Aleksandra Kollontaj e il socialismo
Chi l’ha detto che nel fuoco e nel ferro della guerra civile e della rivoluzione non c’è spazio per l’amore? Di certo non era di questo parere Aleksandra Michajlovna Kollontaj, una delle dirigenti bolsceviche del periodo d’oro della lotta rivoluzionaria.
Nata nel 1872 in una famiglia aristocratica, incontrò ben presto il nascente movimento operaio russo e nel 1898 si iscrisse al Partito socialdemocratico russo. Nella battaglia tra menscevichi e bolscevichi, Kollontaj si schierò per lungo tempo con i primi. Solo alla vigilia dello scoppio della Prima guerra mondiale si avvicinò progressivamente alle posizioni leniniane, per aderire definitivamente nel 1917, in coincidenza con la pubblicazione delle famose Tesi di aprile, all’oramai divenuto Partito bolscevico.
All’indomani della presa del potere, Kollontaj diventò la prima donna della storia a ricoprire la carica di ministro in un governo. A partire dal 1918 contribuì a fondare il Dipartimento per il lavoro fra le donne (lo Ženotdel), che diresse dal 1920. E proprio nel vivo della battaglia per la conquista del potere, nel corso della guerra civile, Aleksandra Kollontaj scrisse alcuni degli interventi che la renderanno più celebre.
Gli interventi della nostra hanno per oggetto principale la questione femminile. Un tema non nuovo per Kollontaj. Forzando un po’ (ma neanche troppo), si potrebbe infatti dire che il suo avvicinamento al socialismo era avvenuto precisamente attraverso la strada della riflessione sulla condizione della donna, e nella fattispecie della donna operaia, della donna proletaria.
Nel 1906 per esempio aveva fondato la «Società di mutuo soccorso per le lavoratrici» e due anni più tardi – in previsione di un congresso femminista panrusso – aveva scritto il testo Le basi sociali della questione femminile. Nel 1913, poi, aveva pubblicato un breve corsivo su affinità e divergenze tra noi, ossia «la classe operaia femminile», e le suffragette, le femministe borghesi. Ancora nel 1916, nel pieno della guerra mondiale, aveva dato alle stampe Società e maternità, una sorta di summa di alcune delle idee a lei care da tempo, in particolare la tesi secondo cui era necessario liberare le donne dal peso della maternità, in modo tale che, lavorando fuori casa e partecipando attivamente alla vita sociale, potessero realizzarsi come persone.
Kollontaj insomma aveva dedicato la gran parte della propria attività politica e teorica alla condizione delle donne e alla loro emancipazione.
C’è però una differenza radicale tra questi articoli pre-rivoluzionari e quelli successivi alla presa del potere. In parte senza dubbio la tangibile sensazione di essere immersi nel grande fiume della trasformazione. In parte, però, c’è il fatto che negli interventi pubblicati nei primissimi anni Venti emerge una vena di utopismo che giunge a vette quasi liriche. Come se la bufera rivoluzionaria innalzasse il pensiero oltre gli angusti limiti del presente e permettesse di scrutare orizzonti altrimenti preclusi, soffocati dal lavoro quotidiano e routinario che prepara e segue questi grandi scoppi che chiamiamo appunto rivoluzioni.
«Mio giovane compagno, mi chiedete quale sia il ruolo che l’ideologia proletaria assegna all’“amore”». Così inizia la prima delle lettere alla gioventù pubblicate nel 1923 sulla rivista “Molodaja Gvardija”, la rivista del Komsomol fondata l’anno precedente. Con sensibilità culturale e psicologica eccezionale, l’articolo di Kollontaj si situa nel più ampio dibattito sulla questione della costruzione di una cultura propria delle classi subalterne – all’epoca il gruppo di Bogdanov, il Proletkult, contava circa mezzo milione di iscritti –, declinando il problema attorno al tema specifico dei rapporti tra i generi e in particolare dei rapporti amorosi.
Sintetizzando, due sono le tesi fondamentali dell’autrice. In primo luogo la storicità delle forme di relazione sentimentale e amorosa, una storicità che affonda le proprie radici nelle condizioni oggettive, materiali, sociali delle relazioni umane. Certo, già Marx ed Engels si erano espressi sul matrimonio monogamico come una forma di prostituzione legalizzata, di mercimonio tra corpi e denaro fondato sul diritto borghese di proprietà. Tuttavia, che da questo venisse fatta derivare una coerente critica delle istituzioni matrimoniali e soprattutto una strutturata proposta di trasformazione dei rapporti sociali tra i generi, il passo era tutt’altro che breve.
La seconda linea di ragionamento di Kollontaj è per meglio dire una previsione. La vittoria della rivoluzione socialista avrebbe aperto finalmente la strada a ben altre forme di relazione amorosa. Non solo nei rapporti tra i due amanti, ma anche nell’educazione dei figli e nei lavori di cura, obbligo che gravava (e grava) sulle spalle delle donne. «La società comunista – scrive – è fondata sul principio della solidarietà intesa come consapevolezza, non soltanto degli interessi comuni ma anche dei legami intellettuali e affettivi che uniscono i membri della collettività».
La solidarietà però non è una semplice astratta mozione di intenti. Rifiutando l’ipocrita identificazione dell’amore con il matrimonio tipica dell’ideologia borghese, il proletariato può vivere l’amore come una «forza sociale e psicologica», capace di cementare e dare spessore a una pluralità di rapporti che risveglino «le qualità interiori necessarie a costruire una nuova cultura»: sensibilità, comprensione, desiderio di aiutare altri diventano le principali virtù che inverano la solidarietà e la rendono manifesta.
L’«Eros alato», personificazione di questo nuovo amore, finisce così per fondare una nuova Sittlichkeit, una nuova eticità in cui l’individuo si sa consapevolmente come parte della collettività e pertanto adegua i propri comportamenti e i propri atteggiamenti al benessere e alla prosperità comune. Figlia della temperie culturale in cui è immersa, vi è a onor del vero una tensione nel pensiero di Kollontaj. La nuova Sittlichkeit proletaria sembra portare a una sorta di organicismo premoderno in cui il singolo perde ogni individualità in favore della società. E tuttavia, a questa possibile deriva si oppone il riconoscimento del valore umano di ciascuna persona. Anzi, proprio Eros alato permette semmai di conciliare individuo e società, elevando i rapporti interpersonali a rapporti di cura: cura materiale, psicologica, emotiva. Lasciando spazio all’amore, nella società comunista «si moltiplicheranno i legami che consentono a uomini e donne di stabilire stretti contatti intellettuali e affettivi, e i sentimenti d’amore si riverseranno dalla sfera privata in quella collettiva. L’ineguaglianza tra i sessi e la dipendenza della donna dall’uomo scompariranno [e] la norma accettata nei rapporti sessuali sarà fondata su un’attrazione libera, sana e naturale».
Sono passati più di cent’anni da questo articolo. La tensione verso il futuro dei ruggenti anni rivoluzionari ha presto lasciato spazio al grigio realismo staliniano, che come la risacca dopo un’onda anomala ha trascinato ogni novità e ogni esperimento in un pantano di melma e detriti. Il crollo dei regimi sedicenti socialisti ha poi chiuso definitivamente un’era, lasciandoci in eredità un mondo unidimensionale, fatto di singoli istanti senza futuro né passato. Le conseguenze disastrose del «realismo capitalista» sono ormai evidenti: tra venti di guerra mondiale, crisi ecologica e crisi sociale, un’alternativa all’attuale società è sempre più urgente.
Ma per ricominciare a immaginare una società diversa bisogna innanzitutto ricominciare a immaginare. «Largo all’Eros alato!» allora non è solo un grido anacronistico che viene dal passato, ma diventa l’appello attuale a un’utopia concreta. Spesso, nel corso della storia, i morti afferrano i vivi. Talvolta però lo fanno solo per spingerli più lontano.






