Che cos’è una donna?


Si svegliò urlando, tutta sudata, il solito incubo: lei scalza in una camera, i piedi nudi immersi nel sangue; era il sangue di tanti neonati fatti a pezzi. E in mezzo, tante testine con gli occhi aperti che la guardavano, la guardavano… La madre spalancò la porta e corse da lei abbracciandola: “Assunta cos’hai? Tranquilla, è stato solo un sogno”. La ragazza si divincolava, la respingeva. “Hai litigato con Alfio?” “Vattene, lasciami sola, ti odio”.
Alfio e Assunta vivevano in un piccolo paese nell’entroterra di Catania. All’inizio dell’autunno Assunta si era iscritta all’ultimo anno di università mentre Alfio, che aveva già dato tutti gli esami, si preparava a discutere la tesi. I loro padri erano impiegati, l’uno in Comune l’altro all’Ufficio postale, e le loro mamme erano casalinghe.


Erano amici da sempre, e poco a poco la loro complicità di bambini si era trasformata in amore. I loro genitori ne erano felici, e in un grande baule si accumulavano lenzuola, tovaglie e asciugamani ricamati. I due ragazzi parlavano molto, di sé, di quello che si aspettavano dalla vita. Il loro sogno era quello di lasciare quella terra ancora così arretrata per andare al nord dove tutti i loro sogni si sarebbero realizzati. Si vedevano tutti i giorni, dopo aver finito di studiare; la domenica andavano al cinema, l’amavano molto tutti e due, e nella bella stagione andavano in giro con la vespa di Alfio. Cercavano sempre luoghi appartati dove scambiarsi effusioni, spontaneamente.

Ai primi di settembre la ragazza era un po’ preoccupata del ritardo, lei sempre così puntuale. Ne parlò con Anna, sua compagna di studi, la sua migliore amica. E quando il ritardo le tolse ogni dubbio chiamò Alfio: “Vieni subito, ti devo parlare”. Alfio l’abbracciò forte: “Tina mia, non devi piangere, ci sposiamo, tanto era nei nostri programmi farlo. Lo diciamo ai nostri genitori che ne saranno felici. I primi mesi dopo il parto starai dai tuoi che si prenderanno cura di te e del piccolo. Nel frattempo, mi laureo e salgo a Milano dove hanno accettato una mia richiesta di lavoro. Cercherò un appartamentino in affitto e tu mi raggiungerai.” Assunta aveva ascoltato in silenzio. Ma come, e lei non esisteva? Lei voleva aspettare, andare a Milano, trovare una scuola, dedicarsi con impegno all’insegnamento, godersi il tempo libero con Alfio. Poi, e non prima, avrebbero potuto pensare a diventare genitori.

Lei quel bambino non lo voleva proprio.

L’indomani ne parlò con Anna, che la tranquillizzò: non era sola. Lei sapeva come aiutarla: l’intervento è semplice ma comporta dei rischi, bisogna affidarsi a uno studio medico. “Preparati che domani ti accompagno io, e dì ai tuoi che starai da me qualche giorno a studiare”. Assunta non aveva mai mentito ai suoi, ma fece come le aveva detto l’amica. L’intervento fu doloroso ma durò poco; seguì una forte emorragia che il medico riuscì a fermare. “E ora stai a riposo per qualche giorno”. Assunta era libera, ma non felice; era pieni di rimorsi. Era cattolica e si sentiva colpevole verso Dio. Aveva inoltre tradito la fiducia dei suoi genitori e, soprattutto, di Alfio che non l’avrebbe mai perdonata.

Nei giorni che seguirono le due amiche parlarono molto. Assunta si rese conto di essere sempre stata felice, senza rendersi conto di non essere libera; il suo destino era stato scelto da altri, così come sua madre aveva accettato il suo. Si sarebbe sposata, illibata naturalmente, e avrebbe avuto dei figli. Anna l’interruppe: “Credi di essere sola?”. Ogni settimana ci riuniamo con un gruppo di donne e parliamo. Domani ti ci porto. La ragazza era un po’ perplessa: l’idea di parlare dei fatti suoi in pubblico non le piaceva, e soprattutto dubitava che il parlarne l’avrebbe aiutata. Invece, l’incontro con altre giovani donne che l’accolsero con semplicità, i loro racconti, le fecero capire che il problema non era solo suo e che forse insieme lo si poteva risolvere. Se volevano essere veramente libere avrebbero dovuto unirsi e farsi sentire, solo così la società e il loro futuro sarebbero cambiati. Negli anni ‘50 in Italia non si parlava ancora di femminismo, di collettivi. Erano piene di entusiasmo, di illusioni. Sognavano.

Assunta partecipava, ma con un senso di disagio: si parlava soltanto dei diritti delle donne. E i diritti del nascituro? Lei era una biologa, sapeva che la vita ha inizio col concepimento. Il suo segreto per di più le pesava, ad Alfio doveva dirlo. “Ma cosa hai fatto? sei una disgraziata, un’incosciente! lo sai che rischi di essere arrestata? non hai pensato alla vergogna dei tuoi genitori? arrangiati”. E se n’era andato sbattendo la porta.

Aveva i soldi della dote, se li prese e prenotò un treno per il nord. L’accompagnò Anna che l’aiutò a sistemare i bagagli; al momento di scendere, l’amica abbracciò stretta Assunta e le diede un pacchettino “per farti compagnia durante il viaggio”. Promisero che sarebbero rimaste in contatto, e Anna scese: Assunta la seguì con lo sguardo, con la speranza che, chissà… si sedette con un sospirone e scartò il pacchettino: era un libro, Il secondo sesso di Simone De Beauvoir; conosceva l’autrice ma non quest’opera. Aveva iniziato a leggere l’introduzione quando il treno si mosse; si era soffermata sulla frase “…che cos’è una donna? Tota mulier in utero: è una matrice”1 quando la porta dello scompartimento si aprì: “C’è un posto libero?”

1La donna è tutta nell’utero

Di Luciana Laudi

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