La sfida letteraria di Jon Fosse e il potere dell’Accademia svedese
Ho un’amica che ha frequentato la scuola orafa a Milano e adesso si è messa in proprio a creare dei gioielli, inventandosi un piccolo brand che promuove sulla sua pagina Instagram. La scelta di fare tutto in proprio e di raggiungere la sua nicchia, agli occhi miei e di molti che comprano le sue opere non toglie valore al lavoro artigianale, casomai lo aggiunge, più che non fosse stata assunta da grandi marchi di bijouterie quali Swarowski o Tiffany, dove lo stile personale non ha spazio.
Perché in letteratura non vale altrettanto? Come mai se aspiro a diventare scrittore e, per pubblicare, prendo la via del self-publishing, rischio invece di delegittimarmi?

La risposta ha a che fare con il tipo di prodotto in questione.
Un gioiello si mostra immediatamente per com’è, dà mostre della propria bellezza. Certo, questo non significa che molti non comprino preziosi chiaramente pacchiani solo per questioni di lusso e relativo status, ma nemmeno impedisce ad altri di rivolgersi, appunto, a piccoli artigiani capaci di creare prodotti di qualità.
Il problema di un libro, invece, è che il contenuto non si vede. Per accedervi bisogna dedicare tempo alla lettura, ed essendocene poco a disposizione occorre mirare bene per evitare di sprecarne in letture inutili, e questo è esattamente il tipo di ambiti dove sguazza il principio di autorità. La maggior parte delle persone compra libri non certo a scatola chiusa, e difficilmente per pura curiosità o fidandosi del passaparola. I lettori mainstream acquistano principalmente libri di autori famosi, cioè i classici oppure i contemporanei ben fomentati dalla critica o da loro stessi (gli influencer). Qui, il match fra l’autore e l’editore diventa fondamentale e questo taglia le gambe alle pretese di autolegittimazione. L’editore si sbatte a far trapelare il contenuto di questa magic-box che è il prodotto libro (pur evitando spoiler) attraverso: quarte di copertina, prefazioni, frasi a effetto tratte dai trafiletti dei giornali, articoli di critica e, soprattutto, concorsi letterari quali lo Strega, il Goncourt etc.
La più valida delle portantine capaci di scortare certi autori verso il largo pubblico è di certo il premio Nobel per la letteratura, istituito dall’egregio Alfred Nobel a inizio Novecento. Un comitato di circa 18 membri parte da una rosa di circa 350 candidati, che nel corso dell’anno si riduce a 5 fra cui, in autunno, viene eletto il vincitore che riceve anche un’ingente somma di denaro, pari a 10 milioni di corone svedesi. Il criterio su cui ricade la scelta è molto aperto, sin dalle indicazioni iniziali del fondatore, il quale riteneva meritevoli coloro che in campo letterario pubblicassero opere a beneficio dell’umanità e fossero animati da intenti idealistici. Questo presunto “idealismo” è stato piegato, a seconda delle epoche, verso bandiere politiche di vari colori.

È ovvio quindi che, fra le categorie cui viene assegnato il Nobel, quelle afferenti alle materie scientifiche e di cui il pubblico medio ha ben poca nozione, vengono accettate più o meno serenamente. I Nobel per la pace e la letteratura, invece, suscitano spesso contestazioni perché riguardano ambiti più di dominio comune. Spesso infatti le scelte dell’Accademia svedese hanno sottolineato chiare inclinazioni, come il riconoscimento a Pasternak o la mancata assegnazione a Borges. Motivo per cui, in testa Sartre, molti ne hanno spesso denunciato la parzialità, soprattutto relativamente all’eurocentrismo dei candidati più premiati. Per fortuna, negli ultimi anni lo sguardo si sta allargando ad autori provenienti da paesi più lontani, per diffonderli presso il pubblico occidentale: parlo di Han Kang, Abdulrazak Gurnah, Mo Yan, Orhan Pamuk e altri. Sebbene ad oggi la maggioranza dei vincitori resti americana o europea, soprattutto francese, e contenga un’eccessiva compagine di autori scandinavi (ben 15, contando anche la Finlandia).
Questo è interessante, perché la Scandinavia occupa una posizione particolare agli occhi dei lettori occidentali. Da una parte è forse, insieme ai Paesi Bassi, il più centrale rappresentante di quella cultura europea che alimenta una gamma di valori socio-politici democratici in modo per ora piuttosto funzionante. Dall’altra, però, nei suoi prodotti culturali è ancora poco nota al grande pubblico. Fra i pochi autori famosi (Ibsen, Andersen, Strindberg, Blixen) nessuno ha vinto o fatto in tempo a vincere il Nobel. È quindi abbastanza recente la diffusione di scrittori scandinavi meno conosciuti. In Italia sta avvenendo soprattutto grazie alle collane della casa editrice Iperborea, facendo leva sull’esotismo della letteratura nordica.

In questo panorama si inserisce il recente Nobel assegnato nel 2023 allo scrittore norvegese Jon Fosse, che pubblica in Italia con La nave di Teseo.
Fosse nasce nel 1959 a Hugesund, da una famiglia pietista e quacchera. Da giovane coltiva la musica, suonando violino e chitarra, e vivendo a sua detta come un hippie. In seguito a un serio incidente nel quale rischiò la vita e si vide avvolto da un’immensa luce, lui stesso fa risalire la propria conversione letteraria e religiosa che lo richiamò alla scrittura con enorme dedizione.
Il terreno linguistico con cui si confrontò era molto fertile, vista la compresenza di vari dialetti norvegesi distribuiti in differenti registri linguistici. Il rksmål è un dialetto di provenienza danese. Il bokmål è la lingua colta e scritta (bok = “libro”). Il nynorsk è invece il gergo più popolaresco, formalizzato dal glottologo Ivar Aasen nell’Ottocento, il quale lo definì landsmål, cioè “campagnolo”. Jon Fosse è probabilmente il primo scrittore di riguardo ad aver innalzato tale idioma alle vette letterarie.
Questa premessa è forse utile averla già in mente per approcciarne la lettura e potersi riprendere dallo choc delle prime pagine, dove un coacervo indisciplinato di righe scritte si impone allo sguardo. Il lettore può aiutarsi pensando più a una parlata contadina che non a una lingua aulica, nonostante quello di Fosse non sia affatto un tentativo vernacolare alla Gadda o Cristo fra i muratori.
Il secondo dato biografico che può intervenire ad ammorbidire il primo impatto, riguarda l’impegno e il successo di Jon Fosse in ambito teatrale come autore di sceneggiature, vero erede in questo del connazionale Henrik Ibsen. L’inesausto monologo della voce narrante e la sospensione dei veloci dialoghi, che si stagliano in una cornice più scenografata che realistica, hanno a che fare esattamente con questo tono da dramma in prosa.
Ovviamente, le giustificazioni non bastano, né i retroscena dovrebbero seguire così da presso la nostra fruizione, nel tentativo di ammettere un autore nella costellazione di riferimento. Soprattutto perché, nel conciliarsi a chi legge, Fosse non fa sconti né va per il sottile. Toglie i punti, gli stacchi di paragrafo e la divisione in capitoli. Farcisce i dialoghi di verba dicendi come “lui disse”, “fece lei”. Si arma di uno stile in parte ingenuo e infantile, in parte tagliente e caustico alla Ágota Kristóf. Fa dirompere il flusso di coscienza oltre i confini di una sorta di giaculatoria. Siamo agli antipodi rispetto alla letteratura di intrattenimento.
La carta della fruibilità sembra non venire quindi mai spesa, e in effetti è così. È qui che interviene il principio di autorità. Nel 2003 Fosse riceve il premio francese Ordre National du Mérite. Il Daily Telegraph lo inserisce fra i 100 geni viventi. Il Re di Norvegia gli dà in prestito la residenza di Grotten nel cortile del Palazzo Reale, finché l’Accademia di Svezia lo insignisce dell’onore. Da quel giorno, nelle librerie di molti paesi, fra cui l’Italia, campeggiano le copertine dei suoi libri cinte con la fascetta gialla del Premio Nobel, per attirare il pubblico verso un nome finora sconosciuto. Certo, onorificenze tanto prestigiose bisogna meritarsele e di sicuro non sarò io a dire che Fosse non ne sia all’altezza. A me interessa il meccanismo che porta alla diffusione di certi contenuti, soprattutto quando sono poco catchy o ai limiti dell’ostico. Esistono motivi validi a incoraggiare la lettura di un romanzo, in mancanza di appetibilità puramente letteraria? Probabilmente sì, e il nome dell’autore può essere a volte un buon escamotage, soprattutto nel caso di uno come Fosse che ha dedicato il suo magnum opus, la Settologia, proprio al tema dei nomi.

Protagonista è un pittore, ex comunista, che dopo la morte della moglie diviene misantropo e alcolizzato. Si sente maldestro, inutile alla società, se non per il suo talento pittorico. Anche a lui però, come all’autore retrostante e in onore alla misantropia, interessa poco di vendere i propri quadri e farsi apprezzare dai più. È invece rapito da qualcosa che sta sulla tela e non si vede e che lui definisce come la verità del quadro. Questo non-so-che sta all’immagine come il silenzio al discorso. Il silenzio, per inciso, è il tema cardine cui ruota attorno la lectio che Jon Fosse ha tenuto in occasione del conferimento del Nobel. Questa focalizzazione sul punctum dell’immagine (per dirla con Barthes), diventa un’ossessione alla Cézanne per la montagna e spinge verso un aldilà dell’icona alla Florenskij. Il protagonista la chiama “luce” e rimanda ovviamente allo stesso scenario mistico cui alludono molti altri brevi romanzi di Fosse, come Mattino e sera e Un bagliore.
Una sola è la luce, come immagine interiore, da cui emanano i molteplici quadri dipinti dal protagonista, in forma sempre difettiva rispetto al modello platonico immaginario. Il pittore si arresta così nella posizione del voyeur, nel corso della sua noiosa quotidianità in cui si diluisce il romanzo, portandolo a contemplare spesso giovani amanti, passanti e sconosciuti, riportando quanto vede a ricordi del passato in cui l’altro che viene sbirciato da fuori assomiglia e si sovrappone all’io ricordato. Scaturisce così il tema dell’alter-ego, marcato dall’assonanza dei nomi dei vari personaggi: Asle è il nostro protagonista; Åsleik il suo vicino di casa, un contadino-pescatore; poi ci sono le figlie Ales e Alida, morte alcuni anni prima ed evocate con dolore; infine c’è un altro Asle, pittore anch’egli, solitario e consumato come lui dall’alcol. Il caso di omonimia porta all’interrogativo del tutto filosofico sull’istanza del nome. La riduzione di una serie di personaggi e di luoghi a puri flatus vocis (Figlio, Figlia, Sorella, Infermiera, Violinista, Mercato, Vicolo), tutti privati di articoli determinativi e impettiti dalle maiuscole, sembra riportare a una sorta di dibattito sugli universali in cui implicitamente ci si chiede che valore abbiano ancora le parole.
Questo plotone di vocaboli arruolato da Fosse viene quindi messo in marcia dentro una prosa inarginabile, senza soluzione di continuità, in cui la coazione linguistica a ripetere rimastica così tanto i termini da toglierne sapore. Sono tanti i momenti in cui il protagonista si sofferma su un lemma che assume nuove nuances a furia di ripeterlo, un po’ come il nome della barca “Eline” nel romanzo breve Vaim. C’è addirittura un momento dove si dice che la presenza stessa della parola “Dio” dovrebbe comprovarne l’esistenza, come a cucire sulla prosa reiterata una funzione omiletica.
Insomma, l’azione magica del nominare può suscitare effetti bianchi, come la lettera A con cui si firma il protagonista suggellando le proprie opere (quasi l’Aleph borgesiano), e controeffetti neri, come la confusione fra i nomi e le parole che ricalca il tabù dell’incesto che forse ha avuto luogo nella famiglia del pittore. Eppure, dice Asle, è proprio nel buio che Dio può mostrarsi meglio, in veste satura, per distacco rispetto al contorno di luce, esattamente come nei suoi quadri. Viene quasi da pensare che l’assenza di punteggiatura svolga nelle pagine di Fosse una funzione analoga alla mancanza di vocali in alcuni testi sacri (Torah, Corano), che vanno vocalizzati attraverso la lettura affinché il fedele completi la verità rivelata attraverso la propria esperienza individuale.

Ed è qui, forse, il vero appiglio cui aggrapparsi nello stream of consciousness fossiano, che rispetto al dipinto immaginario di Lily Briscoe di Al Faro diventa ora la schizofrenia di un pittore frustrato. Il movente è appunto fare esperienza attraverso la lettura. Sottostare al patto imposto al lettore nell’arco delle centinaia di pagine della Settologia – patto iniquo, in cui purtroppo l’autore ha il coltello dalla parte del manico – anziché rifiutarlo chiudendo il libro, può al contrario offrire un’esperienza dilatata in termini di vissuto temporale e rimuginio mentale, secondo modalità che difficilmente si colgono in normali occasioni del quotidiano.
Sarà tutto ciò sufficiente a suggerire la lettura di Fosse? Forse no. Esistono già autori capaci di fare questo, accompagnando i propri lettori con maggiore riguardo, uno su tutti certamente Proust. Ma che nel 2026, nel bel mezzo di un’epoca dal godimento immediato, uno scrittore così pachidermico e antiquato sia riuscito a raggiungere un tale livello di visibilità resta, almeno per me, fonte di interesse. Il mio consiglio si limita quindi a questo: anziché partire da opere minori e più snelle, nel timore di prendere di petto il mattone, farei piuttosto il contrario, perché Fosse è un corridore da lunga distanza e l’effetto ipnotico della sua prosa impiega molte pagine ad avvolgere. Se poi abbiamo paura di annoiarci e perdere tempo, quantomeno Fosse ha il merito di riportarci al significato recondito di questi timori, in un periodo storico che tende invece a ostracizzarli a priori.



