SCIGHERA

Ho sempre avuto paura della nebbia. A pensarci bene non è, di tutti i fenomeni metereologici, il più pericoloso. Una pioggia torrenziale, un vento fortissimo o una nevicata lo sono di più. Sono tutti facili da comprendere, spaventano quando devono farlo, oppure rilassano, altre volte addirittura ci fanno divertire. La nebbia, al contrario…Non ci si rende conto della sua presenza, perché non emette suoni. Il rumore della pioggia, mentre siamo in casa, al caldo, è quasi confortante. Allo stesso modo, ci sentiamo protetti mentre, dal tepore della nostra abitazione, sentiamo il vento ululare fuori dalla porta. La nebbia invece, col suo mistero, non sappiamo cosa può riservarci. Vi siete mai trovati di notte, a viaggiare in auto con una nebbia talmente fitta da non riuscire a vedere a un palmo dal naso? È spaventoso. Personalmente ricordo una notte, in particolare. Stavo procedendo quasi a passo d’uomo con la mia auto, la nebbia era calata come un sudario sul tutto il mondo circostante, rendendo sconosciuta una strada che avevo percorso un migliaio di volte. La luce dei fari dell’auto, si diffondeva per cinque o sei metri innanzi alla vettura, per poi rimbalzare in quella coltre spettrale e impenetrabile. A un tratto, dal nulla, vidi spuntare un enorme capriolo; era come se fosse stato rigurgitato la, in mezzo alla strada, da uno degli orifizi di quella massa informe. Si bloccò nel centro della carreggiata, probabilmente ipnotizzato dai due fasci di luce, che si riflettevano nelle sue pupille dilatate dalla paura tanto da accecarmi. In un accesso di terrore, frenai di colpo. Lo stridio della gomma sull’asfalto riscosse l’animale, che sparì così come era comparso. Attivai subito le quattro frecce e rimasi alcuni secondi fermo per riprendermi da quello spavento terribile. Ebbi quasi subito la sensazione che la nebbia si stesse stringendo attorno a me, come nel tentativo di inghiottirmi, così come aveva fatto col capriolo. Ripresi subito la marcia, a una andatura decisamente troppo spedita per quella visibilità, diretto verso la salvezza della mia abitazione. Quando scesi dall’auto, mi feci largo attraverso la foschia a passo spedito verso la soglia di casa. Mi resi conto solo arrivato alla porta di aver corso. Per tutto il tragitto, avevo avuto la spiacevole sensazione che la nebbia avesse tentato di afferrarmi, ebbi l’impressione che quelle migliaia di particelle di umidità avessero assunto una consistenza e immaginai una miriade di mani umide sfiorarmi all’altezza del collo. Andai a letto, dove mi dimenai tutta la notte scosso da incubi in cui mi svegliavo in mondo freddo e incolore. A ogni passo che compivo, forme di ogni tipo venivano a crearsi da ogni parte, i cui contorni erano nascosti da quella patina umidiccia. Mi svegliai, spaventato come non mai, e andai a guardare alla finestra. La nebbia era ancora lì fuori e i miei peggiori sogni sembravano essersi avverati. Uscii di casa per andare al lavoro e levai lo sguardo verso il sole; così schermato, potevo osservarlo senza ferirmi gli occhi. Quella palla di fuoco sembrava, adesso, un pallido fuoco fatuo in un cimitero coperto di neve. Mi resi conto, con un brivido, che non era soltanto la sua luce che non poteva raggiungermi, ma anche il suo calore. Mi feci strada in quell’atmosfera glaciale con gli occhi rivolti agli alberi del viale che, adesso, in quello sfondo immacolato, si erano trasformati in macchie scure e misteriose. Erano davvero ancora alberi? Non osai avvicinarmi per scoprirlo. Diretto verso la fabbrica, in quel silenzio rotto soltanto dal rombare del motore, mi chiesi come mai la nebbia mi spaventasse tanto. In fondo, era soltanto un agente atmosferico come gli altri. Alla fine, capii…C’era qualcosa di umano nella nebbia. Molti anni fa, quando ancora ero bambino, mi recavo spesso al parco del paese a giocare coi miei amici. Frequentavamo le medie e da sei mesi, i nostri genitori avevano smesso di accompagnarci. Da una settimana mi ero accorto di un signore che non avevo mai notato prima. Ho sempre ritenuto di non essermi reso conto della sua presenza perché i bambini tendono a fare meno caso a ciò che li circonda, soprattutto quando sono occupati a giocare e divertirsi. Crescendo, mi sono convinto che la presenza dei nostri genitori scoraggiasse quell’uomo dall’avvicinarsi più di tanto a noi. Non lo saprò mai. Aveva un cagnolino, un meticcio marroncino di piccole dimensioni, davvero grazioso, a cui toglieva il guinzaglio per lasciarlo scorrazzare. Si limitava soltanto a osservarlo e, a volte, a richiamarlo quando quello provava a spingersi troppo lontano. Inizialmente, ogni volta che i nostri giochi ci spingevano vicino a lui, lo salutavamo distratti e lui, affabile e sorridente, ci rispondeva. Più avanti, per nulla insospettiti dalla sua aria cordiale, alcuni di noi si fermavano ad accarezzare il suo cagnolino, scambiando con lui alcuni convenevoli. Era trascorso più di un mese quando quel signore cominciò a portarci alcuni dolcetti. Non si avvicinava mai, eravamo sempre noi che, a causa di un gioco o per semplice cortesia, andavamo da lui. Ricordo anche che con le nostre paghette raccogliemmo una colletta per comprare una pallina al cagnolino. Quando gliela portammo e gliela offrimmo, per ringraziarlo di tutti i dolcetti che ci aveva regalato, ci ringraziò commosso e rimanemmo per quasi tutto il tempo a giocare con il suo animaletto. Un giorno, ci avvicinammo per salutarlo e lui, con aria sconsolata, ci disse di essersi dimenticato a casa i dolcetti. Lo guardammo con compassione e gli rispondemmo che non c’era nessun problema, ovviamente. Lui sorrise, sempre con aria afflitta e ci invitò a tornare ai nostri divertimenti. Poco dopo, prima di andare, ci fece cenno di avvicinarci. Ci disse che lui se ne sarebbe andato a casa ma che, se uno di noi lo avesse seguito, gli avrebbe dato i dolcetti per poi tornare da noi a distribuirli. Fu Matteo a offrirsi. Lo guardai allontanarsi al fianco di quel simpatico signore, sorridendo. Non è più tornato. Il suo corpo non è mai stai trovato, così come quell’uomo, nonostante l’identikit abbastanza preciso che io e gli altri fornimmo alla polizia.
Ecco, quell’uomo e la nebbia erano uguali. La nebbia si era posata su di lui, colorandogli i capelli di bianco per poi penetrargli dentro, nascondendo le sue intenzioni malevole.  La nebbia è in ognuno di noi. Chissà quali misteri e quali orrori indicibili si celano al di là della nostra carne e delle nostre ossa. Un giorno vedrò quell’uomo, con quel suo sorriso diabolico, spuntare dalla foschia come quel capriolo, con in braccio il corpo mangiato dai vermi di Matteo. Chi sa se anche allora avrò la forza di fermarmi.

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