Recensire giocando il libro Laika, forse di Massimo Filippi
Quando la radio diffuse il battito del cuore di Lajka cominciò [Emerenc] a imprecare, urlò che quello era maltrattamento di animali, poi si consolò sostenendo che avevamo ascoltato solo il tic-tac d’un orologio, un cane era troppo intelligente per lasciarsi rinchiudere in quella specie di sfera e andare a spasso nel cielo, ma chi ci credeva a quella roba lì.
– Magda Szabó, La porta.
La coda del testo vibra, gioisce, (si) muove;
la coda del testo randagia corre mangia beve sogna ripensa segue le tracce, insomma uno scodinzolio che è ripetizione differente di altri mangiare bere correre sognare pensare lasciare le tracce e cancellarle. Un movimento inquieto che re-inizia nuovamente nell’inseguire tracce, ancora tracce su tracce su altre tracce, nell’esultanza dell’essere-qui.
Ed è infatti anche scodinzolio di gioia, di una gioia potente che coglie di lato di fianco di sotto, forza stordente capace di inondare l’infanzia, di muoversi con l’avanzare meraviglioso e indaffarato del mondo.
Per recensire LAIKA, forse di Massimo Filippi provo ad imparare nuovamente a leggere e poi a parlare, a pensare e poi a scrivere. Mi muovo, cambio posizione, e una volta terminata la lettura, per proseguire nel sentire questa gioia che inonda cerco tra gli albi illustrati della biblioteca: per esplorare questi luoghi d’incanto / son diventata elastica e flessibile / e ho subito strane mutazioni.
Così la lingua, così il pensiero, così il gioco – così il sentire, che è corrente carsica di tutto il testo: sentire e nuovamente sentire, sentire sentirsi sentitɘ: Filippi lavora nel testo, erratico compie movimenti irregolari, e con il suo movimento ricorda di continuo: un filosofo non inventa solamente nozioni, ma forse, e soprattutto, modi di percepire e di giocare.
Perciò la necessità di imparare da capo (leggere scrivere parlare pensare), ma forse questa volta con un’attenzione diversa, che tralasci almeno per un momento l’aspetto normativo del sentire, la dimensione morale dell’apprendere – un percorso che non delinei un nuovo ordine dei sensi, ma discuta le condizioni stesse di sensibilità.
Quindi mi sposto ancora, non imparare da capo ma sentire da capo, allontanandosi dalle grandi lettere della scienza e del pensiero, dalla lingua ufficiale che racconta e agisce, che con la propria sintassi irregimenta le vite, i corpi, ed organizza piani di necropolitica. Una lingua violenta, capace di essere chiara nel distinguere chi può vivere e chi deve morire, una lingua lucida nel ridefinire la vita, non come potenza dell’essere-qui ma come dispiegamento e manifestazione del potere della morte: del trasformare cioè in complementi oggetti, nel descrivere e circuire il potere del corpo al solo poter-morire, nell’essere solo oggetto corpo-cadavere-ancora-in-vita.
In fuga da questi mondi di morte. In fuga dalla lingua omogenea e pura, integra nel suo sistema, nella sua intelligibilità e nella sua leggibilità senza scarti; nel dominio della nominazione, nell’istituzione della cultura come potere del nominare e legittimazione del nominante, nel gesto di Adamo, la lingua del colono.
In fuga, attraverso una lingua a venire: lo scodinzolio della coda del testo vibra di questa fuga, si fa traccia tra le tracce, ancora si muove e chiede di muoversi con esso, di seguire un’altra lingua, una lingua minore, disorientante straniante perturbante. Una lingua che non sappia parlare le topografie e le tassonomie, una lingua che non sappia dire i territori e i loro invalicabili spazi, i legami inscindibili tra il vero e l’esclusivo, bensì una lingua che racconti i movimenti e i loro percorsi, che sappia evocare quei pertugi in cui infilarsi e poi sbucare altrove, che inscriva nei corpi le memorie delle tracce e si faccia spazio tra le strette crepe dei palazzi – una lingua che somigli all’etologia.
Di questa lingua, più di una lingua in ogni lingua; di questa dislocazione molteplice di voci, di toni, di rinvii; di questa lingua tattile, carezzevole, Filippi si fa espressione, la sperimenta e la parla, ne fa esperienza, ne ascolta i nuovi modi di percepire. Provare sentire spostarsi, e poi provare sentire spostarsi – questa volta non tra le strette gabbie e le infinite sbarre del carcere del Casteller, dove sono rinchiusi molteplici poiché movimento è una parola invisa a questi lugubri tempi dell’infelicità, della miseria, della sicurezza.
LAIKA è in giro e lì parla, mi piace fare festa perdermi seguire le tracce fino a divenire traccia io stessa mi piace giocare star bene andare in giro, LAIKA non ha nome bensì olfatto odori intuito intelligenza e movenze, si perde “nel vento che pure corre soffiando e che soffia di corsa”.
Non desidero riportare alla corda i corpi presenti nel testo, stringere la cinghia per imporre il passo dell’ordine; non ci sono veli da sollevare per scoprire, spiegare. Le tracce presenti sono da inseguire, correndo. Annuso nel testo, talvolta riconosco e talvolta mi perdo, raccolgo frasi come fossero legni, le sposto e LAIKA dice che anche questo è gironzolare, senza citare senza appuntare senza riferire la proprietà del nome.
Non importa chi ha detto questo o quello, da dove arriva un modo o l’altro – non in questo momento; c’è tempo durante la corsa, se si ritiene, per fare nomi, per scavare ed escoriare i paragrafi, addirittura stanare ogni fonte. Piuttosto, ora inseguire quell’interminabile scodinzolio, accostarcisi per proseguire il gioco: giocare e provare, almeno, disperatamente tentare di continuare a rispondere all’inesauribile desiderio di gioco, di rispondere all’ululato giunto a noi (forse) muto, al desiderio di muoversi ancora.
ma voglio lo esigo incrociare ancora i tuoi occhi il tuo sesso la tua bocca il tuo piccolo volto e i tuoi delicati occhi tristi mansueti infuocati esseri elastici e splendidi smaglianti e festosi contro l’incedere spietato che vince di nuovo e ancora trionfa sull’esilissimo sublime essere-qui che respira lascia e cancella le tracce.

Un muoversi ancora che procede a zig-zag: a più riprese Filippi evoca i sentieri dello zig-zag, le cui iniziali sono l’ultima lettera oltre la quale non ve ne sono altre nell’alfabeto maggiore, mentre è proprio a zig-zag che si parla la lingua minore, come il volo della mosca che segue il movimento del fulmine, come la stessa forma della linea del naso, visto di profilo. Zig-zagando si tracciano i segni scuotendosi il corpo, ci si struscia il pelo la pelle sui corpi – così a zig-zag si traccia la silhouette di un naso, eseguendo quel movimento grafico che è simile ad una zeta, che è sì (ancora) la conclusione dei suoni, ma che se è segno del naso allora ci inonda di sensi e il suo suono sibilante dice: grazie al naso viviamo l’inizio di un mondo altro, un mondo di odori.
Zig-zagando è possibile fare ritorno all’inizio del testo, dove LAIKA a testa bassa si immerge nel profumo di una traccia e corre a zig-zag, quando gli odori si biforcano e corre per annusare un arbusto rigoglioso o rinsecchito ed anche un effluvio di urina ancora calda. Poiché LAIKA non ha nome ma ha olfatto, e questo è un qualcosa che finché si mantiene la posizione eretta non si può comprendere; fin tanto che si persevera nel sollevarsi nel distanziarsi, nell’infrangere la natura due volte, si può vivere solamente l’angoscia della posizione eretta, l’incapacità di sentire sentirsi sentiti – gli eretti non hanno tracce addosso.
Agli eretti “piace arrestare il movimento, gli eretti sono costantemente impegnati nel tentativo infruttuoso di mettere argini”: la prospettiva alta, emersa dal mondo delle tracce, rende lo spazio indistinto e perciò fratturabile.
Parlano e arrestano il moto, rendono i corpi oggetti precisi, ognuno con il suo piedistallo; un vocabolario composto da collezioni di tassidermie, in cui tutto è estremamente fermo e chiaro, non ci sono né lampi né odori; in cui tutto è già saputo, ciò che fu e ciò che sarà, e quindi uccise tutte le cose. Così quando LAIKA è ormai catturata, rapita e fermata nel divenire solo cosmocane ripete ancora una volta il proprio rifiuto, a nessun nome risponde
se proprio devo scegliere un nome per questo maligno battesimo o inattesa rinascita in altra realtà mi farei chiamare forse per ricordare nella mia stessa carne distrutta ciò che avrebbe potuto essere e non è stato ciò che è vissuto ed è stato annientato in anni o in pochi secondi.
In laboratorio la lingua di forse è intervallata dal racconto dello scienziato operatore, parole non più nell’inclinazione incalzante del corsivo, ma nella rigidità dello stampato dritto. Parole che si presentano in una sintassi ordinata, con un lessico puntuale e specialistico; ma parole allo stesso tempo che dubitano, il tempo di un paragrafo, fulmineo, parole che già si crepano ed inveiscono, contro l’orrore la cagna lo stato la borghesia e la missione.
E poi si ricompongono, nella gloria esaltante del successo, “nella fine della contemplazione del cielo e della metafisica e l’inizio di una nuova era di sorveglianza, di corpo concreto all’astratto concetto di umanità, reso un tutto sotto lo sguardo capace di esporre ogni anfratto, ogni piega, fin dentro la testa di chi pensa di opporsi”.
Filippi scrive assecondando uno spaglio sapiente, al punto che strabordano le tracce e si moltiplicano i sentieri. Scrive a venire, non (d)al futuro ma all’accadere, perché ci sia lo spazio per accadere; più lingue in ogni lingua e si insinuano i corpi tra le lettere, le spostano le annusano ci giocano. Ma questo non significa che il risultato sia un testo esoterico, di elementi nascosti da decriptare, in cui la stratificazione rende dense le parole e le occulta.
Lo zigzagare degli odori distrae devia incede, scarta all’improvviso dalla composizione precisa, ed anche lo stampato che vuole apparire dritto è contagiato e talvolta la grammatica sfugge, torna indietro e balza avanti – anche la lingua maggiore, sempre salda, talvolta mostra quel pertugio, forse un’ombra o uno spettro già passato, ma sentito. Muta anch’essa, non più unicamente resoconto o confessione: diviene lettera, rivolta direttamente a LAIKA e poi a forse, rovesciando ribaltando sovvertendo quella considerazione per cui qualcosa in ogni caso guadagniamo sempre nel sapere che una cosa si chiama in tal modo, seppur non sappiamo esattamente cosa.
Il lutto previsto sentito custodito sin dall’inizio della lettura, l’anticipazione costante della condanna, questa sì, già saputa (“la stessa inappellabile condanna, la stessa sentenza a vita, la pena del capitale, che ricevono, ancor prima di nascere, schiere sterminate di simili e diversi”) amplificano il tremolio, che diventa scuotimento, della terra che sorregge questo guadagno malcompreso, e lo rovescia rovinosamente nel frastuono del brulicare, “un canto che sale, trema, si spegne, risorge, nell’arabesco selvaggio delle foreste pluviali, in un’avventura cosmica che pure ci attraversa”. Ora ascoltando questo canto errabondo percorriamo un vulnerabile corpo celeste, da allora adombrato dalle nere ciglia bagnate di forse
Assistiamo al prodigio di ciò che cambia d’odore.
tu del pari mi hai inseguito, sei stata lì prima di me, presso di me e poi davanti alla mia corsa maldestra, mi hai circondato e hai donato il tuo punto di vista a una scrittura che senza non avrebbe mai potuto neppure cominciare a pensarsi.
anche rotolarsi nella merda è inebriante e fa perdere l’odore di te sei ancora tu ma al contempo non lo sei ti ritrovi dentro il pelo di un’altra in un improvviso momento d’incanto.



