Il terapeuta

Lo psicoterapeuta nonché ex collaboratore di giustizia, Massimo Nettarino, sta aspettando l’ultimo paziente di giornata nel suo studio anonimo di una città del quale neanche lui ricorda più il nome. Massimo detto anche Mika, per via di una voglia rossa sul collo che rassomiglia terribilmente a quella che aveva l’ultimo presidente sovietico Michail Gorbacev, posa nervosamente i suoi occhi marroni sull’orologio in finto oro che ha al polso, quasi in maniera compulsiva. Il paziente, tale Sara P., è una signora sui cinquanta, con grossi occhi verdi e spalle pelose che gli cadono a gruccia su un corpo esile e lungo, disforica, dice di essere sempre stata donna e che quel coso penzolante che si trova tra le gambe serve solo ad avere a disposizione qualche vena in più per bucarsi quando quelle sul resto del corpo saranno del tutto occluse. Si presenta sempre con dei vestiti in disordine, la parrucca spostata da quello che sarebbe l’asse centrale della testa e il trucco raggrumato sulle occhiaie. Ma Sara P. non si presenta mai in ritardo. Nei brevi intervalli in cui Massimo non guarda l’orologio si perde nel rosa chiaro delle pareti, dipinte con quel colore sotto suggerimento di Caterina, avvenente collega di Massimo che occupa la stanza affianco alla sua, alta poco più di un bastone da passeggio ma con un seno che straborda dal suo decoltè, certo, il mettersi un reggiseno push-up di due taglie più piccolo aiuta in questa poco ortodossa impresa. Era stata proprio lei a suggerire il rosa come colore che aiutasse le menti dei pazienti a liberarsi e rilassarsi prima dell’inizio della “chiacchierata” come amava chiamarle. Quel rosa che ormai nauseava Massimo, era spezzato solo dai titoli incorniciati che raccontavano la sua non proprio veritiera storia accademica. Il dottor. Nettarino infatti non è un vero e proprio terapeuta e in realtà neanche uno psicologo. Le vicissitudini della sua vita passata lo portarono a lasciare la facoltà di psicologia alla fine del terzo anno per poi acquistare i successivi diplomi su gentile concessione dello Stato, in cambio di alcuni nomi e testimonianze chiave in processi in cui non molte persone avevano voglia di parlare.

Massimo era ormai visibilmente agitato, e non smetteva di rimboccarsi le maniche della sua camicia azzurra per poi disfarle e riniziare da capo. Erano ormai nove anni di collaborazione con lo stato, ma ancora non aveva perso la certezza che prima o poi uno dei suoi ex colleghi si sarebbe seduto sulla sua poltrona, cercando di aprirgli la mente, stavolta senza metafore. Per questo Massimo aveva costanti ansie e paranoie che facevano pensare alla sua avvenente collega Caterina di dover condividere lo studio con uno psicotico. Massimo infatti tra una seduta e l’altra si piazzava dietro le tende floreali che rimanevano sempre arrotolate ai lati della finestra, e sbirciava dal vetro lucido fino a quando non vedeva nel parcheggio davanti allo studio la macchina del paziente che stava aspettando, del quale conosceva la targa scrupolosamente a memoria. Quarantuno pazienti, fanno trentanove combinazioni alfa numeriche tutte nella sua mente -Tutti i pazienti avevano una macchina tranne Giorgio L., un ragazzo sulla trentina alto e freneticamente iperattivo, dipendente da alcol e sostanze, che metteva sempre a rischio la sua vita in sella ad una bici color ruggine e senza la minima presenza di fari o catarifrangenti che miracolosamente gli permetteva di raggiungere lo studio alle sette di sera senza essere investito da altri veicoli; e poi c’era Lisa V., anoressica, cifotica al punto da sembrare accartocciata su se stessa come un foglio di carta scritto male prima di essere buttato nel cestino, con degli occhi verde gitano che ti avrebbero perforato il petto se solo avessero avuto il coraggio di guardarti, abitava a sei chilometri dallo studio, ma la sua ossessione nel rimanere uno scheletro dotato di apparato tegumentario, la portava a spostarsi solo a piedi-. Il suo sguardo era vuoto, fissava l’esterno senza rendersi conto di ciò che guardava. Il cielo era talmente scuro da non poter distinguere i contorni delle nubi tempestose che lo componevano. In lontananza la luce dei lampi illuminava il viso di Massimo per qualche secondo. I tuoni erano ancora un semplice bisbiglio nelle sue orecchie.

Quando un paziente decideva di tardare più di cinque minuti, come nell’attuale situazione, la sua guardia smontava e iniziava un vagabondaggio per la stanza che lo portava come atto finale, alla debacle corporea sulla poltrona in pelle sintetica e al palleggio tennistico dei suoi occhi tra muro e lancette. Con la mano destra si reggeva il peso della testa tenendosi nel palmo il mento ispido e pungente per colpa di una rasatura vecchia di tre giorni. Le dita della mano sinistra invece cercavano di passare fra i pochi capelli bianchi che gli erano rimasti, senza incontrare troppa resistenza. Si era ormai alzato in piedi dando fondo alle sue ultime forze per spingere le sue corte e tozze gambe verso la finestra, quando due fasci di luce proiettarono la sua ombra bassa e tarchiata, più di quanto già non fosse lui stesso, sull’unica triste libreria della stanza, riempita più da foto di Massimo con un enorme pesce tra le braccia o a fianco di un cinghiale che occupa quasi tutto il riquadro della foto, piuttosto che da libri. Massimo si muove velocemente tra i pochi mobili che danno alla stanza un’atmosfera accogliente e si piazza dietro le tende floreali. La targa è quella giusta, le rughe sulla fronte si distendono, lo sguardo si rilassa, le labbra si deformano in un ghigno sorridente, il respiro si regolarizza, adesso Massimo si sente al sicuro.

Massimo non ha una grande tecnica da terapeuta, si limita a rispettare i silenzi dei pazienti e a ripeterne le ultime frasi da loro pronunciate ogni quindici minuti circa di conversazione, questo nella grande maggioranza delle terapie funziona, i pazienti escono quantomeno sereni dal suo studio, o così sembra a Massimo. Ma Sara P. era più ostica, le dovevi scavare dentro prima che lei iniziasse a parlarti, dovevi creare quella che Massimo chiama “il legame”, e che in gergo tecnico non sa chiamarsi relazione terapeutica. Per tre mesi i cinquanta minuti d’incontro con Sara P. erano stati dei lunghi silenzi rotti solo dalle scontate e inutili domande di Massimo, che cadevano come enormi pesi nel vuoto sconfortante della stanza. Poi l’ultima seduta Sara P. era arrivata euforica, con una Tennent’s in mano e gli occhi spalancati. Il fiume di parole che esondava dalla sua bocca non sembrava reale a Massimo. Gli aveva raccontato tutto, di quando si chiamava Gorislav, abbandonato davanti un orfanotrofio di Odessa alla nascita, avvenuta in un kolchoz della Crimea, da una famiglia troppo numerosa e povera per permettersi l’ennesimo figlio. Aveva parlato di come i compagni dell’istituto in cui era finito giocavano col suo corpo, lo toccavano e lui rimaneva inerte mentre dentro di sé sentiva il vuoto. Raccontava delle giornate sul Mar Nero, di come le suore che gestivano l’orfanotrofio lo punissero quando cercava di parlargli di ciò che i compagni di stanza gli facevano, portandolo in mutande sulla spiaggia, col vento che tagliava la pelle e il freddo che irrigidiva le ossa. Arrivata la guerra si arruolò con l’esercito ucraino. la Crimea fu una trincea fin dal primo giorno e dopo che venne definitivamente ceduta alla Russia negli accordi di pace di Donetsk, Sara P. o meglio Gorislav, si sentì tradito e decise di lasciare quel paese che ancora una volta lo aveva ferito quasi mortalmente. Approdò in Italia a venticinque anni; dormì su panchine, scaffali, cartoni appiattiti che lo dividevano solo per qualche millimetro dal suolo, fin quando non scoprì la cocaina e smise di dormire. La svelta però costava e per permettersela serviva un lavoro, fu così che si comprò una parrucca mora, dei tacchi non troppo alti perché già lo era abbastanza, e una gonna. Nacque Sara P. Ma non tutti i clienti che la caricavano in macchina erano gentili con lei, molti le urlavano, volevano avere il controllo del suo corpo e fu lì che riniziò a sentire il vuoto impadronirsi di sé. Allora smise di andare sui marciapiedi, la coca era un lusso inarrivabile per una trans disoccupata ed iniziò con l’eroina. La scura poteva permettersela anche con piccoli furti. Poi ci fu l’overdose, la trovarono in un parco dei ragazzi che poi furono incriminati per tentato omicidio di due altri barboni, che avevano provato a bruciare dando fuoco a dei vestiti impregnati di benzina dopo averli messi sotto le panchine su cui dormivano i barbuti malcapitati. Rimase in coma per tre settimane e quando si svegliò decise di andare al S.E.R.T., erano stati gli psicologi presenti in struttura a mandare Sara P. da Massimo.

Preso com’era dal deja-vu del suo ultimo successo terapeutico, Massimo, non si era minimamente accorto, che a fare capolino dalla portiera non era stato l’usuale tacco otto grigio di Sara P., ma dei mocassini in velluto blu notte; e l’uomo che ne era poi sceso completamente, dalla macchina, una vecchia fiat panda azzurra, era effettivamente vestito da uomo, con un abito gessato chiaro decorato da collane e bracciali dorati, un paio di occhiali da sole tondi che ne nascondevano gli occhi scuri e un cappello texano di un bianco che richiamava il perlaceo della camicia. Massimo era troppo preso ad autocompiacersi per notare questa grossolana incongruenza tra vettura e conducente. Quando poi sentì suonare, fu talmente sicuro che aprendo la porta si sarebbe trovato difronte a sé la faccia quadrata di Sara P., resa ancora più geometrica dalla parrucca a caschetto estremamente corto e lineare; che già aveva dato le spalle alla presunta paziente, fu però una voce molto più profonda di quella di Sara P. che lo chiamò per nome, il suo vero nome.

Lo sguardo che si trovò a combattere era lo stesso di Alessandro, bambino di 7 anni che aveva rapito, sorvegliato, ucciso, smembrato in vari pezzi e poi sciolto nell’acido circa due vite prima in un fitto bosco di faggi su una delle principali catene montuose del paese. Quegli occhi neri, inaccessibili, terrorizzati, vuoti, erano gli stessi occhi del bambino. Massimo si era bloccato tra le due poltrone in finta pelle e scrutava dal basso quello sguardo che faceva da preludio a una testa stempiata da sembrare un campo incolto, con qualche spiga bianca mal seminata sui lati.

Massimo sapeva di essere morto ma il suo cervello non voleva arrendersi e lo portò da un’altra parte. Vide la sua Palermo, il quartiere Zen dove giocava con i compagni di scuola tra palazzi smembrati e giardini di erba gialla, i primi soldi fatti con il traffico di droga, le centinaia di omicidi, le decine di infanticidi e poi la seconda vita, che sapeva non avrebbe mai coperto gli sbagli della prima. Fin quando il colpo non esplose e il cervello gli si frantumò, ridipingendo le pareti di rosso e grigio, mentre il fumo dello sparo fluttuava ancora nella stanza e Caterina selezionava il numero per le emergenze nella sua. Fuori dalla finestra le prime gocce, grosse come la falange di un pollice, iniziavano a bombardare le teste dei passanti meno lungimiranti, ignari di quanto la morte gli fosse vicina.

Autrici e autori

  • Ho 25 anni, vivo a Firenze e tra un libro e l'altro studio psicologia giuridica. Queste sono le informazioni futili. La passione più grande e importante della mia vita è sicuramente la scrittura. Scrivo poesie e racconti da quando ho sedici anni e amo condividere i libri che leggo.

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