Io voglio soltanto attraverso queste pagine arrivare a capirmi meglio».11 Scrive infatti nel dicembre del 1902.
Sono anni in cui si dedica con rigore al lavoro, alla famiglia, alle relazioni. La chiamata tuttavia non può essere lungamente ignorata, e le risposte sono impressioni e meditazioni su fogli di fortuna come il «rovescio di una busta o di una circolare».12
Ettore, non più Svevo, fugge alle lusinghe del demone letterario che ne minerebbe la resa professionale, destrutturando un adeguamento faticosamente costruito negli anni.
Per farlo uscire da quella specie di dormiveglia occorreva una scintilla e questa si sprigionò nel casuale incontro con lo scrittore irlandese James Joyce.13
Ettore, che conosce il tedesco e il francese, sente la necessità di imparare l’inglese, quindi si rivolge a Joyce. I loro non sono colloqui ordinari: Joyce, che, curiosamente, parla anche il dialetto triestino, non si cura della grammatica, ma discorre di letteratura.
È in queste occasioni che i due, oramai amici, si scambiano le reciproche prove letterarie. Svevo, di là dall’irrompere in Ettore, ha modo di leggere i Dubliners, mentre Joyce legge Una vita e Senilità. È la svolta: l’apprezzamento dell’amico riscatta anni di dolorosa rassegnazione. Non solo, Joyce riporta la scoperta dei due romanzi, ingiustamente negletti, nella sua cerchia di conoscenti e intellettuali.
Non sarà immediato il riconoscimento, neanche a seguito dell’intervento dell’amico, tuttavia, quell’incontro e quel verdetto balsamico, che riscattava i cimeli di una vita oramai passata, sepolta, contribuisce a solleticare lo scrittore blindato sotto le vesti del buon lavoratore e capofamiglia. Di lì a poco Ettore riprende a scrivere e trascorso il primo conflitto mondiale, la penna ritrova definitivamente la via, tenta due opere, rimaste incompiute, finché, nel 1923, esce, ancora una volta a sue spese, per l’editore Cappelli, il capolavoro, La coscienza di Zeno.
È un successo che valica il suolo italiano, ed è sempre Joyce a instradarlo. L’amico, di cui Ettore aveva recuperato gli appunti dell’Ulisse, rimasti a Trieste, su cui gravava l’alito spettrale dei bombardamenti militari, e spediti oltreoceano in un baule, ben conservati e ordinati, sollecita il collega a inviare il romanzo ai più quotati intellettuali dell’epoca. Al 1925 risale una lettera di Valery Larbaud, che chiede a Ettore la possibilità di tradurre e pubblicare qualche passaggio dello Zeno, invitandolo a spedirgli anche gli altri romanzi.
In Italia lo Zeno ha un’altra storia, ma il successo, una volta riconosciuto, non subisce arresti. Solo, Svevo ne potrà godere appena per qualche anno, stroncato dalle complicazioni accorse a seguito di un incidente stradale, il 13 settembre 1928.
Quello di Italo Svevo è un caso esemplare di scrittura sommersa, clandestina, di una vita necessariamente intrecciata alla penna – ed è curioso ch’egli vi vedesse un demone, quando daimon in greco si riferisce al destino cui siamo chiamati. Come afferma lo stesso Montale, egli «può dirsi uno scrittore nato, anche se la sua vocazione subì quasi un ventennio di stasi», per quanto non totale. Le chiamate sono diverse, pungolanti, i tentativi di reprimere la risposta altrettanti.
Esteriormente, sembrava un impiegato diligente, puntuale e coscienzioso, ma parallela alla sua vita esteriore c’era una vita segreta in cui lo spirito si travagliava e si ricercava. «Egli è (scriveva Elio) apatico in sua apparenza, giacché la maggior vita la trova nella sua mente e in se stesso.»14
Eppure, malgrado l’energia spesa per adeguarsi a un modello, complici alcuni incontri fatali e incoraggianti, nonché la vicinanza della moglie, amatissima, la forza di quello stesso demone vince ogni resistenza, e sboccia nella stesura dello Zeno, che trascina con sé i precedenti volumi, riconsegnandoli ad una meritata rivalutazione. È il superamento di Alfonso, così come Una vita, romanzo complesso, dai molteplici temi, valica il biografismo per aprirsi alla condizione umana ritraendo fedelmente l’uomo (e la classe impiegatizia) di Otto-Novecento. Ed Ettore, a differenza di quella sua prima creatura, non solo porta a compimento pagine di pregiata letteratura, ma affronta la sua vita, coglie le proprie risorse e, come ispirato, insiste; e dandosi ascolto, fiorisce Italo Svevo.
Risuona allora una certa tenerezza dalle parole che Ettore scrive alla moglie in una lettera che tuttavia ella non riporta, ma che conferma l’immagine colta dal fratello.
Deve esserci nel mio cervello qualche ruota che non sa cessare di fare quei romanzi che nessuno volle leggere e si ribella e gira vertiginosamente te presente e te assente. Devi pensare quanta violenza mi feci per saltare nelle nuove occupazioni. Devo esserne intimamente scosso e quando senza chiamarlo mi viene fatto il romanzo, io che amai sempre tutto quello che feci resto stupito dinanzi all’evidenza delle mie immagini e dimentico il mondo intero. Non è l’attività che mi rende tanto vivo, è il mio sogno.15
Soggiorna in quell’uomo di lettere prestato all’industria l’esausta insofferenza nei confronti del demone che aveva tentato di zittire altresì col violino, surrogato artistico meglio allineato con la formazione di un buon borghese, certamente meno rischioso della penna, che l’aveva esposto ad un pubblico di lettori di cui non incontrava il gusto, per la qual cosa, ingenuamente, si rammaricava.
Quell’anima gettata nelle segrete di quello che era a tutti gli effetti un fragile castello di carte – il mestiere impiegatizio prima, l’industriale poi – trova infine il modo di evadere e risalire lungo le chine del destino, ed è bello sapere che egli poté comunque goderne, per quanto poco.
Spesso comparivano in quel tempo, nella nostra casa giovani critici e letterati di passaggio che volevano conoscerlo di persona. Si veniva a cercare Italo Svevo e non più il signor Schmitz.16
Così, Svevo accoglie volti noti e ignoti – e lo stesso Pirandello, che conduce sino alle grotte di Postumia, oltre Trieste, sempre sullo sfondo, all’orizzonte, che «con le sue bianche case alla riva in largo semicerchio abbraccia il mare, e sembra che tale forma le sia data da un’onda enorme che l’abbia respinta verso il centro.»17
Note
1LIVIA VENEZIANI SVEVO (stesura di LINA GALLI), Vita di mio marito, dall’Oglio editore, Milano, 1976, p. 25.
2L. VENEZIANI, Vita, cit., p. 28.
3ITALO SVEVO, Una vita, Mondadori, Milano, 2023, p. 57.
4I. SVEVO, Una vita, cit., p. 59.
5L. VENEZIANI, Vita, cit., 17.
6I. SVEVO, Una vita, cit., p. 58.
7L. VENEZIANI, Vita, cit., p.27.
8Ivi, pp. 29-30.
9Ivi, p. 45.
10Ivi, p. 63.
11Ivi, p. 65.
12L. VENEZIANI, Vita, cit., p. 77.
13Ivi, p. 82.
14Ivi, p. 20.
15Dall’Introduzione di Daniele Del Giudice a ITALO SVEVO, Senilità, Feltrinelli, Milano, p. XXX.
16L. VENEZIANI, Vita, cit., p. 145.
17I. SVEVO, Una vita, cit., p. 212.



