A galla coi serpenti

C’è stato un periodo in cui io e Giando volevamo andarcene lontano, mollare tutto e iniziare una vita al mare. Una qualsiasi, che se c’è il mare è più libera. Lo dicevamo spesso, soprattutto in macchina guardando dritto o fumando grigio nel cantiere. Ci sentivamo pazzi e sconclusionati, ma più di tutto avevamo sete, come se ogni giorno affondassimo un po’ di più nel cemento rovente di Pomezia. A un certo punto a Giando era persino venuta la foga di fare il marinaio, s’immaginava a cercare Peter Pan o la balena bianca, s’immaginava in mezzo al mare, a trovare i pesci, mica ad aspettare che arrivino, quello mai. I pesci boni bisogna andasseli a cercare, diceva.

– Ma riusciresti davvero a fare il pescatore?
– A me basta vedé il mare.
– E se il mare si incazza?
– Me incazzo di più io.

Un giorno in Direzione chiedono se voglio fare una trasferta a Cervia, allora chiamo Giando e gli chiedo se il mare di Cervia lo farebbe sentire libero. Lui mi risponde che il mare a Cervia è verde però va bene lo stesso e un mese dopo viene a seguire il cantiere con me.


Durante il viaggio non diciamo niente, alla radio il rock dei Black Sabbath e Giando che per quattro ore fa sì con la testa. La E45 è un serpente dalle squame lisce, un biacco o un colubro, una di quelle specie che conosce Elena. Finiva sempre a parlare di serpenti Elena, diceva che sono animali sensibili e schivi. Dovresti vantarti di somigliare a un serpente, diceva.
Arrivati, ci sistemano in un hotel uguale a com’era negli anni settanta, con la boiserie di legno e le poltrone damascate. Sul balcone un metro per uno penso al mare verde e a quella cosa sui serpenti sensibili e tutto inizia a farmi un po’ malinconia, mi suona in testa la risata di Elena, vorrei chiederle se c’è un rettile che somiglia al tempo che non vuole passare.
Giando invece sembra un capitano salpato per i Caraibi, fuma una sigaretta dopo l’altra e lavandosi le ascelle dice che il vecchiume lo fa sentire autorizzato a uscire un po’ rozzo.
– Embè? Che me devo fa’ i problemi co’ questi che’n cambiano ’na coperta da quanno sonava Romagna mia?


Lo guardo fare i gargarismi e non so come mi sembra di aver messo un piede fuori dalle sabbie mobili. Come invitati a una festa, ci prepariamo contenti, con la musica alta e la camicia troppo aperta, che il mal di testa lo chiuderemo sotto il caschetto. È un martedì sera di inizio giugno, non è che si debba sgomitare tra la gente, però la nostra mi sembra una contentezza meritata, un riscatto al sapor di piadina e zanzare.


– C’ho voja de ballà, risponde Giando a qualunque proposta.
– Andiamo verso il lungomare?
– C’ho voja de ballà.
– Non vedo tante ragazze in giro.
– C’ho voja de ballà.
– Ti va una birra?
– C’ho voja de ballà.


Dopo qualche su e giù, ci viene incontro un gruppetto di ragazze ridendo come matte, si muovono in branco uscite da una gelateria, sembrano quel gioco degli anni settanta con le palline che sbattono una contro l’altra in un moto per il quale un po’ sbrodolano e un po’ ridono. Cosa le rendesse tanto allegre davvero non lo so, ma siccome più si avvicinano e più sono sguaiate, Giando ha iniziato a pensare che ce l’avessero con noi, che so, che trovassero ridicole le camicie sbottonate o l’abbronzatura da cantiere.


– Che ‘ce stanno a pijà ar culo?
– Ma no…
– Mo’ se me danno der burino je lo spiaccico a terra er gelato.
– Ma no, rideranno tra loro. Faccio, temendo un uomo grande, grosso e peloso che sfoga le sue ire lanciando gelati.
Mentre valuto il da farsi, la capobranco, una tipa bassetta con i capelli lunghi e fini dietro le orecchie squittisce:
– Scusate? Abbiamo fatto una scommessa, posso chiedervi una cosa?
Non so se il solo fatto che ci si rivolgessero placasse gli istinti bellici di Giando, ma di sicuro la maglietta striminzita con il logo dei Whitesnake l’ha rabbonito.
– Dicce.
– Le mie amiche giurano di avervi già visti. Non è che suonate in un gruppo o roba simile? Dice piluccando il cono bianco e rosa.
– Sonamo i cantieri. Risponde accendendo una sigaretta.
E siccome lei restava lì senza squittire nient’altro e Giando restava lì ad aspirare fissandole la maglietta aggiungo:

– Mi sa che hai perso la scommessa, nessuna band o roba simile.
– Peccato, hai la faccia da bassista. Fa vagamente delusa disegnando un cerchio con l’indice all’altezza del mio viso.
– E com’è la faccia da bassista?
– Un po’ schiva.
– Addirittura.
– Ma sì, gli sbruffoni sono i cantanti o quelli con la chitarra.
– suona er basso sta ‘n passo indietro perché va sui riff scuri… ‘n so se è chiaro. Interviene Giando sciccandole praticamente sul gelato.
Le avrei risposto che allora i bassisti sono come i serpenti ma credo non l’avrebbe capita. Ad ogni modo si sono messi a parlare di musica e a ballare non ci siamo andati. La notte Giando ha russato da morire, chissà se in quel momento si sentiva più Uncino o il capitano Achab, di sicuro sembrava aver trovato qualcosa, un’ombra o il luccichio di una fata, o forse solo una sponda su cui riposare.


Mentre maledicevo lui e il mare verde di Cervia ho chiamato Elena che in quel periodo faceva la commessa in un negozio di dischi. Lo sapevo perché c’ero passato per caso e l’avevo vista cantare mentre sistemava i vinili su uno scaffale troppo alto. Lei sì, mi era sembrata libera, in punta di piedi nei suoi sandali di corda. Non ci sentivamo da quasi un anno e sapevo solo che lavorava nel negozio di dischi e si era tagliata i capelli. Sembrava un ragazzo ma aveva quel suo sorriso tutto denti che la rendeva bella. Dal balcone un metro per uno vedevo il mare in lontananza, una macchia nera, poi cielo, nuvole, stelle. Cos’altro c’era? Nient’altro c’era.
L’ho chiamata verso le due e pensavo non rispondesse, che stesse dormendo o non mi volesse sentire, ma dopo un po’ invece di dire “Pronto” ha detto “Che fai?” E sono finito a dirle che non facevo niente anche se volevo fare tutto.
– Sono al mare.
– E com’è?
– Voglio andare via. Però sono contento che hai risposto.
– Il piano di mollare ogni cosa mi sembra adatto solo agli imbecilli o ai vecchi insensibili.
– Sono stanco dei riff scuri.
– Che?
– È verde, il mare.

Autrici e autori

  • Costanza Tassoni nasce a Bologna nel '94 ma vive a Ferrara fino all'università, quando esce dalle nebbie per tornare da fuori sede sotto le Due Torri. Una storia romantica che si è svolta mangiando pasta al tonno in una catapecchia da cui però guardava il cielo. Laureata in Economia e in Scienze Politiche oggi cerca di osservare il mondo da diversi punti di vista, per lo più raccontando storie. Disordinata cronica, è convinta di cavarsela in ogni situazione e, se proprio non trova le risposte, saranno sotto una pila di vestiti.

    I suoi racconti sono stati pubblicati su diverse riviste come: micorrize, WeltLit, Nido di gazza e Kairós.

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