Il valore della contemplazione in Platone
Se è vero che l’attività del pensare sia di per sé un agire ascrivibile alla sfera della pràxis umana, è vero anche che il termine contemplazione in lingua italiana è quello in grado di renderne conto nel modo più efficace. Non soltanto perché contiene in sé il suffisso –azione, risultando così capace di mostrarcene l’intrinseco rimando in maniera immediata; ma altresì per la sua origine etimologica: il sostantivo “contemplazione” viene infatti dal verbo latino contemplor, che significa in prima istanza osservare, guardare attentamente, rilevare. La contemplatio infatti si struttura attorno al termine templum che il latino utilizzava per indicare anzitutto uno spazio del cielo definito dall’àugure per l’osservazione del volo degli uccelli, e che secondariamente passò a riferirsi, più genericamente, a un qualsiasi luogo di osservazione, inteso come veduta, spazio che può essere abbracciato con lo sguardo. La contemplazione sarebbe dunque l’azione dell’osservare in modo attento e mirato un precipuo spazio.
Ma c’è di più: il verbo italiano “contemplare” traduce inoltre il latino spectare, che oltre a riferirsi al guardare con intenzione, significa originariamente “assistere a uno spettacolo”. La contemplazione riguarderebbe quindi l’osservazione attenta, rivolta a uno spazio specifico, in grado di attrarci e di suscitare in noi interesse, stupore, meraviglia – ciò che, per l’appunto, comunemente si intende con l’aggettivo spettacolare. Ora, spectare ha la medesima radice di species – in italiano “forma” intesa come concetto, categoria logica – che traduce i termini greci éidos e idéa, provenienti entrambi dalla radice id- del verbo idéin, “vedere”, che deriva a sua volta da oráo. Per il greco, contemplare è dunque prima di ogni altra cosa vedere ma con gli occhi della mente, poiché l’oggetto di tale osservazione privilegiata, rivolta a uno spazio determinato, sono le idee. Fino a qui, la sensibilità greca che, per altro, con la parola teoría aveva elegantemente sintetizzato la “visione intellettuale” che dall’osservazione diviene pensiero, attività razionale, ricerca.
Ma quando le idee vengono circoscritte a una dimensione trascendente, situata al di là del mondo fisico, accessibile attraverso la sola contemplazione e corrispondente alla realtà eterna e perfetta, la struttura del discorso assume un peso squisitamente filosofico e diventa metafisico. A realizzare tale passaggio, uno degli immensi padri della filosofia occidentale, Platone.
Sospinto dall’urgenza di ristabilire un criterio capace di riportate la filosofia verso un sapere assoluto, contro il relativismo culturale e morale sostenuto dai sofisti nell’Atene di V secolo, Platone individua nell’idea l’entità dotata di quegli attributi che a suo giudizio si contrappongono alla mutevolezza e alla soggettività dell’opinione (dóxa), ossia l’immutabilità e la stabilità. Se l’opinione ha come oggetto tutto ciò che ha natura sensibile, che è conoscibile cioè attraverso i sensi e che è contraddistinto dal divenire incessante della realtà mondana, la conoscenza si riferisce a ciò che non è soggetto al cambiamento e che, come tale, si offre alla presa stabile e incondizionata della ragione. All’opinione, che è tale sempre in relazione alle cose mutevoli e imperfette, si contrappone la scienza (epistème) che guarda invece alle idee come ai modelli eterni e perfetti del mondo terreno.
Con Platone le idee acquisiscono uno statuto ontologico, oltre che logico: non costituiscono soltanto i principi di pensabilità delle cose, ma altresì, nel rapporto con le cose, esse fungono da archetipi sostanziali; in altre parole, il mondo delle idee, che Platone individua nell’iperuranio – regione che si troverebbe “al di là del cielo” oltre lo spazio materiale – rappresenta la vera sostanza (ousía), il fondamento, l’essere oggettivo da cui il mondo sensibile dipende. Pensare è per Platone rivolgersi alle idee e al contempo (ri-)porle in essere attraverso i nostri ragionamenti. Ma quando e come conosciamo le idee? Non di certo attraverso l’esperienza sensibile che, proprio perché vincolata a ciò che è in continua trasformazione, non è in grado di consegnarci i paradigmi universalmente validi di cui l’attività razionale necessita. Occorre allora individuare un tempo e una modalità alternativi che consentano al pensiero l’accesso al mondo delle idee, l’unico capace di strutturare la nostra conoscenza delle cose in modo certo e fondato: tale canale è secondo Platone la contemplazione, il quando e il come che la riguardano non possono che oltrepassare le coordinate spazio-temporali proprie del mondo dei sensi.
A contemplare è infatti l’anima (psyché) quando essa sia affrancata dai condizionamenti del corpo, allorché dunque si trovi nella situazione a-temporale che precede e segue la sua esperienza terrena all’interno di un corpo determinato. Prima di scegliere quello che sarà il suo destino terreno attraverso la nascita e dopo che il corpo avrà portato a compimento il suo ciclo vitale con la morte, l’anima si trova nell’iperuranio. A ogni trasmigrazione da un corpo all’altro, essa è sottoposta alle leggi che regolano il mondo sensibile, ma la sua vita autentica è secondo Platone quella “disincarnata” che realizza quando è a contatto con le idee. Nell’iperuranio l’anima vede le idee, le rende oggetto di quella specifica visione che è in grado di esercitare in quanto intelletto (noûs): maggiore sarà la permanenza nel mondo delle idee, più ampia e profonda sarà la sua comprensione delle verità. Quando tornerà nel mondo, attraverso il corpo che abiterà per la successiva vita terrena, la psyché non smarrirà completamente quanto osservato in quel tempo eterno, ma ne conserverà dentro di sé una sorta di traccia sbiadita.

Ciò significa che quando arriva al mondo, l’essere umano possiede già una certa conoscenza delle cose, anche se non ne ha più piena coscienza. L’idea contemplata nell’iperuranio rimane nella psiche come ricordo sopito che l’anima potrà risvegliare a patto di ricevere la giusta sollecitazione. È quanto Platone illustra nel dialogo socratico Menone in cui, non a caso, i temi affrontati riguardano, tra gli altri, la conoscenza e la dottrina delle idee. Nella parte centrale dello scritto, la più celebre del dialogo, Socrate dimostra l’importanza di ciò che da sempre risiede dentro di noi in relazione al processo conoscitivo. Egli lo fa infatti interrogando uno schiavo, non istruito e di certo non esperto in geometria, a proposito del teorema di Pitagora. Contrariamente a quanto il senso comune porterebbe ad attendersi, e suscitando lo stupore dello stesso Menone, Socrate guida lo schiavo nella ricostruzione del teorema; vi riesce attuando il metodo che è solito esercitare nel dialogo con i suoi interlocutori, quello maieutico. Lo incalza dunque con una serie di domande mirate e volte a pungolare i sentieri cognitivi più latenti dello schiavo: a ogni risposta elaborata in modo pertinente, il teorema viene gradualmente innalzato, come un immane edificio, pezzo dopo pezzo.
Com’è possibile? Non c’è da meravigliarsi, dal momento che l’anima è immortale e nasce più volte, ed ha contemplato tutte le cose. Apprendere presuppone allora il contemplare e altresì il ricordare: quando l’essere umano ricerca, conosce, impara non fa che ricondurre alla memoria quanto ha già fatto suo, poiché cercare e apprendere sono in generale reminiscenza. Contemplare è allora sì apprendere, ma è anche dimenticare. Implica il trovarsi dentro le idee e poi distaccarsene. La conoscenza per Platone comporta uno scarto costitutivo tra quel punto originario legato all’atto puro del vedere e il suo “recupero” gnoseologico: è tornare a quel non-tempo e riportare alla percezione presente. È un atto del pensiero che si rivolge alla – e che diventa – memoria. Il suo incipit è nell’anima, ma il percorso che lo riguarda in termini epistemologici si attua attraverso il corpo: a ben vedere, è infatti possibile solo dopo che l’anima si sia unita al corpo fisico e sia divenuta parte del mondo sensibile. D’altra parte, il termine italiano “ricordo” viene dal latino recordari, ossia portare indietro con il cuore, riportare al cuore, a testimonianza che per gli antichi la sede della memoria avesse a che fare col “sentire” e trovasse quindi luogo nell’organo cardinale del corpo, il cuore per l’appunto.
Vi è dunque qualcosa che l’anima sa da sempre, che custodisce dentro di sé e che rimette in circolo quando l’esperienza sensibile ne ridesta l’urgenza. Si tratta di una pre-conoscenza originaria, archetipica, che talvolta può affiorare senza mediazione, sotto forma di intuizione. Ma che il più delle volte fa da condizione a ciò che l’essere umano può conoscere passando dal piano concreto del suo cammino terreno. Secondo Platone, non c’è apprendimento che possa prescindere dall’incontro tra le cose e i nostri sensi, ma tale interazione genera conoscenza solo grazie a ciò che l’anima ha già visto, contemplando il vero essere, contemplando le idee.



