Storia della prostituzione nelle società arcaiche

La prostituzione è uno dei fenomeni più importanti della storia dell’umanità, a prescindere da qualsisia convinzione morale, e merita un livello di approfondimento che la storiografia moderna le ha lungamente negato. Vi sono notevoli eccezioni ottocentesche, come il giornalista britannico Henry Mayhew e il medico statunitense William Wallace Sanger, così come primonovecentesche, come lo psichiatra tedesco Iwan Bloch, l’ideatore della sessuologia, e l’educatore statunitense Abraham Flexner. Negli anni Sessanta, l’antropologo giamaicano Louis “Fernando” Henriques pubblicò un ampio saggio in tre volumi, Prostitution and Society: a Survey, nel quale fissò per primo la necessità di sviluppare una storia generale e una sociologia della prostituzione.
Non è agevole identificare i margini concettuali del fenomeno. Secondo il criminologo olandese Willem Adriaan Bonger, un matrimonio d’interesse non sarebbe altro che prostituzione a stretto raggio, mentre molti autori religiosi equipararono prostituzione e fornicazione, anteponendo una presunta attitudine al movente economico. Le definizioni sono spesso minate da preconcetti sulle identità sessuali di chi vende e di chi compra, sulla natura delle prestazioni e sulla partecipazione emotiva. Oggi il tema è dibattuto soprattutto in merito al trionfo delle forme telematiche di monetizzazione dell’immagine e della compagnia, nonché in ragione di un crescente pluralismo valoriale, ma i giudizi nel merito sono sempre mutati nel tempo. La stessa contrapposizione alla religione, scontata nella nostra cultura, non appare ovvia.

Erodoto (cfr. Storie, I, 199) descrisse il culto della dea assira Mylitta (o Mullissu) che imponeva alle donne babilonesi un atto di prostituzione sacra. Restavano sedute nel tempio con ghirlande di corde in testa, finché uno straniero non ne sceglieva una, gettandole una moneta d’argento in grembo. La favorita doveva accettarla e consumare un rapporto sessuale come servizio sacro. Le donne ritenute meno attraenti rischiavano di attendere anni prima di officiare il rito e poter finalmente tornare a casa. Lo stesso Codice di Hammurabi (sez. II) associa la prostituzione alla venerazione di Marduk. Stando a Socrate Scolastico e Sozomeno, le donne cananee di Baalbek (Eliopoli) sacrificavano ai forestieri la propria verginità prima di sposarsi, probabilmente per compiacere il dio della primavera Tammūz, paredro di Ištar. Claudio Eliano riporta usanze analoghe in Lidia, sempre limitate a un unico rapporto prematrimoniale, ma aggiunge che presso gli amoriti la regola si estendesse invece a una settimana di prostituzione, mentre Strabone riporta che presso gli armeni le pupille delle famiglie più illustri la praticassero nei templi di Anāhitā per mesi, potendo però selezionare liberamente i partner. Ateneo di Naucrati descrisse i misteri afrodisiaci presso Cipro e la Locride, dove le ragazze dovevano prostituirsi in riva al mare, quando prossime alle nozze.
Nella Grecia antica, la prostituzione sacra era praticata nei templi di Dioniso a Sparta, di Artemide a Efeso e di Afrodite a Corinto, quest’ultima ergendosi a protettrice di tutte le prostitute. La donna greca era educata a essere moglie devota e madre. Anche dopo essersi sposata, era sottoposta all’autorità del proprio padre e doveva restare nella casa di quest’ultimo, del marito o dei figli. Non amministrava beni, né poteva ereditarne. Il marito poteva, inoltre, restituirle la dote e cederla a un amico, se l’unione si fosse rivelata sterile. Aristotele, nell’Etica Nicomachea (VIII, 14), auspicava l’amicizia tra marito e moglie, ma non la passione. Stando a Tucidide (II, 45), Pericle sosteneva che una brava donna fosse di fatto invisibile, evitando di far parlare di sé né bene, né male. Vigeva la stessa visione che i testi dei trovatori provenzali dimostrano essere rimasta in voga in Europa anche nell’XI secolo: il matrimonio riguarda soltanto la realizzazione socioeconomica, quindi l’amore può avere senso solo se extraconiugale. Infatti, non conosciamo il nome della moglie da cui Pericle divorziò, ma conosciamo il nome della celebre etèra Aspasia di Mileto, della quale il politico fu così innamorato da piangere pubblicamente nel sentirla accusata di corruzione morale. Raffinate e colte, le ἑταίραι erano cortigiane di lusso, simili alle geishe giapponesi, che potevano esercitare un’influenza politica, culturale ed emotiva ben più forte delle nobildonne cresciute all’ombra dei ginecei. Mentre le prostitute comuni, πόρναι, erano schiave straniere o orfane, queste donne erano le uniche a poter gestire autonomamente anche ingenti capitali e acquistare proprietà private. Vi erano anche figure mediane, come le concubine legate a un solo uomo facoltoso, oppure le prostitute autonome che operavano fuori da templi e bordelli, rendendosi riconoscibili grazie a vesti vivaci e sandali che imprimevano al suolo la scritta ἀκολούθει, cioè “seguimi”. Se l’adulterio era fortemente condannato, il ricorso, da parte degli uomini, alle prostitute lo era talmente poco che lo stesso Solone si preoccupò di normare i bordelli ateniesi. Alcuni erano gestiti direttamente dallo Stato con prezzi calmierati. I loro incassi erano monitorati da appositi funzionari e pagavano le tasse secondo un sistema progressivo. Un’organizzazione simile dominò la storia romana, laddove le lupæ, spesso schiave o liberte, erano rese riconoscibili da toghe maschili o tuniche gialle, divise in vari livelli di prestigio, protette dalla dea minore Acca Laurentia, registrate presso l’ufficio dell’Ædilis che concedeva loro la licentia stupri e pagavano i tributi.

Oltre a onorare una divinità connessa al rinnovamento e alla fertilità, la prostituzione prematrimoniale spesso serviva alle donne per ottenere una dote, come evidenziato dallo stesso Erodoto (I, 93 e IV, 172). Marco Polo riferì di comunità tibetane presso le quali le donne dovevano prostituirsi almeno una ventina di volte, ottenendo altrettanti doni in oggetti preziosi, prima di potersi sposare.
Vi era poi una funzione scaramantica, connessa all’inquietudine ancestrale destata dal sangue che fuoriesce dalla vulva, ritenuto presso svariate civiltà impuro e nocivo. Il mestruo era il soggetto centrale di tale inquietudine, ma a esso poteva essere associato l’eventuale sanguinamento causato dalla rottura dell’imene. Onde evitare il contatto ematico allo sposo, la deflorazione poteva essere affidata a uno straniero, a un sacerdote, a un re o a un gruppo di uomini officianti un rito, come secondo Diodoro Siculo (XIV, 4, 25) avveniva presso gli antichi abitanti delle Baleari. Erano figure rese sacre dai princìpi dell’ospitalità, dal ruolo sociale o dalla partecipazione al rituale stesso. Simili usi sono stati riscontrati in società tribali contemporanee, come i massim papua-melanesiani, i guanches delle Canarie o gli abitanti delle isole Marchesi. A questa funzione simbolica sembra ragionevole associare anche quella, più generale, del rito di passaggio femminile alla piena maturità sessuale.
Anche aspiranti sacerdoti maschi potevano compiere un sacrificio simile, ma più cruento, alle dee della fertilità, come i coribanti di Cibele che dovevano evirarsi pubblicamente per poi vestire abiti femminili. Il cambio di sesso rituale non è un fenomeno eccezionale, anche gli sciamani siberiani čukči devono femminilizzarsi e sposare un altro uomo per controllare le forze mistiche. Molte culture tribali ritengono la magia una peculiarità femminile e quelle patriarcali le associano un aspetto caotico che spetterebbe a un principio ordinatore maschile regolamentare. I maschi femminilizzati ritualmente potevano talvolta prostituirsi, come avveniva in alcuni templi canaaniti e a Uruk. Simili usanze motivarono i comportamenti dell’imperatore romano Eliogabalo che, essendo stato educato come sacerdote del dio solare di Emesa, nel III secolo d.C., parlava spesso di sé al femminile e sosteneva di voler cambiare sesso anche fisicamente.
Sospesa tra accettazione e rifiuto, attenzione e negligenza, dicibile e indicibile, sacro e profano, la perturbante dimensione dell’eccitazione sessuale persiste invitta, insieme a tutte le vie immaginate per soddisfarla. Il suo potere di sfaldare la civiltà nella barbarie è lo stesso potere creativo e lenitivo che può anche preservare l’armonia del consesso umano. La prostituzione e il suo sfruttamento sono nodi orditi nella trama incoerente dentro la quale siamo insieme ragni e mosche intrappolate: l’intrico della vita.


