Il trionfo della singolarità empatica
4. LUCE: Finalmente le immagini delle reti neurali e delle galassie dell’universo non erano più due schemi simili ma scollegati. Ora anche noi eravamo interconnessi e non più soli. Era ancora possibile ricordare con nitidezza i tempi in cui si diceva che l’ordine della società fosse ingiusto e insostenibile, eppure talmente radicato nel profondo da rendere più facile immaginare l’apocalisse piuttosto che la sua caduta. Lo si pensava nonostante in ogni momento di crisi nella storia il potere si sgretoli e dalle sue crepe nasca lentamente sempre un nuovo ordine, a volte migliore, più spesso peggiore. Erano passati decenni da quando l’umanità era riuscita a tirarsi fuori da quell’abisso, riassumibile nella “logica del profitto”, che l’aveva quasi portata all’estinzione. Non per questo gli effetti negativi delle sconsiderate decisioni prese in passato erano scomparsi: si sarebbero abbattuti prima per decenni e poi per secoli sulla popolazione dell’intero pianeta. Ma questa evoluzione inarrestabile, dovuta al surriscaldamento del pianeta, per quanto possa sembrare assurdo, non spaventava i cittadini di ogni dove più di quanto non lo facesse in precedenza, prima che fossero in grado di prendere la loro decisione più importante. Prima di capire che per salvarsi dal baratro la singolarità tecnologica, la figura messianica creata dagli amministratori degli imperi tecnologici, non sarebbe bastata. Finché la tecnologia, e con lei lo sviluppo economico, fosse rimasta in mano all’ideologia basata sull’incontestabile riduzione di costi non avrebbe mai potuto aiutare lo sviluppo di qualcosa capace di generare dignità. Per scampare ad un’apocalisse, a tutte le apocalissi, serviva un’altra scoperta in grado di creare punto di discontinuità, d’eccezione, un salto in grado di rendere incontrastabili la solidarietà e dignità nella scala di valori della società. Bisognava raggiungere la singolarità collettiva. Senza di essa, se non si fosse andato oltre alla tecnologia come strumento per produrre di più e più in fretta, l’unico futuro possibile sarebbe stato costellato da deserti di disperazione, foreste bruciate, inondazioni e milioni se non miliardi di persone in marcia e in guerra per la fame e per la disperazione. Fortunatamente le condizioni per l’avverarsi della singolarità collettiva si susseguirono in poco tempo, forse un sintomo che una scelta del genere fosse stata rimandata per troppo tento con un immenso sacrificio di vita umana, animale e vegetale. Dato che le coincidenze furono dalla parte dell’umanità bisogna togliere un po’ di smalto alla ricostruzione degli eventi ma non si può fare altro che pensare come questa combinazione d’eventi fosse l’ultima disponibile per riuscire a compiere una tale impresa.
Fu così che la paura venne confinata al passato ma il senso di colpa rimase a svettare e generare nuove ombre. Un eterno ricordo di quanto si era rischiato di quanto la combinazione di superbia ed indifferenza avesse fatto soffrire l’intero pianeta. A lenire lo sguardo giudicante del senso di colpa rimase l’affermarsi della nuova singolarità collettiva, capace di sigillare, ormai da tempo, la frammentazione, il nostro più grande limite come specie che ci aveva quasi portato ad un declino irreversibile.
La singolarità collettiva agì come avrebbe potuto agire la macchina perfetta, la pietra filosofale, l’intelligenza artificiale assoluta, che proprio la diseguaglianza della società passata aveva immaginato e desiderato. Non una macchina fisica, al di fuori dei nostri corpi, non una rete di circuiti, al di fuori delle nostre relazioni e conoscenze, e nessuna alimentazione se non quella di esseri umani messi nelle condizioni di vivere una vita dignitosa, di non essere schiavi. La macchina di crisi del capitalismo venne ribaltata e la prospettiva in cui la singolarità collettiva agì non si configurò tramite una scoperta tecnologica ma grazie ad una presa di coscienza di portata globale.
1. MAPPATURA: Il primo passo è sempre la consapevolezza di cosa non si vuole essere,
soprattutto se si ha un intento nobile. In origine fu un errore fatale dell’1% più ricco, perché nessun regno può essere detronizzato senza che chi lo governa non faccia degli errori, nati da nient’altro che una visione della realtà distorta dal potere e dalla paranoia. Forse la causa scatenante sarebbe potuta essere qualcos’altro, una catastrofe naturale, una guerra, un’intossicazione su larga scala ma fu l’evoluzione tremenda della tecnologia, fu la continua necessità di alienare le persone per non dover dipendere dai loro pari diritti e dignità. Prima della “grande scossa”, così ci si riferiva al cambio di consapevolezza delle popolazioni e dei loro governi, la singolarità tecnologica ossessionava le élite intere dei paesi più ricchi che la immaginavano materializzarsi in enorme stanze piene di server, con strabordanti potenze di calcolo, capaci di tenere insieme, nelle maglie di circuiti magistralmente efficienti, un’intelligenza assimilabile a quella umana. Eppure la singolarità tecnologica sembrava spostarsi inesorabilmente sempre un passo più in là oltre l’orizzonte degli eventi e il sensazionalismo di ogni nuovo modello, che sembrava pronto a guardarci dall’altra parte del buco nero, veniva sempre mano a mano oscurato dal bisogno delle persone di qualcosa con cui spegnere il fuoco, difendersi dall’acqua, dare da mangiare ai propri cari.
Invece di perfezionare la coscienza umana se ne voleva creare un fantoccio, incapace di provare
il desiderio di rivoltarsi e quindi di esistere. Gli oligarchi erano così annebbiati dalla loro superiorità economica e convinti di trovarsi già oltre il dominio assoluto che giunsero ad eccitarsi all’ipotesi di creare un monumento fisico, qualcosa in grado di irrompere dal loro dominio digitale e finanziario al mondo reale, in maniera reale, senza riflettere da un punto di vista pratico: tutto ciò che esiste si può distruggere e bruciare. Un errore banale, nato dall’incompetenza e dall’inconsapevolezza che il loro potere si era incastonato e poi sopravvissuto nella società moderna proprio perché sempre più invisibile, accettabile gradualmente e inserito nella quotidianità. Sul sentiero di questa allucinazione la singolarità tecnologica si prospettava essere l’apoteosi della cultura della scienza chiusa e, nonostante la digitalizzazione, nelle stanze dei bottoni si sussurrava sempre più forte la possibilità di creare obelischi, idoli dotati di ogni tipo di sensore producibile, capaci di tracciare qualsiasi tratto della popolazione e quindi in grado di manifestare il loro incontrollato potere. Bastò la fine del cantiere di uno di questi obelischi ed il primo venne bruciato immediatamente, nonostante gli immensi controlli di sicurezza. Quella fu la prima scintilla, i cittadini videro in quel simbolo, e nella repressione delle proteste, l’affronto totale. La percezione di ciò che era reale, di ciò che davvero contava nella realtà cambiò. Il mondo virtuale, il mondo della finanza, dell’economia, dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande erano reali quanto era reale la quotidianità, fino ad allora le persone si erano illuse che questi spazi fossero indipendenti fra loro. E mentre quella, incolpevole ma iniqua, torre di metallo bruciava, prendeva fuoco anche lo spazio occupato dal buon senso nell’opinione pubblica che teme più i cambiamenti che le ingiustizie.
In poco tempo internet mostrò a popolazioni intere tutto quello che era accaduto all’obelisco e quel tutto servì a formulare, finalmente, un giudizio preciso nella mente delle persone: l’élite era sconnessa dal mondo ma anche incredibilmente ricca e potente. La loro furia sembrava quella degli dei antichi, dei personaggi dei miti greci ma in realtà, dietro la patina d’oro, c’era soltanto narcisismo, non c’era saggezza e ancor meno onnipotenza. Questo giudizio divenne ben presto consapevolezza, la base su cui innestare la singolarità collettiva. Rese impossibile ignorare i diversi piani reali in comune e così le condizioni dell’esistenza sociale condivisa. Il piano B stava emergendo dalle masse, in mezzo alle paranoie fasciste e, finalmente, non si trattava di niente di astruso. Il circuito in cui sarebbe stata costruita la nuova società era stato mappato ora era necessario trovare le giuste componenti per costruirlo.
2. COMPONENTI: La normalità non esiste sono i patti sociali a crearla.
La rabbia divampò ovunque, e gli altri obelischi incompleti non furono gli unici simboli a bruciare.
Toccò prima alle sedi dei giganti digitali, poi ai negozi di lusso che vennero saccheggiati ed infine il furore si allargò all’industria fossile che inizialmente era riuscita ad evitare le accuse grazie ad un basso profilo e al greenwashing ma i cui enormi profitti, ottenuti a spese dei beni e della salute dei cittadini, erano impossibili da ignorare per quel desiderio di vendetta che alimentava quei giorni.
Ma dopo la rabbia era necessario passare molto velocemente a delle richieste precise e capire ciò che non si poteva più accettare, formulando un’alternativa. Le diverse culture sparse sul pianeta davano risposte diverse, in apparente contrasto fra loro, e proprio mentre chi difendeva l’élite si arroccava sulla necessità di mantenere l’ordine per non cadere nel caos, la narrazione si ribaltò, il flusso di rabbia lasciò le fiaccole e si concentrò sulla narrazione della realtà, come un flusso di corrente che viene invertito: “ il caos è ogni sistema in cui i beni essenziali sono lasciati alla mercé del profitto: ogni altra soluzione è meglio. Non è più accettabile che ci siano persone che non hanno da mangiare mentre c’è chi può permettersi una villa di lusso”. Benché questa sia una buona approssimazione della volontà della popolazione mondiale, la presa di coscienza non fu lineare dopo la sua formulazione e nelle stanze dei bottoni, dove non si era mai smesso di sussurrare. Si trovarono molti modi per ostacolare questo cambio di narrazione: vennero utilizzati fino allo sfinimento i mass media e i social networks, vennero arruolate tutte le star, gli influencer e i giornalisti per comunicare un clima da guerra civile, in cui ad ogni angolo del pianeta i manifestanti, gli operai sindacalizzati, i professori, erano dipinti alla stregua di terroristi. Servì solo a rendere gli immensi patrimoni che il potere aveva difeso ancora più insopportabili. Prima i mesi e poi gli anni passarono e i sussurri dell’élite si fecero via via più disperati, gli immensi scioperi, i sabotaggi e la crisi climatica stavano innescando una nuova tremenda crisi economica. La colpa venne nuovamente a chi si stava ribellando ma chi non era stato ancora convinto non cascò in questo tranello sapientemente usato in passato. Il ricordo delle crisi passate era troppo vivido, così come fu troppo chiara la mancanza di fondi degli stati sovrani per aiutare i cittadini per i danni inferti dai cataclismi provocati dal riscaldamento globale, mentre le assicurazioni, i fondi d’investimento privati, le banche d’affari continuavano a macinare profitti e distribuire dividendi. Una battaglia per una nuova normalità si era fusa con la battaglia per ristabilire quella passata a qualunque costo. A quel punto anche chi non sapeva da quale parte della barricata stare o che sperava di non dover partecipare accettò che in ogni caso sarebbe stato necessario redigere un nuovo contratto sociale.
In questa fase ci fu il culmine della tensione, forse il momento più vicino al fallimento della realizzazione della singolarità collettiva. Lo spettro della guerra entrò prepotentemente in campo. Tutti si paralizzarono, dai manifestanti con i loro cori ai ricchi con i loro sussurri. Ci furono colpi di stato, attentati, stragi ed eserciti schierati ai confini. Ma la consapevolezza resse. Non fu l’empatia, né la speranza, a salvarci in questo frangente. Fu l’impossibilità di immaginare un mondo devastato dall’olocausto nucleare. La normalità della guerra sarebbe stata ancora parte del mondo per anni ma quella di un conflitto globale non riusciva ad attecchire nemmeno nelle truppe. Una volta che i paesi più militarizzati resero chiaro che non avevano intenzione di combattere direttamente, le guerre iniziarono un lungo processo di decadenza e assestamento e benché furono sfogo delle ambizioni imperialiste delle potenze mondiali non possiamo che ricordare con tristezza, assoluta umiltà e senso di colpa i cittadini innocenti e i partigiani che persero la vita per poter permettere al resto del mondo di concludere la seconda fase di questo cambiamento storico tramite il loro coraggioso ma per secoli ignorato sacrificio. Dopo l’inabissarsi del mostruoso Leviatano della guerra totale, ogni nazione, in egual misura al peso storico che siautoassegnava, fece a gara per dimostrare all’umanità intera di aver posseduto da sempre una tradizione di solidarietà e lavoro collettivo, perfino le nazioni che avevano inventato il capitalismo si riscoprirono amanti dei beni comuni e dissimularono tutte le loro colpe sulla situazione attuale. Le armi tacevano ma la lotta per l’egemonia della cultura assunse toni accesi e le accuse vicendevoli si diffusero, generando, un clima ostile ma in cui la contrapposizione fra gli stati nazione sembrava sempre più irrilevante, pomposa e reale solo per chi il potere lo aveva mantenuto fino a quel momento. Questo cambio di premesse creò conseguenze anche nella normalità, nella percezione di giusto e sbagliato. Eppure questa nuova percezione della patria rimaneva ancorata ad una prospettiva di breve periodo in cui ogni risultato era fine a se stesso e lo spettro dell’efficienza del denaro, dei debiti riusciva ancora a nascondersi sotto le mentite spoglie della giustificabilità e del buon senso. Intanto le tasse patrimoniali e sulle emissioni, le nuove leggi finanziarie, lo smantellamento della speculazione finanziaria e dell’evasione fiscale, e tutte le politiche progressiste che i politici avevano portato avanti pe soddisfare i manifestanti ed interrompere gli scioperi, portarono a benefici economici che si aggiunsero all’impatto sulla nuova percezione dei cittadini. I quali non avevano riguadagnato completamente la qualità della vita precedente ma che in compenso erano sicuri di vivere all’interno di un sistema più giusto e che prima lo stato e ora gli organismi internazionali avrebbero retto davanti ai cataclismi, che continuavano ad imperversare, e in previsione delle crisi economiche, della penuria di beni essenziali e ai blocchi delle catene di approvvigionamento. I limiti del circuito erano già stati definiti con la consapevolezza. Ora anche le componenti necessarie per un nuovo tipo di società erano al loro posto: il circuito prendeva forma. Mancava solo una fonte per alimentare questo nuovo artefatto di dimensione globale che fu e che è la singolarità collettiva.
3. ALIMENTAZIONE: Avere una missione come persona e come collettività è l’unico modo per
non cadere prima nell’indifferenza e subito dopo nell’odio. Nonostante i progressi fatti e la gioia che si provava per una svolta epocale, soprattutto nei paesi del Sud globale che finalmente aveva guadagnato un posto sul palcoscenico della politica internazionale, la singolarità collettiva non poteva ancora dirsi completa. Quante volte nel corso della nostra storia si era instaurato nuovamente un potere classista dopo una forte, ma breve, accelerazione del progresso? Quante volte soluzioni virtuose, opere artistiche, manifesti, testimonianze e comunità eque erano state cancellate nella stesura della storia da parte dei vincitori? Tante, troppe volte. Ora il rischio di cadere nell’oblio si riproponeva per le condizioni in cui versava l’umanità prima del rogo dell’obelisco, per le manifestazioni, gli scioperi generali e per le politiche progressiste la cui assoluta necessità si sarebbe potuta minimizzare nel corso degli anni. E forse si sarebbe potuto ricreare un oblio artificiale ma chi lo avrebbe voluto evocare aveva anche, inavvertitamente generato con il suo comportamento sconsiderato una sorta di vaccino: il cambiamento climatico. La devastazione che era stato in grado di generare, senza possibilità di esaurirsi, non avrebbe permesso un passo indietro di queste dimensioni. Bisognava trovare nuovi riti per celebrare questi avvenimenti e incastonarli come punto centrale in una nuova visione della storia che nei greci fu ciclica, poi con la cristianità progressiva e infine con la rivoluzione industriale materialista.
Quello che una volta veniva considerato il primo mondo non riusciva a distaccarsi in maniera netta dal suo passato e dalla centralità che aveva ottenuto grazie ad esso. Gli effetti degli smottamenti economici e climatici, misti ad un senso di colpa generalizzato, ancora non permettevano di affermare con fierezza che il peggio fosse davvero alle spalle dei cittadini dell’Occidente che pur avendo uno peso specifico enorme nelle prime fasi della “grande scossa”, non potevano fare altro che guardare con un po’ di nostalgia al passato in cui erano loro a guidare, senza bisogno di considerare gli altri paesi, il mondo. Questo problema si presentava come un vero e proprio equivalente biologico del Test di Turing. Se nel caso dell’intelligenza artificiale questa prova cerca di verificare se un umano è in grado di distinguere una macchina da un suo simile, in questa versione estremamente più realistica ed incerta gli esseri umani in ogni luogo, e dell’Occidente in particolare, dovevano verificare di poter accettare, sentire come propri, i valori creati dal resto dell’umanità senza che venissero adattati per anni da scrittori, giornalisti, film e serie TV.
Bisognava decidere velocemente se accettare la propria incompletezza ed uscire nel mondo reale o chiudere la porta della propria casa e attendere che prima la decadenza e poi il caos venissero a suonare al campanello.
L’umanità rispose ancora una volta con entusiasmo, i popoli di tutti i continenti, elettrizzati dalla possibilità di vedere la propria cultura impattare non più come mera curiosità turistica ma come lume della ragione si lanciarono senza indugi a condividere tutto quello che credevano fosse necessario. Le barriere culturali cedettero sotto i colpi di un crescente sincretismo mentre le famiglie linguistiche si compattarono con fierezza riuscendo ad interiorizzare e a risolvere l’orrore del colonialismo, grazie ad un composto di parole, concetti, configurazioni sociali, cibi, mestieri, tecniche e tutto ciò che è può essersi diversificato nei millenni che hanno portato lontano l’uomo dalla sua terra natia africana. In questo modo la corrente iniziò a fluire nella singolarità collettiva prima rendendo consapevoli le persone di esistere sullo stesso piano, poi dando importanza e una missione alla vita di ognuno grazie alle conoscenze e alle tecniche scoperte nel resto del mondo e che per secoli erano state ignorate per colpa dello sfruttamento degli stereotipi razziali e di genere. Si videro Africani creare strumenti per restaurare le rovine greche, Asiatici intenti a coltivare piante resistenti ai climi tropicale delle Ande ed infine, anche gli Europei, a creare catene di refrigerazione per permettere il trasporto del cibo in Africa. Solo esempi contingenti diinnumerevoli prassi che si applicavano trascendentalmente alle attività umane. Non si trattava più di eccellenze, accordi economici, aiuti umanitari ma di una necessità sempre meno latente e meno ingenua di voler dare un proprio contributo al mondo, a maggior ragione se al di fuori della propria quotidianità, e di renderlo centrale non solo nella propria vita ma come fine ultimo della società. Un sentimento che si stava mano a mano trasformando in orgoglio influenzando il modo di percepire il lavoro e con esso il prestigio sociale ad esso collegato. Con le riforme statali ed internazionali della seconda fase il mercato e l’economia si erano trasformate ma benché si puntasse alla qualità della vita e non più ad aumentare esclusivamente il PIL, solo a questo punto le rivalutazioni in atto sugli obiettivi della società permisero a concetti come decrescita di affermarsi prepotentemente, nelle famiglie, nelle scuole, negli uffici e naturalmente nelle stanze dei bottoni. Lì si sussurrava ancora ma i sussurri erano cambiati, il desiderio di potere dell’essere umano non può essere cancellato ma può essere incanalato attraverso paletti imprescindibili. E finalmente qui sussurri, forse pur rimanendo di egoisti, non erano più paranoici, non erano più pronunciati da persone sconnesse dalla realtà ma da rappresentanti il cui senso della responsabilità era stato plasmato dalla singolarità collettiva. Anche in questo caso i capi di stato erano giunti a più mite conclusioni e con diverse traiettorie i paesi di tutto il mondo modificarono il loro impianto centralizzato dando più autonomie alle persone e ricevendone in cambio una pace sociale duratura.
Questa rapidità di adattamento della cultura e del desiderio di coordinazione per una società più equa, di gran lunga superiore rispetto a quella delle riforme istituzionali, si dimostrò così una caratteristica effettiva dell’umanità, anche prima della “grande scossa”, forse sempre pronta a scattare, dormiente, in attesa di tempi più maturi. La singolarità collettiva non avrebbe mai portato ad un prodotto o ad una lista di azioni da eseguire, non si manifestò come un miglioramento della razza umana ma solo come una scoperta, una definizione risolutoria di quello che la razza umana desidera e con cui può svilupparsi floridamente. Questo fu la vera necessità del punto di frattura: ammettere che le persone sono sempre state potenzialmente pronte a volgersi come una singolarità collettiva verso i loro simili e pur ammettendo la necessità di alcune tecnologie per permettere di comunicare in tempi efficaci a livello globale, ciò comporta che l’intera razza umana era capace di vivere in pace da tempo ma mancavano le istituzioni, le leggi e i contratti sociali giusti per farlo. Purtroppo nonostante questi momenti di grandezza non ci è permesso dimenticare i genocidi, le guerre, le specie che abbiamo fatto estinguere e i limiti del nostro pianeta che abbiamo intaccato per millenni, forse per sempre. La singolarità collettiva non fu la fine della storia ma solo la risoluzione dei problemi dovuti alla sfrenata evoluzione della società e della tecnologia rispetto le nostre relazioni sociali. Non sarebbe bastata all’infinito perché non esiste una fonte di energia o di verità inesauribile. Fu solo l’indicazione per creare un punto di rottura con il passato, per ricominciare. Permise solo di guardare il cielo stellato e al tempo stesso di rivoltarsi e, quindi, di essere davvero.
5. E fu festa e fu dignità ma non fu la fine della Storia.
Di Giulio Corradi
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