P.E.M. – Poesie ed Euforie Metropolitane #37

I vincitori e le vincitrici delle Cene poetiche

«Risplendere sempre, risplendere ovunque», direbbe Vladimir Majakovskij se gli venisse chiesto perché fare poesia.

Questa rubrica si ritiene umilmente seguace di queste volontà, condividendone lo slancio vitale e provando così a offrire uno sguardo sul mondo della poesia suburbana, che generi un’istantanea della realtà poetica cittadina raccogliendo i contenuti di quegli autori che, attraverso i loro componimenti, sentono l’urgenza di raccontarsi.
Poesie ed Euforie Metropolitane è dunque una raccolta di contenuti autoriali di prosa e poesia, selezionati tramite la votazione di una giuria popolare durante l’evento della “Cena Poetica”, un convivio che prende le mosse dalla tradizione del Poetry Slam e in cui, tramite la condivisione di vivande e di letture, ci si ricollega a una dimensione raccolta e insieme di festa. Il progetto di questa rubrica è perciò quello di dare testimonianza del passaggio e della presenza di questi momenti di poesia urbana, al fine di renderli sorgivi protagonisti della scena culturale.

A cura di Francesco Pipitone.

Le illustrazioni dell’articolo sono alcuni dei disegni realizzati durante le serate “PAAC” (Pictures As A Concert) alla Corte dei Miracoli.

Di seguito le poesie dei vincitori e delle vincitrici delle scorse edizioni della “Cena Poetica” presso la Corte dei Miracoli

  • “Voglio essere inverno” di Guido Campani (4 settembre)
  • “Lucidità” di Gitica Jakopin (2 ottobre)
  • “###” di Sofia Cavallini (6 novembre)
  • “Un commiato” di Giuseppe Piccolo (4 dicembre)

Voglio essere inverno

Voglio essere inverno.
Sono stanco di esser macchina, di essere aggiornato, efficiente,
di dover fare up-grade, di dover essere resettato.
Voglio essere un seme che muore in un campo. Ecco tutto, l'ho detto.
Un seme ad un dito dalla superficie, una cosa che lo pianti e poi non devi più fare nulla.
Aspettare e basta.
Un seme che muore di tutte le sue pretese.
Voglio essere inverno e non avere l'ansia che ogni ora di sole sia da usare.
Sapere che va bene stare fermi, che va bene dormire.
Un lungo inverno, senza Natale, fuori dal mondo
e se Natale arriva, io non lo sapevo, non mi era stato detto,
non c'è stato il tempo di dover pensare a regali e convenevoli.
Voglio essere inverno, un eterno, illuso freddo che pensa che tutto sia già stato dato,
per farsi poi fregare da una nuova primavera.
Ma saranno passati millenni sotto una terra pesante, umida a novembre e secca a gennaio.
Avrò dimenticato chi era l'io che guardava il sole alto e caldo,
che contava sulla schiena i desideri appoggiati alle stelle
e dimentico di tutto la primavera sarà un irrequieto bambino senza più pretese.
Voglio essere inverno, quando il silenzio è più accetto.
Seppelliscimi.
Dammi degna sepoltura.
Sii dolce nel farlo.
Raccontami di come sono stato bello d'estate e saggio d'autunno. Non dirmi niente di più.
Non chiedermi di essere altro o di conservarmi in me stesso.
Ricoprimi a un dito da ciò che ancora vive e vienimi a trovare in silenzio.
Né una gravidanza, né un lutto, solo un seme sotto terra.
Voglio essere inverno e non svegliarmi più.
Voglio che il mio corpo si faccia terra per ricoprire quel che ho dentro,
dargli la possibilità di essere seme, di avere tutti il tempo sotto centimetri di neve
e fingere che non stia succedendo niente.
Voglio essere inverno e concedermi la grazia di lasciar morire questa stagione
e senza sapere più cosa sia nuovo e cosa sia vecchio farsi prendere in giro da marzo.
Marzo, che sa tutto di me e non sa un bel niente.
Essere inverno e concedersi la grazia di stare aperti e fertili, in attesa, ma senza fretta.
Voglio essere un seme che muore in un campo.

Guido Campani (4 settembre 2025)

Lucidità

Avevo vent’anni
quando ho iniziato a precipitare
sul suolo invisibile
dolcemente, come la zampa di un orso:
sono saltata giù dalla montagna,
ho volato attraverso la valle,
ho sollevato il velo
che stava da tempo
su minuscole, minuscole creature.
rotolavano nella neve,
quelle piccole insignificanze
dell’infinito.
e il fiume era chiaramente la fine —
la fine e l’inizio
Fernando ha teso la sua mano
non voleva vedermi cadere
rotolare giù nella freddezza della pietra
nell’abbraccio invitante del blu.
la sua stretta era salda, eppure
sono caduta – solo per essere stata sparata fuori,
rapida, come una palla di cannone,
trasportata sulle strade, dove
la tabaccaia attendeva pazientemente:
è un luogo
dove non sogno, eppure esisto,
dove la lucidità diventa
il più grande peso dell’anima
e ho sussurrato a me stessa:
eu que não sei o que sou
so soltanto di non sapere
di me stessa, dell’universo in quanto tale,
della ragnatela che si estende
nella grotta sommersa, le guance
dell’uomo comune.
e ho sussurrato, ancora:
não sei, não sei nada
je ne suis, je ne suis rien
non sono, non sono niente.
eppure
non era forse tutto
solo un sogno?
ciononostante
sento le mie ali aprirsi
mi sento volare
lottare per afferrare
i confini dell’ombra,
quella che si espande
così lentamente
sul suolo ormai
fatto d’argilla.
l’orologio ha battuto
e tutto sarà deciso –
la notte diventerà giorno

Gitica Jakopin (2 ottobre 2025)

###

dal tronco encefalico
sei entrato dalla porta principale
spalancandola senza riguardo/
e nemmeno chiudendola alle spalle
lasciandola così, aperta a un traguardo
che nemmeno sapevamo dove.
tutto affaccendato/
corri sfiatato sul ponte
che collega il cervello e il suo fratello piccoletto.
non capisco quanto
nel lobo temporale rimani/
sei sarto maestro dei minuti
cuci e riscuci un orologio
autonomo condiviso.
sospiri sottovoce
parole deja-vù/
galleggiando nell’area dell’associazione uditiva
fino al tuo sport preferito/
il linguaggio.//
impariamo i legamenti
addentrati nell’area pre motoria
e dopo tempo che non so quanto/
forse ore forse anni
le tue iridi sono ancora le mie pupille
anche nel vestito del tronco visivo.

Sofia Cavallini (6 novembre 2025)

Un commiato

scrivere dovuto avrei
ma occhio non duole se cuore non vede
e se mescolate parole affannano a fucile,
ferro è parola duttile nelle mani di un pazzo
imbarazzo è utile, nelle mani uno sprazzo
di terrore, vendetta di voglia
esistenza di soglia è convivenza
alla noia, alla porta un bivio
tra un convitto indeciso
e un'allucinata Corinto
lì un bambino si è perso
ed un altro trovato si è mosso
un teatro mostra corpo su un colpo
scotto di un conto, vita per occhio
un figlio per dente, come stereo
per mattone legato ad un piede
che nelle nostre pene
più che pesarci al cammino
questa musica assorda, amore mio.

Dammi le parole amore mio, che questo silenzio assorda
Dammi le parole amore mio, che questa polvere ingombra
Dammi le parole amore mio, che questo titolo racconta
ancora una volta, amore mio, di un morto che non sono io
che lì fuori una donna sopra un corpo che non sono io
sperando e bestemmiando un Dio che non sono io
somiglia a mia madre e bagna un figlio che non sono io
ma che avrei voluto essere per disarmarmi l'impotenza
per pulirmi la coscienza, dalla stupida credenza
che basti rigare dritto, tirare una linea
e funambolarci attorno come novelli Philippe Petite
ma la realtà è che noi, amore mio, non siamo soli
e a niente serviranno i nostri indignati commiati,
le dirette alla radio, i cordogli abbracciati,
gli striscioni, gli afflati, gli affanni accorati
se non moriremo anche noi, amore mio.

Una esistenza morte questa lenta vita
spero che dissanguata mostri
questa televisione i corpi
di come sono suolo equilibri
tolti
e mi chiedo ancora
chi è a portare i gessetti
che delineano i cadaveri
che un opinionista ha detto
che si ammazzano tra di loro
che ci ammazziamo tra di noi
chissà se lui sa
se mia madre ha ancora un lenzuolo
bianco
per coprirmi
quando mi ammazzeremo
o dovrà chiederlo in prestito.

E allora, dammi una pistola amore mio
così che io possa ammazzarmi prima
che lo facciano gli altri
prima che io pesti i piedi
al pazzo sbagliato
prima che io riesca a trovare
un motivo per morire ammazzato
che non sia una tragica conseguenza
che questa non è l'America
ma i miei coetanei fanno ancora slalom
tra le stragi
che questo non è il Vietnam
e nelle casse non c'abbiamo i militari
ma i minorenni
che non trovo parole, amore mio
che parlino chiaro come questi funerali
e stasera morirò amore mio,
e continuerò a rifarlo anche domani.

Giuseppe Piccolo (4 dicembre 2025)

Autrici e autori

  • Ognuno ha dentro di sé due lupi i miei sono lupo Lucio e Balto, perché i miei lupi hanno dentro altri lupi che non sanno se sono cani o sono lupi o creature inventate dalla RAI.

  • Gitica Jakopin (2003) is a Slovenian filmmaking student, currently living in Milano.

  • Sofia Cavallini, metà di Sofoia, risultato alchemico del rituale del serpente.

  • Giuseppe Piccolo, si dice poeta performativo, ma rimane soltanto l’ennesima truffa.

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