Orfeo ed Euridice di Gluck – Risurrezione discendente

di Matteo Mario Cesare Costanzo

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Il gusto barocco rivisita, con il compositore Gluck, il mito di Orfeo ed Euridice, imponendo a noi moderni di interpretarne lo stile senza perdere l’emozione di un giovane che, dalla discesa nel pozzo dell’Ade, riesce a riscrivere il mito pur di far ascendere ad una nuova vita il proprio Amore.

 

È noto Orfeo, e celebre il suo lungo dolore nell’immatura morte della sua sposa Euridice. Morì ella nella Tracia, io per comodo dell’unità del luogo la suppongo morta nella Campagna felice presso al lago d’Averno, in vicinanza del quale finsero i poeti trovarsi una spelonca, che apriva il cammino all’Inferno. L’infelice amante mosse a pietà gli dèi, che gli concessero di penetrar negli Elisi per ripigliarsi la sua diletta, col patto però di non guardarla finché non fosse tornato sulla terra. Non seppe il tenero sposo frenar tanto gli affetti, ed avendo contravvenuto al divieto perdé per sempre Euridice. Per adattar la favola alle nostre scene ho dovuto cambiar la catastrofe.

Leggasi Virgilio al libro IV delle Georgiche, al VI dell’Eneide. [1]

Per questo numero de La Tigre di Carta non si può negare che non ci sia stata qualche complicazione… Del resto, per il vero, i temi delle imprese portate a termine, dei cammini degli eroi, delle ascese al potere, cominciavano ad essere un po’ logori. Ecco perché questa volta vi proponiamo qualcosa di diverso, di “insolito”, un’opera del repertorio barocco che ancora oggi si insinua nel repertorio dei maggiori teatri del mondo (cosa abbastanza rara): Orfeo ed Euridice.

Del resto, quale opera migliore di questa poteva essere scelta per farsi degna paladina di un esagramma che esprime l’ascesa vista come un processo di ramificazione sotterranea, il discendere nella terra che permette una spinta ascensionale quale è quella dell’albero, il quale, addentrandosi per mezzo delle radici nelle profondità della terra, permette lo stagliarsi delle fronde verso il cielo. Anche il nostro eroe di questo numero altro non fa che calarsi nei meandri più oscuri del sottosuolo in modo da poter effettuare una vera resurrezione. D’altro canto, il pezzo che Vi proponiamo è degno ambasciatore anche dell’esagramma di sviluppo: tanto che la caduta nel pozzo, che l’I King paventa, si concretizza proprio nella famosa perdita dell’amata che Orfeo subisce, segno chiaro dell’incontrovertibilità della morte. Tutto ciò sebbene, come anticipato in testa all’articolo, l’Orfeo ed Euridice musicale opti per un finale diverso. Ma lasciamoci trasportare nella scoperta di questo capolavoro così particolare…

La versione che intendiamo proporvi è forse la più conosciuta: quella di Cristoph Willibald Gluck. Se, di primo acchito, questa produzione può spaventare, presentandosi come qualcosa di lontano dall’intimo sentire contemporaneo, ad uno sguardo più attento non può sfuggire il grande fascino dell’impresa di voler tradurre in opera lirica il mito di Orfeo ed Euridice, a tutti noto sin dalla scuola dell’infanzia. È necessario in vero demolire un po’ il senso di anacronismo che si è portati ad imporre ad opere di questo periodo musicale (prima rappresentazione nel 1762), per accostarsi a essa con l’animo scevro di pregiudizi, imponendosi di stimolare un buon grado di curiosità. Insomma, se è vero che non si tratta di una delle pagine musicali fruibili ai più, bisogna sempre tenere presente che non è possibile “giudicare un libro dalla copertina”! D’altro canto, è anche caldamente sconsigliabile di ottenere troppe informazioni sull’opera prima di accostarvisi: la lunga e ricchissima letteratura che enumera ed esamina le molteplici versioni dell’opera (rimaneggiata dallo stesso Gluck, nella versione italiana e francese, su diversi libretti più volte modificati, con aggiunte, tagli, revisioni) pur costituendo un elemento essenziale della cultura musicale e un validissimo strumento utile ad analisi puntuali e approfondite, non è ciò che serve a porre l’ascoltatore nello stato d’animo che speriamo vi troviate ad avere godendo del capolavoro di Gluck.

La trama, come già detto, è conosciuta: Orfeo ed Euridice s’amano e, alla morte di lei, l’abilissimo suonatore di liuto non riesce a rassegnarsi all’idea di aver perduto la sua bella per sempre. Sfida il Regno dei morti per poterla ricondurre in vita. La sua abilità con la lira (tale da «ammansire gli animali selvatici e muovere e farsi seguire dai sassi») gli è decisiva per ottenere l’accesso all’Ade, ma il patto prevede che Euridice possa tornare in vita solo se lui riuscirà a condurla fuori dell’oltretomba senza guardarla e senza rivelarle il patto. Orfeo non riesce tuttavia ad evitare lo sguardo della fanciulla e, cedendo al desiderio di vederla, ne provoca nuovamente la morte. A questo punto, il Calzabigi (autore del libretto) si discosta dal mito, facendo intervenire Amore che, vedendo l’intenzione di Orfeo di suicidarsi per ricongiungersi alla sua sposa, la giudica un degno tributo alla sua potenza e gli fa dono della bella Euridice, riportandola definitivamente in vita. L’opera si conclude sulle note di un inno all’amore.

Se il finale “a sorpresa” della versione operistica del mito ci lascia straniti, esso non è l’unica caratteristica atipica. La parte del protagonista è infatti riservata ad un contralto castrato o, per meglio dire ai giorni nostri, ad un contraltista (vale a dire un uomo che canti nel registro del contralto – voce oggi esclusivamente femminile). Per il vero sono piuttosto rare le rappresentazioni che prevedano l’utilizzo di un contraltista, categoria vocale molto più numericamente esigua rispetto a quella dei contralti o dei soprani donna che vengono comunemente utilizzati per eseguire questa parte.

Abbandonata la sensazione di spaesamento che questa rivelazione ci offre e terminata l’ouverture (un vero emblema del frizzante e brillante stile barocco che, tuttavia, in piena sincerità non partecipa per nulla della triste prima scena), il sipario si apre sul funerale di Euridice. Il coro funebre subito fuga in modo incontrovertibile la sospetta aridità del barocco: vi è in esso una solenne tristezza, una contenuta mestizia, un composto dolore. Esso non è l’esplodere della mostra dei sentimenti di stampo romantico o verista, ma un’elegante e raffinatissimo lutto, non per questo meno coinvolgente. Anzi, si potrebbe dire che il sentimento che esso vuole significare si sublima, arrivando forse più diretto delle strilla al nostro cuore. Proprio per queste ragioni lo eleggiamo a simbolo della profonda emotività barocca, troppo spesso sottovalutata, se non impunemente negata.

Ah! se intorno a quest’urna funesta,

Euridice, ombra bella t’aggiri,

odi i pianti, i lamenti, i sospiri

che dolenti si spargon per te.

Ed ascolta il tuo sposo infelice,

che piangendo ti chiama, e si lagna,

come quando la dolce compagna

tortorella amorosa perdé. [2]

Tutta l’opera rappresenta, per gli esecutori, una grande difficoltà. Se infatti ci siamo fatti sinora ambasciatori di una ritrovata e spiccata sensibilità barocca, non si può negare che i canoni del gusto musicale dell’epoca, che prevedevano abbellimenti, agilità, vocalizzi di vario genere rappresentano, eseguiti nella realtà musicale contemporanea, una sfida: quella di riuscire a ben rendere lo stato d’animo del personaggio senza cadere in un’esecuzione tecnicamente perfetta ma emotivamente molto povera. Insomma, il rischio si annida dietro ogni angolo: che diremmo se ci trovassimo di fronte ad una perfetta esecuzione della celeberrima aria Che farò senza Euridice che però non riuscisse a trasmettere la vibrante disperazione d’un uomo che ha perso ogni suo bene? Questo pezzo rappresenta forse la sfida più grande: esso solo, se mal eseguito, può rovinare la riuscita probabilmente dell’intera opera.

Che farò senza Euridice!

Dove andrò senza il mio ben!

Euridice! Oh dio! rispondi,

io son pure il tuo fedel.

Euridice! Ah! non m’avanza

più soccorso, più speranza

né dal mondo, né dal ciel!

Che farò senza Euridice!

Dove andrò senza il mio ben! [3]

In conclusione dell’articolo, vogliamo proporvi la visione di una versione particolare di Orfeo ed Euridice: quella cinematografica, prodotta dalla ArtHaus Musik, per la regia di Hondrej Havelka. Le versioni cinematografiche, sebbene donino sensazioni del tutto differenti dall’esecuzione teatrale (e malgrado le interpolazioni spesso presenti), offrono il grande vantaggio di risultare più emotive, dando la possibilità di scorgere da vicino i lineamenti e le movenze degli interpreti e mostrando per questo le doti di recitative, oltreché canore, dei cantanti. In particolare, la versione proposta ricalca la versione originale di Gluck che andò in scena per la prima assoluta a Vienna nel 1762 ed ha il grande pregio di vantare, per la parte di Orfeo, l’impiego di un contraltista: Bejun Mehta, sul quale intendiamo spendere un elogio per la bellissima esecuzione e per la grande espressività.

L’ambientazione è autentica, nel senso che ricalca l’esecuzione di un’opera nel XVIII secolo, sebbene contenga spunti e risvolti di stampo più moderno. Un ottimo esempio di come si possa “attualizzare” o rendere “più vicina al pubblico d’oggi” (sempre che ve ne sia un effettiva necessità) un’opera del tardo barocco, senza per questo snaturarla completamente o renderla pesante, deludente, difficilmente fruibile, come troppo spesso dolorosamente accade. Se infatti, fino a poco fa, gli sforzi dei registi si concentravano per catturare il favore dello spettatore attraverso l’offerta di immagini fedelmente aderenti alla narrazione e al suo contesto, in modo che fossero recepite come ciò che esattamente ci si debba aspettare (una sorta di proiezione di tutto e solo ciò che ciascuno può immaginare), indirizzando le sensazioni del fruitore; ultimamente la tendenza è di “spogliare” le rappresentazioni, nell’ottica che ciò possa lasciare maggiore libertà alla sensibilità di ciascuno e favorire una maggiore attenzione uditiva anziché visiva. Questa nuova tendenza si concretizza nello spogliare le scene, in un notevole aumento dei giochi di luci, nell’ideazione di nuovi costumi che, spesso, si discostano di molto da ciò che l’autore aveva pensato. Un’altra tendenza ormai piuttosto consolidata è quella di “trasporre” le opere, in modo che da costumi e scene si possa immaginare che il tempo della narrazione sia pressoché contemporaneo a chi ascolta, espediente posto in atto ora per sottolineare la perenne attualità dei temi trattati, ora con l’intento (di dubbia riuscita) di avvicinare il mondo della musica colta ad un pubblico più vasto; spesso con il risultato di produrre un certo grado di incoerenza, sicuramente privando il pubblico del gusto di una messinscena fedele, con il grande rischio di distogliere l’attenzione da elementi importanti o persino dall’esecuzione canora stessa. Malgrado tutto ciò, ci sentiamo di consigliare l’esperienza di vedere un “nuovo” Orfeo, che siamo sicuri potrà donarvi le stesse grandi emozioni che ognora dona a noi.

Note:

1.  R. de’ Calzabigi / C. W. Gluck Orfeo ed Euridice – Argomento, 1762.

2. Ibidem

3. Ibidem

Autore

  • Ufficialmente il suo nome è Matteo Mario Cesare Costanzo, ma dato che sembra un patrizio d’età tardo romana, vi basterà chiedere di Oscar. Oltre a esperienze nello studio della Giurisprudenza e della filosofia, vive la passione per la musica lirica grazie all’amata zietta, ex cantante del coro della Scala, che adesso gorgheggia all’Auditorium.