La storia come conoscenza dell’osservato
Nell’Iliade la parola ìstor (ἵστωρ) aveva un senso giuridico e designava un decisore in materia di controversie, ma condivideva la radice indoeuropea *woid- che definisce il vedere e, di conseguenza, il conoscere. Questa significazione è nota tra i grecisti per il suo uso nel perfetto οἶδα che significa letteralmente “ho visto”, ma di conseguenza anche “conosco”, così come tra i sanscritisti per l’avere originato termini quali veda e vidyā, cioè “conoscenza”. Lo stesso esagramma Kuann dell’I Ching sembra fissare un nesso solido tra conoscenza e contemplazione. Nel V secolo a.C., Erodoto di Alicarnasso scelse di usare il termine ἱστορία per definire le sue attività di ricerca sul passato e i risultati a cui esse erano approdate. Aristotele corroborò l’accezione erodotea della parola nella sua pionieristica opera di zoologia Περὶ τὰ ζῷα ἱστορίαι, cioè Indagini sugli animali. I latini trasposero questa parola nel proprio linguaggio come historia con la medesima accezione, ma limitandola rapidamente a definire l’indagine sul passato e la stesura di biografie, ragion per cui Svetonio chiamò il libro del De viris illustribus dedicato agli storici, per l’appunto, De Historicis. Alla fine del XVI secolo, Francis Bacon definì la storia una conoscenza di oggetti determinata dallo spazio e dal tempo, ovverossia dalla memoria, contrapponendola alla scienza che, invece, deriva dall’uso della ragione. Quando si parla di storia senza aggiungerle alcun aggettivo o complemento, come “naturale” o “della Via Lattea”, si dà per scontato di starsi riferendo alla storia umana. Dunque, stiamo parlando di cose percepite, ricordate o ricostruite, pertanto bisogna chiarire chi, come e perché stia ricordando qualcosa.
Molti libri di testo, in uso nelle scuole superiori e nelle università, si aprono dando una definizione di ciò che possiamo considerare una fonte storica e affiancandole una descrizione sommaria dei metodi con cui approcciarla. Molto più raramente essi possono dare spazio ai dibattiti che hanno condotto a queste definizioni, né a quelli che tuttora cercano di offrirne altre. L’argomento è centrale, perché la storia raccoglie, interpreta e critica solo questo: le fonti. Lo storico deve determinarne l’origine, il contenuto, la natura, i limiti e l’affidabilità. Si tratta, innanzitutto, di testimonianze dell’attività umana, ma possono non essere scritte, né materiali e nemmeno intenzionali.
Già questa considerazione ci porta a mettere in questione una suddivisione manualistica tradizionale, quella tra storia e preistoria. Con il termine “preistoria” si designa il periodo, nettamente più lungo degli altri, in cui l’umanità non ha fatto un uso documentato della scrittura e procede quindi dalla comparsa della specie umana a qualcosa come il 3500 a.C., periodo di datazione delle più antiche forme inequivocabili di scrittura finora scoperte in Mesopotamia e in Egitto. Il padre di questa distinzione fu Paul Tournal che, nel 1833, definì il periodo dei reperti rinvenuti nelle caverne come anté-historique. Il termine preistoria suggerisce l’idea di un qualcosa di diverso dalla storia vera e propria, perché, non essendovi la scrittura, nessuno poteva fissare una narrazione in una forma capace di arrivare intatta fino a noi. Tuttavia, questa centralità della scrittura nel lavoro dello storico ha sempre avuto dei limiti e oggi ne ha anche di più. La maggior parte delle narrazioni sono rimaste orali fino a epoche recentissime e la semantica dell’arte rupestre si sta rivelando più complessa di quanto si fosse creduto in passato, tanto che in alcuni casi si avanza l’ipotesi di una protoscrittura. Inoltre, oggi possiamo ricorrere a fonti che prima erano inaccessibili, perché l’avanzamento scientifico ci ha concesso strumenti che stanno diventando sempre più importanti nella ricerca storica e ha aumentato il campo delle sue scienze ausiliarie, aggiungendovi ad esempio la paleogenetica.

La crescente interdisciplinarietà applicata all’analisi delle fonti e la pluralità dei punti di vista con cui si possono approcciare ha reso sempre più arduo dividerle in categorie troppo precise. Già Benedetto Croce, nella sua raccolta di saggi brevi Teoria e storia della storiografia del 1915, contestava la possibilità di classificarle con precisione e proponeva di riferirsi a esse con un termine generico quale “documenti”. Si è a lungo pensato che l’affidabilità di una fonte derivasse dalla vicinanza agli eventi che mirava a testimoniare e dal prestigio del suo autore, distinguendo così tra fonti originali e derivate, piuttosto che autorevoli o meno.
In realtà, è facile immaginare quanto queste distinzioni possano risultare poco decisive in termini di affidabilità. Un celebre intellettuale che produca una cronaca del suo tempo potrebbe essere più propenso a mistificare o distorcere i fatti, magari proprio a causa di una sua complessa concezione ideologica della realtà, rispetto a un villico analfabeta che racconta quello che suo nonno diceva di avere visto. Inoltre, le fonti materiali possono essere alterate, rivedute e trasfigurate dagli autori che le riproducono o le custodiscono per le più disparate ragioni, mentre quelle immateriali, come linguaggi e tradizioni, talvolta persistono in una forma sorprendentemente fedele a quella originale. Lo stesso testo può avere più redazioni, spesso un affresco nasconde strati di pittura che solo scansioni avanzate riescono a rilevare senza danneggiarlo, oppure gli edifici subiscono modifiche di difficile ricostruzione, magari proprio nel tentativo di preservarli.
Non è sempre nemmeno facile distinguere tra fonti primarie, prodotte nel tempo che si intende studiare, secondarie, lo studio prodotto sulla fonte primaria, e terziarie, cioè le collezioni di fonti primarie e secondarie divise per argomento. Lo stesso oggetto può valere come una fonte di un tipo o dell’altro a seconda della prospettiva di indagine: sto, per esempio, studiando il pensiero e l’epoca di un autore grazie a una sua opera o le cose che lui stesso aveva studiato per realizzare quell’opera? La medesima critica si può fare per la distinzione tra überreste e tradition, esposta nell’Ottocento dallo storico tedesco Johann Gustav Droysen, perché non è sempre chiaro dove sia possibile tracciare le linee di confine né tra ciò che viene prodotto incidentalmente da un evento, piuttosto che appositamente per conservarne la memoria, né esattamente quanto prossima a un evento una cosa debba nascere per costituirne un residuo. Alcune fonti hanno natura mista o stratificata, come l’Antologia Palatina che è la copia, arricchita da eruditi (e anonimi) bizantini sul finire del X secolo, della di poco precedente opera perduta di Costantino Cefala, la quale era a sua volta una raccolta di epigrammi di autori vari. È praticamente una fonte storica di Schrödinger: si fissa su alcune delle predette categorie solo quando qualcuno la guarda.
La stessa questione dell’originalità o falsità di una fonte deve essere opportunamente relativizzata. La famosa Constitutum Constantini è un celebre esempio di falso storico. Essa è inutile per comprendere il pensiero dell’imperatore Costantino I, ma è di grande utilità per studiare le politiche della Chiesa del VIII secolo, cioè il periodo della sua composizione, e forse ancora di più per comprendere quelle del XI, quando papa Leone IX la utilizzò come base teorica per le proprie rivendicazioni. L’uso per l’epoca spregiudicato che Lorenzo Valla fece della filologia quando, nel 1440, dimostrò che il documento non potesse essere accreditato a Costantino fu il primo grande passo verso lo sviluppo di una moderna metodologia della ricerca storica. Il diffondersi della capacità di leggere e scrivere, l’uso della stampa, la riforma protestante e la rivoluzione scientifica costrinsero il mondo intellettuale a cercare un grado di oggettività più solido per sostenere le proprie tesi storiche.
Il XVIII secolo, con l’avvento dell’illuminismo, segnò l’allontanamento definitivo degli storici europei dalle verità rivelate e dai preconcetti morali. Giambattista Vico, nel suo Principj di una scienza nuova del 1725, affermò in contraddizione con il succitato Bacon che lo storico dovesse effettivamente essere uno scienziato. Il secolo successivo vide gli storici tedeschi e francesi pubblicare i primi testi dedicati esclusivamente alla definizione di un metodo, con i secondi capaci di vedere nell’uso esclusivo di fonti scritte o iconografiche un limite da superare. Nel 1929, con la fondazione della rivista Annales d’histoire économique et sociale da parte di Marc Bloch e Lucien Febvre, giunse a piena maturazione la consapevolezza del fatto che lo studio della storia sia una pratica sfaccettata che connette vari ambiti disciplinari e richiede approfondimenti settoriali, ampliando enormemente gli orizzonti di indagine dai cosiddetti grandi avvenimenti alla totalità degli eventi occorsi in passato. Conseguentemente, il ristretto ricorso a fonti tradizionali e autorevoli cedette il passo a una quantità sconfinata di oggetti degni di attenzione e bisognosi di una seria elaborazione critica.
La nostra percezione di ciò che alimenta e rientra nella conoscenza storica è mutata molte volte e muterà ancora, come la storia stessa e qualsiasi altra cosa. Il mutamento, come mostra qualsiasi esagramma da noi finora estratto da questo antico testo che proprio di esso tratta, va insieme accolto con umiltà e guidato con saggezza.



