Arthur e Stavros

Arthur: Il Mostro è nato nel momento in cui lei è morta, e da allora, è sempre con me. Prima, accanto a me c’era lei, Margaret, sposa, e compagna di studio e ricerca, sorridente nella polvere degli scavi, pronta all’ascolto e alla discussione.

Adesso io sono solo, fra gli ulivi di questa collina, mossi da un vento che profuma di mare. Anche se è marzo, a Creta fa caldo. Non che mi dispiaccia, sempre meglio della pioggia dell’Inghilterra, quella pioggia umida, maledetta, lei ne è morta, tossiva e io non capivo che la malattia la consumava. Intorno a me, i braccianti che ho reclutato scavano fra le radici degli alberi estirpati. Mi pensano pazzo a sradicare le loro piante, viti e ulivi coltivati nei secoli, anche se ho spiegato che cerco una antica città sepolta, la città del re Minosse. Ma io lo so, quello che cerco davvero è un labirinto dove chiudere per sempre questo dolore, l’ombra nera che mi aspetta alla sera. Mi siedo su un muretto, all’ombra, la mano in tasca trova la moneta che mi ha portato qui. Un disco di metallo, su una faccia linee precise disegnano la traccia di un percorso.

Stavros: Oggi avrò fatto almeno cento viaggi con questa carriola. Da quando abbiamo trovato il muro l’Inglese è impazzito, ha fatto venire qui mezzo paese, e tutti a scavare, e portare via terra e piante. Ogni tanto seguendo la traccia del muro troviamo un coccio, o una tavoletta tutta segnata, e se gliela portiamo lo vediamo animarsi, sorridere perfino, e poi tira fuori il fazzoletto, e si mette a spolverarla delicatamente, come accarezzandola, come se fosse una cosa di valore. Mio nonno di questa roba ne trovava sempre arando il campo, e la dava a uno di città per qualche soldo. L’Inglese dice che qui abitava un grande re, e che questi muri sono il suo palazzo, costruito su tutta la collina. Si mette in cima agli scavi, sul ponteggio e dice qua c’era la sala del re, e qui quella della regina, come se ci fosse nato.

Arthur: Oggi eri con me quando abbiamo trovato l’affresco, c’eri, lo so. Nella grande stanza, i delfini guizzavano fra le porte, il mare arrivava con le sue onde, e io ho immaginato la regina – tu, la mia regina – immersa nell’acqua di una piscina, nel palazzo. Lo so, dicono che sono matto, ma vedi , cara, qui ci sono tubature, e canali di scolo, e quindi perché non potrebbe esserci una piscina, con i delfini che nuotano e saltano? Un re innamorato ha fatto decorare questo luogo per la sua amata, e io te lo offro, Margaret, cara.

Sto disegnando la mappa del sito. È molto più difficile di quanto pensassi, perché sembra che sotto il palazzo ci siano le strutture di un complesso precedente, ancora più antico, forse distrutto da un terremoto. Le linee che disegno si spezzano, si interrompono, diventano sinuose e poi riprendono in linea retta, mi sembrano una metafora della vita che mi ha portato qui, senza di te. Al centro del complesso c’è un grande spazio, vuoto.

Stavros: Oggi, scavando, ho visto fra il bianco delle pietre del muro un riflesso blu. Mi sono messo a muovere piano il terriccio, e man mano che la luce entrava nella stanza di sotto, e illuminava il muro, apparivano i colori: blu, bianco, rosso.

Mi sono messo a gesticolare, gridando, verso l’Inglese; lui si è alzato in piedi, è corso verso di me, e con lui tutti gli altri, hanno abbandonato le zappe, le ceste, e sono corsi a vedere. Un muro blu. Un toro rosso, grande, potente. Un ragazzo agile – o forse una ragazza? gli fa una capriola sulla groppa, un altro lo prende per le corna. Uno, dietro, forse lo ha aiutato a saltare. Sono figure alte e sottili, hanno capelli lunghi, mossi dal vento che qui non manca mai. Mi siedo a guardare, incantato, una mano mi sfiora la spalla: è lui, l’Inglese: abbiamo la stessa cosa nel cuore in questo momento, lo so.

Arthur: Il tramonto è il momento migliore della giornata. Sulla collina c’è silenzio, i lavoranti se ne sono andati, le cicale staccano il loro continuo frinire, e il sole accende di rosso le colonne. Sì, le farò dipingere di rosso, come le vedo ora, rosso del sangue del Minotauro che è andato incontro a Teseo senza paura della sua spada – non la conosceva, non sapeva che gli uomini potevano essere armati, che sapeva lui degli uomini, da sempre era rinchiuso fra quei muri senza fine. Che ne sapeva dell’amore, e dell’inganno, e dei sentimenti, delle passioni e della ragione. Si è buttato su quella spada, e il suo sangue ha colorato le colonne. Il rosso è la sua traccia in questo luogo, e io la seguo – nel disegno degli ultimi raggi di sole sulle mura, trovo dentro di me le immagini che hai lasciato, Margaret, il tuo vestito porpora si muove fra queste rovine.

Edward Munch, Giovane donna sulla riva, 1896, Acquatinta brunita e puntasecca, Munch Museum, Oslo.

Stavros: L’inglese è pazzo, quello lo sappiamo tutti. Basta guardare come studia per ore quelle tavolette con incisi dei graffi, che ogni tanto troviamo. Quando gliene portiamo una gli brillano gli occhi. Secondo lui quei graffi sono scrittura, e vuole capire cosa c’è scritto. Ma è un pazzo generoso, ci paga bene, e quando troviamo qualcosa di speciale, un dipinto, un sedile, vuole dividere la sua gioia con noi, e cerca di spiegarci nel suo greco perché per lui è così importante. E certe volte… certe volte penso che sono importante anche io se i miei antenati, su questa isola persa nel mare, hanno saputo fare palazzi così grandi, con pitture che hanno ancora colore. Mi piacerebbe tornare qui con Cloe, le ho raccontato del toro e dei delfini e del palazzo, dice che non è vero – ma lo fa solo per provocarmi. Lei ha capelli neri, lunghi e mossi come quelli delle figure dei dipinti, e come loro gambe lunghe e agili.

Arthur: Io so che queste pietre mi vogliono dire qualcosa, perché se no ne sarei così attratto? Hanno un significato, le mura, gli spazi che delimitano, i passaggi, e le scale, i gradini, i canali, i tunnel , le cisterne, i cunicoli, e così anche i segni graffiti sulle tavole e sulle monete, e i dipinti, e i colori dei dipinti, e queste figure così gioiose. E’ una società diversa da quella greca, ormai mi è chiaro: qui non ci sono mura difensive, né immagini di guerra; in un affresco un giovane uomo sparge gigli, non devastazione; con i tori si gioca, non si sgozzano in sacrificio. Mano a mano che procediamo negli scavi, all’immagine di un oscuro labirinto si sovrappone quella di una città , e di una civiltà, solare e libera: il mio dipinto preferito mostra tre donne, i capelli disegnati come onde, i seni nudi, a testa alta. Il loro modo di tenere orgogliose il capo dritto mi ricorda il tuo modo di affermare l’uguaglianza fra uomo e donna, mia cara Margaret.

Stavros: Volevo fare vedere a Cloe il palazzo alla luce della luna, ma sento dei passi: dovevo aspettarmi che l’Inglese venisse qui anche di notte. Nascosti dietro a un muretto, osserviamo la sua ombra muoversi fra le mura bianche, illuminate dalle luna: si muove sicuro, non ha paura di perdersi – sa dove sono i punti deboli dei passaggi, dove le pietre sono solo appoggiate, dove il ponteggio di assi traballa. Scansa le carriole ammonticchiate, le ceste svuotate, le zappe e le pale : arriva in centro, dove c’è lo spiazzo grande. E lì si ferma. Si mette in mezzo alla piazza, e si guarda intorno.

Arthur: Quando sono arrivato qui, c’era una collina con un mucchio di pietre, in rovina. Poi è apparso un palazzo, muri, stanze, corridoi, sale intorno a uno spazio vuoto, vuoto come la mia anima senza di te. Adesso non è più disabitato : di giorno, ci sono gli uomini che con il loro lavoro lo animano; di notte, vedo gli uomini del passato, che scendono dai loro dipinti e popolano la città; io cerco la loro compagnia e la tua presenza, Margaret, fantasma fra i fantasmi.

Stavros: L’ombra di Cloe alla luce della luna si disegna sul muro, alta e sottile. Si è alzata per vedere meglio l’Inglese, che ora è inginocchiato nella piazza, con le spalle curve che sussultano: piange. Cloe si sposta dietro di me, e inizia a scendere i gradini, verso la piazza. Scendono in due, lei e la sua ombra, leggere: i piedi nudi non hanno esitazioni, la gonna sfiora la pietra, il petto trattiene il respiro, i capelli si muovono nella brezza. Si avvicina pian piano a quell’uomo ferito, e gli tende la mano.

Arthur: La ragazza mi tende la mano, gentile. Una mano piccola, calda, ferma. Vieni, mi dice il suo tocco, rialzati, usciamo fuori da qui. Vieni, lascia stare i fantasmi, le ombre, seguimi. Vieni, mi dice il suo sguardo, torna fra noi, lasciala andare, vieni. Seguo i suoi passi, le nostre ombre sul muro sono quelle di una dea sottile e di un mostro tozzo. Lei cammina, e mi porta fuori, verso l’accampamento, verso i miei uomini, le persone che stanno condividendo con me la fatica e il lavoro di portare alla luce quello che per tanto tempo è rimasto sepolto – la fatica, e il sudore, ma anche la gioia del ritrovare quello che sembrava perduto. Quando la luce dell’accampamento sostituisce quella della luna, la mia guida sparisce fra gli ulivi. Torno nella tenda, guardo senza vedere la mappa degli scavi sul tavolo– i tratti sottili formano intorno al rettangolo centrale un disegno intricato, che richiama le circonvoluzioni cerebrali – il labirinto mentale, in cui volevo rinchiudere il mio dolore, il mio Minotauro; e nell’incalzarlo sempre più in profondità, non mi accorgevo che le porte si richiudevano dietro di me. Cercando per lui la cella più profonda, più lontana, dove murarlo, mi stavo perdendo nella solitudine: sbagliavo nel pensare che una mappa mi avrebbe aiutato a uscire. Teseo e la sua spada, io e la mia carta : intelligenza, ragione, coraggio: armi maschili.

Stavros: Cloe mi ha dato un cestino: pane, vino, olive, formaggio, quello che mangiamo noi, da portare all’Inglese per pranzo: – resta lì con lui, mangiate insieme, si è raccomandata. Ha detto che ha messo due bicchieri. Me l’ha ripetuto più volte, e allora oggi, invece di portare il cestino e andare via, rimango in piedi accanto a lui – in attesa.

È seduto, come al solito, sul muro sotto l’unico olivo rimasto, e guarda dall’alto il palazzo, che sta emergendo dalla collina – il mare all’orizzonte –

Siediti, Stavros – mi dice – fammi compagnia, prendi un po’ di vino con me- che strano, conosce il mio nome, pensavo di essere per lui uno fra tanti.

– Vieni, dobbiamo brindare. Ho trovato l’uscita, sai, – mi porge il bicchiere, sorridendo – ci voleva l’aiuto di una donna.

In copertina: Dorle Stern-Straeter, Labirinto Quilt, 1995, trapunta di cotone, San Jose Museum of Quilts,


Sir John Arthur Evans nasce nel 1851 vicino Londra, figlio di un noto archeologo. Fin da ragazzo il padre lo porta con sé, e gli trasmette la passione per la cultura ellenica. Sposa nel 1878 Margaret, che lo accompagna nei suoi viaggi di ricerca, e che muore nel 1892 di tubercolosi. Nel 1893 si reca a Creta, alla ricerca di una civiltà diversa da quella ellenica. Nel giro di pochi anni riesce a trovare i finanziamenti necessari a comprare il terreno su cui pensa potersi trovare la mitica città del re Minosse. Nel marzo del 1900 avvia, ingaggiando centinaia di lavoranti, gli scavi sulla collina di Cnosso. Dopo solo due settimane si imbatte nelle mura del palazzo. È stato molto criticato per la ricostruzione del palazzo secondo criteri arbitrari e con materiali moderni.

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