il gallo rosso

Il gallo rosso


Un racconto

Dopo che la Russia aveva invaso l’Ucraina nel 2022, Kuzebaj aveva pensato molto alla sua vita. Certo, il governo la chiamava una «operazione militare speciale», ma a Kuzebaj era fin troppo chiaro che si trattava di una guerra. Gli era anche venuto in mente che secondo alcuni pensatori e politici americani, le guerre fatte dagli Stati uniti non sono guerre, ma “operazioni di polizia”. Insomma, le parole cambiano, ma la sostanza delle cose alla fine resta la stessa, pensava Kuzebaj. La vita di Kuzebaj, a ben pensarci, era una dimostrazione concreta sia del carattere plurinazionale della Russia, sia di quanto quella guerra fosse assurda.

Nei tempi in qui l’Unione sovietica copriva un sesto delle terre emerse, suo padre, che era un ingegnere, si era spostato dalla sua natia Ucraina per andare a lavorare a Izhevsk, una città industriale di 600.000 abitanti a oltre mille chilometri da Mosca, nella zona degli Urali. La città era stata fondata alla fine del ‘700 dagli zar, concepita da subito come centro di produzione bellica: ben lontana dai confini occidentali della Russia, da dove storicamente si temevano invasioni (e infatti vi furono quelle di Napoleone e Hitler; quella della Nato per adesso era più un fantasma evocato che non una realtà dei fatti). Secondo la leggenda, lo zar dell’epoca aveva scelto di fondare lì la sua città per produrre armi perché la zona era abitata dagli udmurti, un popolo ugrofinnico sconosciuto ai più, ma noto per la sua calma, tranquillità e pazienza. Per produrre buone armi, si diceva allora, era necessaria molta pazienza, ed ecco spiegata la scelta dello zar. Certo, non fu facile: strappare alla terra gli udmurti, che erano un popolo di contadini, per buttarli in delle fabbriche chiuse e buie dalla mattina alla sera, non era stato facile. Spesso si diceva che per un udmurto non ci fosse niente di più doloroso che stare chiuso in casa, tanto è un popolo amante dell’aria aperta e della libertà. Se d’estate ci sono le bacche da raccogliere, l’orto e i campi da coltivare, le vacche da pascolare, d’inverno si può sempre pescare attraverso un buco nel ghiaccio, spalare la neve, fare lunghi giri con gli sci di fondo. Non ha importanza, ciò che conta è uscire.

Eppure, alcuni udmurti erano diventati armaioli prima in modo artigianale, poi operai di grandi fabbriche, per diversi motivi. Alcuni cercavano opportunità economiche e la vita di città, per sfuggire al lavoro dei campi che era comunque molto pesante. Poi, soprattutto a partire dalla collettivizzazione degli anni ’30, molti erano stati quasi costretti a lasciare le campagne, o erano scappati per paura. Sta di fatto che l’Udmurtia del XXI secolo era ancora divisa fra città e campagna. Anche quelli che si trasferivano in città, però, mantenevano i rapporti coi villaggi d’origine, vi ritornavano periodicamente, ecc. ecc.

Il padre di Kuzebaj, appunto, arrivato a Izhevsk per fare l’ingegnere, aveva sposato una donna udmurta, e da questa unione era nato lui. Il suo volto mostrava sia i tratti del padre sia quelli della madre: era un misto armonioso di tratti slavi e degli zigomi sporgenti udmurti. Aveva una fronte alta e piatta, e occhi di ghiaccio, di un colore difficilmente definibile, fra il grigio e il verde. Avevano deciso di chiamarlo così in onore di Kuzebaj Gerd, un famoso poeta udmurto fucilato durante le purghe staliniane (l’accusa, del tutto inventata, è che stesse ordendo chissà quali complotti assieme ad altri popoli ugrofinnici; la prova: la sua corrispondenza con amici finlandesi ed estoni). Venuto il momento di studiare all’università, era stato inevitabile che Kuzebaj diventasse ingegnere come il padre. In molte famiglie di Izhevsk, infatti, non importa di dove fossero originarie, l’ingegneria è quasi una religione. Durante la scuola, oltre che nelle materie scientifiche, il ragazzo era piuttosto bravo anche in inglese, era anzi uno dei pochissimi della sua scuola che riuscisse a spiccicare qualcosa in quella lingua. Per un colpo di fortuna, aveva trovato una borsa di studio che gli aveva permesso di studiare non a Izhevsk (che pure aveva il suo politecnico), ma addirittura a Londra. Una volta completati gli studi, Kuzebaj era rimasto in dubbio se restare in Inghilterra o ritornare in patria, ma il richiamo della terra natia, della steppa sconfinata, delle betulle, dei laghi e dei torrenti era stato troppo forte. Inoltre, gli mancavano anche i genitori che iniziavano a invecchiare.

Una vola tornato in Udmurtia, il lavoro fu presto trovato, praticamente automatico: avrebbe lavorato non in una delle numerose fabbriche di Izhevsk, ma in quella di Votkinsk, una cittadina limitrofa famosa per aver dato i natali al compositore Čajkovskij. Lì era cominciata una vita banale e all’insegna della normalità: fra Izhevsk e Votkinsk, infatti, fosse i due terzi della popolazione attiva lavoravano per le fabbriche locali, a vario titolo. Ma il suo essere ingegnere rendeva Kuzebaj più fortunato di un semplice operaio: oltre al salario più alto, la sicurezza di un posto garantito: insomma, non gli restava che cercarsi una casa e mettere su famiglia. Il fatto che nella fabbrica di Votkinsk producessero missili e i famosi mitragliatori Kalashnikov non lo disturbava più di tanto. Lo aveva sentito da quando era piccolo: quelle fabbriche producevano armi che servivano per difendere la patria, non per attaccare qualcun altro. Fra Izhevsk e Votkinsk, chiunque avesse osato asserire il contrario sarebbe stato preso come un vero e proprio bestemmiatore. E infatti, Kuzebaj non aveva mai sentito commenti del genere.

Anzi, quando si iniziava a lavorare in una di quelle fabbriche, c’era sempre un discorso ufficiale che parlava di quanto fosse onorevole svolgere quella professione, quella di armaiolo russo. Il relatore parlava sempre della scultura della Madre Patria di Volgograd, la ex Stalingrado. In realtà, questa statua è un insieme di sculture composto di tre parti. C’è un monumento a Magnitogorsk (città industriale sugli Urali), dove il Lavoratore Retrovia consegna una spada al Soldato dell’Armata Rossa.

«A Stalingrado – continuava il relatore – la Madre Patria solleva questa spada, e conformemente a Berlino il Soldato Liberatore, che ha una bambina tedesca in braccio, abbassa questa spada. Basta, la guerra è finita. Cioè, l’ho sollevata, ho scacciato il nemico, basta, adesso non serve più. Insomma, questo Soldato Liberatore non agita la spada come un sadico, non taglia a fette i bambini tedeschi con questa spada. Noi non facciamo le armi per questo!».

Queste parole sarebbero tornate alla mente di Kuzebaj un giorno di febbraio del 2022, e vi sarebbero rimbombate a lungo.

La mattina del 24 febbraio 2022, sembrava un giorno come tutti gli altri. Ma, appena arrivato al lavoro e subito dopo aver timbrato il cartellino, aveva visto che tutti gli operai, ma anche gli impiegati erano nervosi.

«Avete sentito, avete sentito!? Abbiamo attaccato!» si dicevano fra di loro, anche se non a voce altissima.

Quelle parole erano pronunciate con preoccupazione, non certo con entusiasmo. Alla fine, un capo aveva messo fine a quelle ciance:

«Basta, adesso basta chiacchierare, tornate al lavoro!».

Quel giorno aveva cambiato la vita di Kuzebaj. Lui aveva sempre creduto nel sacro dovere degli armaioli russi, ma quell’invasione era davvero giustificata? Dopo tutto, la Russia aveva attaccato dopo aver negato più volte che l’avrebbe fatto, tant’è che tantissimi, lui compreso, erano convinti che l’ipotesi di una guerra fosse semplicemente ridicola. Putin aveva anche detto di voler solo “denazificare” e demilitarizzare l’Ucraina. C’era da crederci? Per quanto riguarda i neonazisti, Kuzebaj sapeva bene che identificare l’Ucraina con il nazismo era un’idiozia. Certo, anche lì questo fenomeno esisteva e provocava violenze, ma la stessa cosa avveniva in Russia, e anche peggio. A Kuzebaj veniva in mente uno studente nigeriano, che aveva svolto un breve tirocinio presso la sua fabbrica, pestato a sangue dai naziskin russi. Era rimasto vivo per miracolo: aveva dovuto passare mesi in ospedale prima di riprendersi. Subito dopo l’invasione, poi, diversi neonazisti russi avevano organizzato manifestazioni di giubilo, sfoggiando svastiche, aquile, teschi con le tibie incrociate e altri simili simboli (è vero, erano stati arrestati tutti, come quei pochi che aveva cercato di manifestare contro la guerra: insomma, l’importante era che non manifestasse nessuno).

Che senso poi chiamarla “operazione militare speciale”, quando era chiaro a tutti che era una guerra? Ma guai a usare quella parola, perché si rischiava l’arresto immediato. D’ora innanzi, il famoso romanzo di Tolstoj si sarebbe chiamato Operazione militare speciale e pace, scherzava sottovoce qualcuno. Avendo studiato a Londra, poi, Kuzebaj aveva un’altra finestra sulla realtà, la conoscenza dell’inglese gli permetteva di informarsi su internet da più fonti, al di fuori della propaganda ufficiale. Aveva anche letto il libro 1984 di George Orwell:

La guerra è pace.
La libertà è schiavitù.
L’ignoranza è forza.

Queste parole gli tornavano in mente in continuazione durante i primi giorni della guerra, nei quali i media russi dicevano cose sempre più incredibili (del resto, gli ultimi giornalisti indipendenti erano stati arrestati o costretti all’esilio). Kuzebaj, in realtà, si rendeva conto di essere un figlio dell’Unione sovietica. Era sempre stato russofono, e anche il fatto che si sentisse russo (nonostante la madre fosse udmurta e il padre fosse ucraino) rispecchiava quella koinè che di fatto l’Impero russo era sempre stata, e poi l’Unione sovietica dopo di lui. Ma adesso, che cosa doveva pensare di quegli avvenimenti? Aveva anche letto uno scritto storico firmato da Putin dove si insisteva tanto sul fatto che gli ucraini e i russi fossero lo stesso popolo e se la prendeva molto con i bolscevichi che avevano insistito tanto sui diritti nazionali, principio che certamente non era stato applicato coerentemente. Ma anche ammesso che fossero popoli simili e certamente lo erano per lingua, storia, cultura, caratteri somatici, ciò dava alla Russia il diritto di invadere l’Ucraina?

Kuzebaj continuava a farsi queste domande, e non riusciva a darsi una risposta chiara. Che cosa poteva fare, se non continuare a lavorare? Non poteva certo licenziarsi: oltretutto, il lavorare nell’industria bellica gli dava il grande privilegio di essere esente dalla chiamata alle armi. Era assai più utile nelle retrovie per garantire le forniture. Un’altra cosa che lo preoccupava erano i suoi parenti in Ucraina. Che cosa sarebbe successo loro? Le truppe russe avrebbero davvero preso di mira solo obiettivi militari?

La steppa



Il 2 aprile 2022, la sera, Kuzebaj ricevette una telefonata da suo zio Andrej, che viveva a Bucha, non lontano da Kiev. In realtà, all’inizio lo zio non riusciva neanche a parlare, perché la sua voce era interrotta dal pianto e dai singhiozzi.

«Ma zio, che cosa è successo? Parla, per Dio!» disse alla fine Kuzebaj, che non ce la faceva più a stare sulle spine.

Alla fine, con voce rotta, lo zio riuscì ad articolare alcune frasi:

«Kuzebaj, ascoltami… Mia figlia, tua cugina Natasha… sai cosa le è successo? Quando è iniziata l’invasione, io ero a Kiev per lavoro, e lei era rimasta sola con la madre. Per diverso tempo le comunicazioni sono state interrotte, non riuscivo più a sentire né lei né la madre. Poi, ho saputo che a Bucha c’era stato un massacro, che c’erano morti per le strade, alcuni con le mani legate dietro la schiena… li hanno giustiziati con un colpo alla nuca».

Kuzebaj iniziava a sudare freddo, ebbe appena il fiato di chiedere:

«Ma che cosa c’entra Natasha con tutto questo? Se la saranno presa con dei soldati! Lei sta bene?

Dopo un silenzio e diversi attacchi di singhiozzi dall’altro capo del filo, lo zio Andrej trovò la forza di continuare:

«Kuzebaj… tua cugina è morta. L’hanno… l’hanno… violentata, mutilata, hanno anche bruciato parti del suo corpo! Era una bambina, aveva solo quattordici anni! Che cosa state facendo!? Dovete smetterla, Kuzebaj, fai qualcosa, per l’amor di Dio, per il sangue che ci lega!».

Kuzebaj lasciò cadere il telefono. Ormai non sentiva più i singhiozzi né la voce alterata dello zio. Non riusciva a capacitarsi: in realtà conosceva pochissimo quella cugina, l’aveva vista forse un paio di volte in vita sua. Gli rimaneva l’immagine di una ragazza bionda e magra, con la pelle bianchissima. Ma perché se l’erano presa con lei? Come era possibile? Che cosa poteva aver fatto una ragazza di 14 anni per meritarsi tutto questo? Che cosa stava succedendo?

Dopo quella incredibile telefonata, Kuzebaj era diventato una specie di automa. Sì, si alzava tutte le mattine, andava al lavoro tutti i giorni e la sera ritornava a casa, ma era come se non si accorgesse di niente, come se fosse estraneo a tutto. A mala pena si rendeva conto di dov’era, di cosa stava succedendo, di cosa stava facendo. Qualche tempo dopo, arrivarono le notizie della distruzione di Mariupol, praticamente rasa al suolo. Anche lì, Kuzebaj aveva dei parenti: gli erano morti uno zio e diversi cugini. Quando ricevette la notizia, però, Kuzebaj era talmente sconvolto che quasi non riuscì ad avere reazioni.

«Per liberare la città, abbiamo dovuto distruggerla».

Gli veniva in mente questa frase: non si ricordava chi l’aveva detta, ma che importanza poteva avere?

«Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace».

Qui, forse, la memoria lo aiutava di più: non era Tacito che l’aveva detto parlando dell’Impero romano? E vabbè che Mosca avrebbe dovuto essere la terza Roma (o la quarta, secondo qualcuno)… Eppure, intorno a lui le persone non solo continuavano la vita di tutti i giorni, ma parlavano della guerra come se fosse una cosa assolutamente normale, legittima, o addirittura onorevole. Certuni aggiungevano che oltre che dai “nazisti” l’Ucraina fosse anche infestava dai “froci” e dai “drogati”; alcune madri di famiglia dicevano pubblicamente sui social di dispiacersi di non avere più figli maschi da mandare al fronte. Ma Kuzebaj non aveva letto da qualche parte che quello femminile è un genere portato alla pace? Ormai, le sue certezze stavano crollando una dopo l’altra. Un giorno che dovette andare a Izhevsk per lavoro, gli era capitato di passare davanti al Museo Kalashnikov (proprio così, un intero museo dedicato al famoso mitragliatore e ai suoi vari modelli; lo si poteva anche usare in un piccolo poligono alla fine della visita). Non gli era mai sembrato più di cattivo gusto in vita sua.

Ma chi era lui? Che cosa poteva fare? Non era nessuno. Un fine settimana aveva sentito il bisogno di andare a trovare il suo nonno materno, che viveva in un piccolissimo villaggio senza strada asfaltata a circa un’ora di macchina da Votkinsk. Quella izba di legno con decorazioni colorate, il cui retro dava sull’aperta campagna e sull’immenso spazio russo, con la stalla, il pagliaio, il letamaio, il bagno fuori (insomma, una specie di casotto di legno con un buco tagliato fra le assi del pavimento), le galline e le arnie gli avevano sempre dato un senso di tranquillità. Si può dire che fosse già primavera, ma il vecchio udmurto teneva ancora leggermente accesa l’enorme stufa in muratura verniciata di bianco, che era il cuore pulsante della casa di legno. Accolse il nipote con un berretto marrone calato sulla fronte: gli occhi piccoli incassati sopra gli zigomi sporgenti, per Kuzebaj, erano sempre stati l’immagine della bontà. Era assai improbabile che quest’uomo anziano lo invitasse ad agire, a fare qualcosa, a resistere. Quando mai gli udmurti avevano resistito? Erano stati l’ultimo popolo in Europa a farsi cristianizzare (con la violenza, naturalmente, che aveva incluso battesimi forzati e distruzioni dei loro cimiteri sacri). Se il nonno di Kuzebaj e altri anziani come lui adesso erano vivi e con i capelli bianchi, era proprio perché a suo tempo erano stati zitti e avevano fatto finta di non vedere parecchie cose spiacevoli. Anzi, tra gli udmurti così come fra molti altri popoli ugrofinnici la percentuale di suicidi era molto alta. Se umiliati, molti udmurti preferivano togliersi la vita piuttosto che resistere. Ma non era sempre stato così.

Le uniche volte in cui il nonno di Kuzebaj, che pure era la bontà in persona, aveva un guizzo rosso negli occhi e mostrava dei moti di rabbia, era quando parlava della collettivizzazione forzata dell’agricoltura. Nel 1929, Stalin aveva deciso che la proprietà privata della terra non doveva esistere più: i contadini, che poi erano l’80% della popolazione, dovevano essere organizzati in fattorie collettive. Se gli andava, bene; altrimenti sarebbero stati convinti con la forza. Eppure, uno dei primi decreti dei bolscevichi nel 1917 era stato quello di dare la terra ai contadini! La stragrande maggioranza di loro non capiva niente di politica, erano analfabeti, non sapevano neanche chi fossero i bolscevichi. Ma sapevano che avevano dato loro la terra, ciò a cui avevano anelato per generazioni, e questo era sufficiente per provare per questi bolscevichi una cera simpatia. Marx ed Engels avevano detto che i contadini andavano convinti, non costretti all’agricoltura collettiva, ma chi li aveva ascoltati?

La stragrande maggioranza dei contadini non voleva saperne di queste fattorie collettive, semplicemente perché non le capivano e le vedevano come un’imposizione. Mettere in comune la propria terra, i propri attrezzi, perfino le proprie bestie era per loro una cosa impossibile: la vedevano come un furto da parte di una entità astratta, da parte di quello Stato che si faceva vedere solo per angariarli, nonché come una grande perdita emotiva.

«La collettivizzazione è stata un genocidio!».

Così diceva il vecchio udmurto quando ne parlava, e la sua voce solitamente bassa e dolce saliva di tono, gli occhi brillavano (ma forse era solo il riflesso del fuoco). Può darsi che tecnicamente non fosse stato un genocidio, ma quanti contadini erano stati fucilati, quanti deportati in campi di lavoro e in zone remote, quanti erano morti di fame, di freddo e di stenti? Intere famiglie da ogni villaggio, compresi bambini di 5 anni e anziani di 90, dei quali ormai si era perso quasi ogni ricordo.

Fu allora che il nonno di Kuzebaj gli parlò del gallo rosso. Era un’espressione colloquiale per definire un incendio, specialmente se doloso. Come si può immaginare, in villaggi dove tutte le case erano di legno, il fuoco era un elemento allo stesso tempo necessario e temuto. I vecchi udmurti chiedevano nelle loro preghiere che lo spirito nel fuoco fosse benevolo, e non cattivo con le loro case. Eppure, all’epoca della collettivizzazione, furono proprio i contadini a usare il gallo rosso per resistere come potevano. Bruciavano gli edifici delle fattorie collettive o le case dei quadri di partito che erano responsabili della collettivizzazione: meglio le fiamme che essere schiavi e di nuovo servi della gleba, così ragionavano. Non che la loro resistenza si limitasse all’incendio doloso: in alcune vecchie canzoni si parlava ancora dei fucili a canne mozze (praticamente, le uniche armi da fuoco che i contadini possedessero, del resto in numero assai limitato) che avevano preso di mira la schiena di diversi quadri operai venuti da fuori, convinti con la collettivizzazione di eseguire il volere della Storia.

Quando quella sera Kuzebaj salutò suo nonno, gli venne in mente che forse era l’ultima volta che lo vedeva, anche se non poteva esserne sicuro.

Quella mattina, come sempre, Kuzebaj si recò al lavoro a piedi, e come sempre passò davanti alla piccola chiesetta bianca e azzurra che si ergeva vicino allo stagno di Votkinsk. Proprio davanti alla chiesetta, c’era una statua di Lenin sopravvissuta al crollo dell’Urss. Il padre e il nonno gli avevano raccontato di essere andati tante volte al cinema lì dentro: sì, perché nei tempi sovietici quella chiesa era stata sottratta agli scopi religiosi e adibita a cinematografo. Eppure, quel giorno sia la chiesa sia quell’uomo con la giacca e il pizzetto gli sembrarono diversi.

La giornata passò come tutte le altre. La sera, però, Kuzebaj si attardò in ufficio, cosa che talvolta gli capitava. Ormai era l’unico nella grande fabbrica che, a differenza di tante altre, faceva solo turni di giorno, restando inattiva la notte. Naturalmente, all’esterno delle mura di cinta c’erano diverse guardie armate che faceva ronda per tutta la notte. Essendo all’esterno, però, non avrebbero arrecato nessun disturbo a ciò che Kuzebaj aveva intenzione di fare. Non appena fu certo di essere rimasto solo nell’enorme edificio, andò al deposito del carburante. Lì vi era una ingente scorta di gasolio: era necessaria per far funzionare i generatori di corrente, qualora l’elettricità fosse mancata. Con pazienza, Kuzebaj prese il primo barile che gli capitò a tiro e inizio un lungo e minuzioso giro di tutta la fabbrica, lasciandosi dietro di sé una liquida scia scura. Ebbe cura di non limitarsi a lasciare solo una scia per terra, ma di gettare una sufficiente quantità di carburante anche sulle macchine, soprattutto su quelle che facevano i missili e i mitragliatori.

Fu un lavoro lungo, snervante e faticoso, ma con vera pazienza udmurta, Kuzebaj finì in un paio d’ore. Alla fine, stanco ma non ancora soddisfatto, rimase qualche secondo in piedi vicino all’uscita che avrebbe dovuto varcare a breve. Diede un’ultima occhiata alla grande fabbrica che per diversi anni era stato il suo luogo di lavoro. Tutto era nella semi-oscurità, solo alcune lampade di sicurezza erano accese. Infine, Kuzebaj prese dalla tasca una scatola di fiammiferi. Ne accese uno, tenendosi pronto a scappare il prima possibile, per paura di essere preso in pieno dalle fiammate o da qualche esplosione. Senza altri indugi, gettò il fiammifero sulla lingua scura e liquida ai suoi piedi, poi con un movimento rapidissimo si voltò verso l’uscita: non rimase a guardare le fiamme che in pochi secondi si diffondevano dappertutto e iniziavano a divorare quelle macchine produttrici di morte. Il momento in cui aprì l’ingresso, tutti gli allarmi si misero a suonare all’unisono, con un suono assordante. Doveva percorrere ancora diversi metri per superare il cortile e arrivare al cancello che dava sulla strada. Riuscì ad aprirlo con il suo pass e a uscire fuori, ma sentì già i passi di numerose guardie armate che si avvicinavano.

«Eccolo, prendetelo!» sentì dire.

Iniziarono anche a sparargli addosso, ma col buio e non avendo il tempo di aggiustare la mira, Kuzebaj fece in tempo a raggiungere la statua di Lenin, che era lì a pochi passi, e a rifugiarsi dietro. Diversi colpi cercarono di raggiungerlo, ma andarono a scalfire il metallo della statua e il cemento del piedistallo. Tentando il tutto per tutto, Kuzebaj fece un ultimo guizzo, sgusciò da dietro la statua e corse con tutto il fiato che gli rimaneva verso la ringhiera azzurra oltre la quale c’era lo stagno. Mentre la stava scavalcando, fu preso da una gragnuola di colpi e precipitò in acqua, ormai non più del tutto cosciente. Negli ultimi secondi che gli restavano, pensò che non aveva mai imparato a nuotare, ma ormai non aveva importanza.

Mentre andava a fondo, l’acqua dello stagno rifletteva le fiamme rosseggianti di quell’enorme incendio.

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