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Le sel d’or

Il linguaggio aurico della stampa fotografica

Il crogiolo – fuoco che rivitalizza e nutre – ha manici gialli, anelli d’oro.

Il principio alchemico solve et coagula può efficacemente descrivere la formazione dell’immagine fotografica: il soggetto, concreto, viene dissolto in una miriade di sali d’argento (o di pixel) riconvertiti poi in un’immagine unitaria che riprende corpo nella carta stampata.

Nel sistema fotochimico, dall’immagine finale deve essere sempre allontanato ciò che l’ha generata: la luce e i prodotti chimici cui deve la sua nascita, se non allontanati, diventerebbero la causa della sua degenerazione. Diventa perciò fondamentale l’ultimo passaggio, quello del lavaggio, per eliminare ogni traccia di prodotto chimico utilizzato nei bagni precedenti (sviluppo e arresto) la cui azione potrebbe arrecare problemi di conservazione.

Un lavaggio insufficiente può innescare alterazioni chimiche come la solforazione, con conseguente rapido sbiadimento dell’immagine, maggiormente evidente nei bordi colpiti da aria e umidità, e la tendenza verso toni gialli o verdognoli. Non bisogna avere fretta né essere avari come Zio Paperone, che riutilizzava numerose volte la bustina del tè. Ovvero, attenzione al bagno di fissaggio esaurito perché genera macchie nelle aree prive di immagine pur conservando maggior dettaglio nelle alte luci.

L’altra principale alterazione chimica è l’ossidoriduzione dovuta al contatto con l’aria e con materiali dannosi (come i contenitori per la conservazione troppo acidi) sono la frequente presenza di specchio d’argento nelle parti scure con il riconoscibile effetto riflettente, sbiadimento generalizzato, perdita di dettagli nelle alte luci, ingiallimento delle aree più chiare e, nei casi più gravi, una variazione tonale generalizzata verso il bruno giallastro.

Il dagherrotipo era tanto affascinante quanto fisicamente e chimicamente molto delicato ed era sufficiente toccare la piccola lastra di rame argentato per danneggiare irrimediabilmente l’immagine. I dagherrotipi venivano perciò montati in piccoli, raffinati e sigillati astucci in velluto per essere protetti dall’umidità e dall’aria.

Da metallo prezioso, l’oro si è presto rivelato molto utile per proteggere l’immagine rendendo più durevole la stampa fotografica che, lo ricordo, non è un semplice oggetto ma un organismo vivente in continuo mutamento. Il fissaggio, infatti, non blocca mai completamente il processo chimico. Inoltre, ci possono essere parametri quali temperatura e umidità (o la deleteria combinazione delle due) che riattivano le reazioni chimiche bloccate dal fissaggio. La stabilità dell’immagine viene raggiunta grazie alle scoperte di Herschel e Fizeau.

L’astronomo sir John Frederick William Herschel (1792 – 1871) nel 1819 scopre il tiosolfato di sodio (Na₂S₂O₃ o iposolfito, per gli amici) notandone le proprietà solubilizzanti sugli alogenuri d’argento. Una ventina di anni dopo, suggerisce al connazionale Henry Fox Talbot l’uso di questa sostanza per fissare le immagini fotografiche. Mentre i sali usati fino a quel momento, il cloruro di sodio e lo ioduro di potassio, stabilizzavano l’immagine solo momentaneamente rendendo gli alogenuri d’argento poco sensibili alla luce, l’iposolfito era in grado di sciogliere i sali d’argento residui presenti sulla lastra dopo il trattamento con i vapori di mercurio, rendendo permanente l’immagine. Prima di lui, Daguerre aveva usato il sale da cucina che stabilizzava lo ioduro d’argento ma non poteva scioglierlo.

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Zlata ulicka. Il vicolo d’oro a Praga – Archivio del Castello di Praga Prazsky hrad



Poco dopo, nel 1840, il fisico francese Hippolyte Louis Fizeau (1819 – 1896) inventa il viraggio all’oro, il cosiddetto sel d’or (cloruro d’oro + iposolfito di sodio) per aumentare la brillantezza e la profondità dell’immagine. L’oro si legava sia con l’argento, rendendolo più scuro, sia con il mercurio, rendendolo più chiaro. Inoltre, il viraggio aumentava la resistenza dell’immagine prolungandone la conservazione nel tempo.

In generale, per viraggio si intende un trattamento che alteri la struttura chimico-fisica di un fototipo con scopi estetici (variazione di tonalità) ma anche conservativi. Il viraggio può essere applicato a stampe, diapositive o pellicole cinematografiche.

Le prime stampe fotografiche virate all’oro sono state le albumine e le stampe su carta salata, in particolare quelle dalla colorazione bruno-porpora diffusissime nell’epoca del revival pittorialista tra il 1890 e l’inizio del XX secolo.

Il viraggio all’oro può essere diretto o indiretto quando viene effettuato dopo un primo viraggio seppia o al selenio. Se il viraggio all’oro segue quello seppia, si ottiene una tonalità bruno-rossastra mentre se si verifica dopo quello al selenio, il tono dell’immagine tende al blu violaceo e i neri risultano più densi.

Oltre al viraggio, la tonalità dell’immagine può dipendere dalla dimensione dei granelli d’argento (ad esempio particelle molto piccole conferiscono tonalità calde) e dal tipo di carta impiegato (più la carta ha una struttura fine, più la stampa assume una tonalità calda). La perfetta previsione della tonalità di una stampa fotografica resta indefinibile perché dipende da troppi fattori: la formulazione chimica, la concentrazione di oro, la durata del viraggio, la temperatura, le caratteristiche della carta e i gusti del fotografo.

Opera al rosso
Opera al rosso


Tuttavia nel viraggio all’oro, un tono freddo e violetto corrisponde a una maggiore quantità di oro, dunque a un viraggio più profondo. Se il viraggio all’oro è di breve durata conferisce una tonalità calda alle ombre mentre se è prolungato produce ombre fredde.

I sali d’argento che compongono l’emulsione vengono ricoperti da un leggero strato d’oro che li protegge dagli agenti atmosferici, aumentandone la durata di conservazione. Per il viraggio si può utilizzare una soluzione pronta all’uso o prepararla al momento con 1 grammo di cloruro aurico (AuCl₃) e 20 grammi di carbonato di calcio (CaCO3).

La durata pluricentenaria di una stampa virata al selenio o all’oro stravince contro l’obsolescenza tecnologica digitale. Il cloruro aurico nasconde laprofondità dell’immaginecome direbbe Von Hoffmansthal – in superficie.

Ma indipendentemente dal fatto che l’immagine sia frammentata in sali d’argento o in pixel, il problema si risolve (et coagula) in un oggetto fisico, la stampa. Da non dimenticare, anche l’acquisizione dell’immagine da parte delle fotocamere digitali, resta un processo analogico. La luce è un corpo.

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