Il brano che pubblichiamo è un estratto del romanzo Deiezioni Auliche (Luigi Di Felice, Edizioni Sgualcite, 2024, 224 pagine, 12€).
Il testo fa parte di un progetto condiviso tra l’editore Edizioni Sgualcite, collettivo diffuso con sede a Berlino, e Zamisdat + Produzioni Y, gruppo teatrale che ha portato in scena la pièce “Eresia & Cosmesi” tratta dal romanzo in questione. Lo spettacolo ha vinto numerosi premi tra cui: Sortie de résidence Q. D. Grock 2023; Menzione Speciale Fringe OFF ’24; Finalista Shakespeare nel Parco 2025; Migliori Days – Official Selection 2025.
Lo spettacolo sarà in scena il 23/09/2026 presso la Corte dei Miracoli, via Mortara 8, Milano.
Notte fonda. Notte insonne vegliata al lume della tv accesa su Rai News 24. Manrico si tuffò tra i libri alla ricerca del volume menzionato da Lady_Anna. Milo era andato via qualche ora prima dopo averlo invitato alla festa di un noto brand LGBTQ++++ che poi si sarebbe rivelata un gigantesco sex party hipster con intervento delle forze dell’ordine. Lui per fortuna aveva declinato l’offerta perché impegnato a recuperare l’unico approccio possibile con Lady_Anna. «Non lo trovo. Lo avevo comprato quello schifo di volume con quel packaging inconfondibile!», pensa va forte mentre era intento a rocciare la montagna di carta che era ancora lì, al centro del suo tinello. «La roba ce l’hai sempre tra i piedi solo quando non ti serve e adesso invece che mi serve… ma dove l’avrò messo? Che palle! Tutta questa roba, tutto questo accumulo e queste citazioni di merda. Ci vuole un anno zero. Su un altro pianeta ce ne dobbiamo andare! E ricominciare tutto da capo, ché altrimenti qua finiamo finiamo finiamo… con le mosche anche d’inverno. E le zanzare! Sono le acquette della putrefazione in cui siamo immersi, siamo in putrefazione». Terminato il training autodenigratorio, Manrico (o Bugliolo) andò verso la finestra. Era ormai mattina pre-aurorale. La città esordiva alla vita con una specie di lenta grazia. Un’innocenza che perderà da lì a 42 pochissimi istanti. Il Uolchina, forse per il caldo già stagnante o forse per l’esercizio facciale troppo intenso, iniziava ad avere gli occhi lucidi di uno spettatore al culmine del proprio film preferito. «Marte, Titano, Ganimede, Europa. Sarà un paese come un altro. Come il Nevada o il New Mexico o il Wyoming. Una frontiera. Perché l’umanità ha bisogno di frontiere, è per questo motivo che ci siamo rotti i coglioni e accumuliamo spazzatura travestita da cultura. Poi ci sentiamo in colpa quando ci liberiamo di un po’ di tutta questa spazzatura buttando via qualche volume dell’enciclopedia “Rizzoli/Larousse”. E per farlo, di notte, andiamo di soppiatto con i bustoni vicino al bidone della carta più remoto di Milano Sud – per non farci vedere, no? – vicino alla Chiesa Rossa. Ma proprio in quel mo mento il giovane revisore dei conti che fa jogging, dall’alto dei suoi studi bocconiani post ITIS ci minaccia sostenendo che… Aah! Pazzo! Stai buttando la cultura! Sei proprio un nazista che brucia i libri! E se poi non dovessero funzionare più i dispositivi elettronici? E non puoi più usare il Kindle o accedere a Wikipedia? Come farai a fare una ricerca senza il cartaceo? «Ma forse ha ragione. La verità è che dovevano dar si una regolata con tutta questa stampa sin dall’inizio. Adesso ce n’è troppa. Come siamo troppi noi sulla faccia della Terra. Ahahah! Oh, Signore!». Riprese fiato. Manrico fissava la montagna al centro del suo tinello alla stessa maniera in cui Richard Dreyfuss fissava la sua Devil’s Tower nel salotto di casa in Close Encounters of the Third Kind. Poi recuperò un’altra volta lo smartphone e, con mano tremante, cercò di capire come fare a comunicare con quella acida e leggiadra polemista autoproclamatasi “Lady_Anna” con cui aveva appena matchato. «Questa ha una faccia conosciuta però», si disse provandosi in uno sforzo di memoria, prima di tornare allo schermo bianco della chat che gli consigliava di “dire qualcosa di interessante” o giù di lì. Ma lo sforzo lo portò solo ad attivarsi neurologicamente: «Oltre questo velo di Maya so che pensi le stesse cose che penso io», si disse e le disse. «So che anche tu hai scritto quel testo che ha fatto incazzare tante persone su cose retoriche, insopportabili e anche un po’ sconce – parliamoci chiaro – anche un po’ onanistiche», guardò un plico dalla copertina riflettente che gli avevano regalato un po’ di tempo addietro e che prendeva polvere di fianco alla cornice del televisore, su un tavolino. Sospirò e riprese a farsi i pipponi: «Però sarebbe anche arrivato il momento di parlarne (dovresti farlo tu, Lady_Anna) del tuo onanismo. Perché noi maschi lo facciamo fin troppo e ogni volta che lo facciamo sembriamo dei vecchi bavosi irricevibili. Parlatene voi, signore, ma non solo tramite le canzoni della Nannini o di Fiorella Mannoia (che sono fantastiche, eh, io sono un grandissimo fan), fatelo voi in prima persona, facendoci capire davvero se si parla di unicità del gesto o di solitudine o se ha a che fare con quello che dicono quei quattro sicofanti là fuori, gli stessi che sostengono che i social salveranno il mondo. Che poi Tinder è social? Me lo sono chiesto spesso, in queste notti insonni vegliate al lume del rancore», le ultime parole le disse cantando il motivo da cui erano tratte. Poi proseguì con la sua deiezione aulica: «E attenzione, signorina, perché il personaggio che diceva male al giudice nano era una donna. No, no… è giusto, per carità. Avete sofferto tanto e adesso vi volete rifare. È giusto! È giusto, Lady_Anna perfetta. Potrei continuare così all’infinito, però non so che ore sono. Oh! È tardi. Vieni, plico». Soffiò sulla copertina riflettente e fece una nuvola della polvere che vi si era depositata. «Questi sono preziosi appunti, devi conservarli. Una correzione domani o stasera prima di andare a letto. Buonanotte, Lady_Anna. E buonanotte a me, Manrico. E buonanotte a te, specchio, specchio delle mie brame». Muoveva la copertina riflettente facendola brillare alla luce della videografica di Rai News. Sul soffitto riflessi fatui danzavano al suono del traffico nascente, prime tracce di una società al collasso.
Laura osservò per qualche istante lo schermo del telefono lasciando che con la sua luce questo la illuminasse. Ditate e secrezioni sebacee anche lì: «Che tecnologia zozza! Potevano inventarsi qualcosa di meglio», pensò. Scorreva il fast food umano di Tinder sempre più rapidamente. Era seccata: «Banale, sfigato, questo lo hanno montato come i Lego, vota Meloni, no comment», poi si fermò. «E questo? Manrico. Che nome è? Ha qualcosa nel lo sguardo, però. Una specie di “afflato oscuro di gioia velata da ignoti turbamenti”, ah ah ah! Ma io questo qui l’ho già visto da qualche parte. Che dice la descrizione? “La differenza tra l’Artista e il Filosofo è di etica professionale, l’Artista è tenuto a produrre più di quanto fruisca, il Filosofo a fruire più di quanto produca”». Si trattava di una citazione di Nunzio Chino tratta da un classico intitolato “Eresia e Cosmesi”. Edizioni del Menone, 1920 (o ’21). Era lì, da qualche parte. «Non ho capito cosa voglia dire», pensò Laura, «ma mi sembra sensato. Sarà perché oggi di Filosofi non ce ne sono più e ci sono rimasti solo gli Youtuber». Laura si lanciò alla ricerca del succitato volume. Sapeva di averlo comprato al Libraccio di via Romolo «con quella copertina in vecchio stile Munari». E allora scartabellava furiosa tra gli accumuli patologici. E mentre scartabellava mugugnava monologhi epocali che sancivano di volta in volta l’inizio o la fine di un’Era Umana. «È pure vero infatti che uno dei problemi di noi abitanti di questa porzione compresa tra due secoli, questa porzione perennemente pre- e post-bellica, era quella di essere appagati perché vivevamo in uno status di media istruzione generica che ci offriva una conoscenza sommaria di Culture e Contro culture, ci erudiva sull’esistenza e legittimità delle controversie, ma non ci forniva alcuna abilità per affrontarle o porvi rimedio. Noi ogni status sociale lo percepivamo come un completo d’abbigliamento. Questo modello prevedeva, in maniere più o meno complesse (e in base ai gusti del momento), l’abbinamento di più accessori. In linea di massima, i ruoli sociali che avremmo potuto sceglierci erano come tanti outfit e, col passare del tempo e l’ampliamento delle mode, essi si sarebbero trasformati in strutture sempre più complesse e per la generazione successiva avrebbero rappresentato un corpo critico a quel già confuso, sovrabbondante e ridondante sapere sommario di cui sopra». Un fungo atomico di polvere si era ormai materializzato nell’asfittico tinello della Dienda. Lei starnutì sonoramente, etcì: «Ancora una volta c’era bisogno di fare le pulizie». Si fermò e lentamente guardò lo scenario. Vide il caos di oggetti in cui era avvolta. «Fare la cernita di ciò che vale la pena tenere e ciò che vale la pena buttare. Ma ciò si può verificare solo sotto il controllo di menti illuminate che comunque devono ancora nascere». Laura Dienda aveva realizzato di essersi praticamente sepolta in casa trovando la sua collocazione sul divano Ikea che aveva tempo addietro posto strategicamente tra dispositivo multimediale, pila di libri e angolo cottura. Ma in realtà non c’era stata al cuna strategia, semplicemente era avvenuto uno slittamento entropico verso quella condizione casalinga che non era tanto più inerziale della serie indistinta di azioni che ce l’avevano condotta. E ora era lì, immobile, a non comprendere il senso delle sue parole, a non comprendere il motivo di tanta disfatta e a non comprendere, soprattutto, come poteva essere stato tanto scellerata da non accorgersi per tempo che la sua strada avrebbe dovuto essere quella dell’Arte. Purtroppo a suo tempo (cioè all’Università), Laura Dienda era stata troppo intenta a occuparsi della sua complessa sessualità nutrendosi di uomini bestiali. E mentre si abbandonava alle eiaculazioni di memoria si rassegnava al fatto di non essere riuscita a trovare la sua copia di “Eresia e Cosmesi”, così girò di nuovo lo sguardo sul suo smartphone. La foto imprecisa di “Manrico” troneggiava sulla citazione a buon mercato di Nunzio Chino. «Grazie della dritta, Manrico. Toh. Un bel “match” te lo meriti», disse Laura mentre premiava il giovane Bugliolo con un superlike ben calibrato. E fu così che la serata di Manrico (come abbiamo visto) divenne una nottata di ricerca. E fu così che Arieli si ritrovò da solo al party scollacciato e – sempre da solo – a scappare in tanga dalla polizia municipale che, lampeggianti a manetta, lo inseguiva nella notte cinematografica di Corso Buenos Aires.
Schede biografiche
Luigi Di Felice nasce a Milano nel 1984 e cresce a Termoli. Si è formato presso La Sapienza di Roma (Storia e Filosofia), Scuola Civica Luchino Visconti, Quelli di Grock. In ambito artistico è autore, attore, regista, critico, direttore artistico per Zamisdat, Milano Indie Movie Awards, Exibart, Giornale Dell’Arte, Produzioni Y Teatro. In ambito radiotelevisivo è regista, videomaker per Class CNBC e Le Fonti TV. Tra i progetti artistici, letterari e teatrali a cui ha preso parte riportiamo: “Eresia & Cosmesi”, regia di Luigi Di Felice; “I Giganti della Montagna”, regia di Fernanda Calati (Teatro Litta, Milano); “Confusioni”, regia di Maurizio Salvalalio (Teatro Out/Off, Milano); “Gli Appesi”, regia di Elisabetta Pogliani (Progetto Intermediale Online, Milano).
Chiara Scarpone nasce a Termoli nel 1984. Illustratrice, musicista, cantante: la sua ricerca si incentra su tematiche che attingono dal ricco panorama del folklore del Centro-Sud Italia e, successivamente, delle Americhe. Nel tempo, il suo percorso prettamente figurativo si è contaminato con un altro aspetto molto importante della cultura popolare: la musica. Ieri potevate trovarla a Bologna, a Berlino o nella sua terra, il Molise; oggi vive e lavora principalmente in Francia – a Toulouse – sempre impegnata in collaborazioni intermediali tra teatro, musica, figurazione e illustrazione.
Andrea Trotta nasce a Termoli nel 1983. Da sempre ha soprattutto costruito cose. È stato un pittore e un poeta che si chiamava Delamarne, ora è solo un anonimo falegname e uno scrittore da due spicci ma fondatore di EDIZIONI SGUALCITE. Ha vissuto per anni a Marseille, ma dal 2017 vive stabile a Berlino dove collabora con realtà artistiche locali. La sua bicicletta si chiama Ungaretti.
Lorenzo Bombelli nasce a Melzo nel 1986. Dopo aver studiato Scienze Umanistiche presso la Statale e teatro presso MTM Grock e SLAP, decide di fare l’attore per Zamisdat, Progetto OFF Palco, MTM Grock. Tra le opere a cui ha preso parte, riportiamo “Eresia & Cosmesi”; “Il Misantropo”, regia di Elisabetta Pogliani (Teatro Menotti, Milano); “I Giganti della Montagna”, regia di Fernanda Calati (Teatro Litta, Milano).
Francesca De Lorenzo nasce a Erba nel 1976. Si forma artisticamente con MTM Grock, Scimmie Nude, P. Colavero (presso la scuola Paolo Grassi). Come attrice lavora per Produzioni Y Teatro, Zamisdat, MTM Grock. Tra le opere a cui ha preso parte, riportiamo “C”, regia di Giovanni Palazzo (Mare Culturale Urbano, Milano); “Eresia & Cosmesi” regia di Luigi Di Felice; “Il giardino dei ciliegi”, regia di Pietro De Pascalis (Teatro Leonardo, Milano); “Arkadina”, regia di Sabrina Saporiti (IULM, Milano); “Night Flight Club”, regia di Alberto Dileo (IULM, Milano).






