Cosa può originarsi da un evento apparentemente catastrofico
L’I Ching descrive l’esagramma del crogiolo anche come un luogo dove i materiali vengono fusi e trasformati in qualcosa di nuovo e migliore, per questo viene definito la Caldera.
La caldera è un termine usato in vulcanologia per classificare una depressione che si origina a seguito dello sprofondamento della camera magmatica, in conseguenza a una forte eruzione. Una caldera si forma quindi per un collasso nella camera magmatica, dopo che si è svuotata di magma. Quest’ultima infatti, a seguito di una massiva eruzione, non può più sostenere l’intera struttura vulcanica e collassa sotto la pressione. Di solito l’eruzione interessa solo localmente il territorio con piogge di cenere, mentre se forma la caldera le conseguenze sono molto più estese e non si limitano semplicemente alla zona circostante, visto che la violenta esplosione può far sì che le ceneri e i derivati arrivino a distanze notevoli.
Alcuni studi sulle calotte glaciali hanno rinvenuto infatti tracce di ceneri originate dai collassi vulcanici, che hanno poi impattato sul clima della Terra anni dopo le eruzioni.
Le caldere sono o vulcaniche o non vulcaniche. Quelle non vulcaniche si originano a causa di fenomeni erosivi intensi. Quelle vulcaniche, invece, si possono dividere a loro volta in esplosive e non. Le caldere non esplosive si formano per un crollo fisico delle rocce intorno al cratere e alla camera magmatica dopo che questa si è svuotata; le caldere esplosive si originano a seguito di un’esplosione interna al vulcano o per esplosioni idromagmatiche di contatto tra magma e acqua.
La caldera più grande mai esistita fino ad ora è quella di Ngorongoro, in Tanzania, ad est del Serengeti. La zona fa parte della Ngorongoro Conservation Area (NCA), dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.
Il suo nome significa “burrone profondo”. Si è formata 2,5 milioni di anni fa, lasciando un cratere di 19km, a 2200metri sopra il livello del mare. Si tratta quindi di una zona di massima importanza geologica come anche zoologica, qui infatti si trova una notevole biodiversità con circa 30mila grandi mammiferi, come elefanti, leoni, zebre, ippopotami, gnu, iene, ghepardi, babbuini etc. In quest’aerea si trova anche raro il Diceros bicornis (rinoceronte nero) di cui sono rimasti pochi esemplari a rischio di estinzione.
Nel centro del cratere, nella stagione delle piogge, si trova il lago Magadi frequentato da fenicotteri e gru, come anche da gnu e zebre, che lo utilizzano per abbeverarsi. Sul versante nord-orientale ci sono altri crateri, quello di Olmoti e di Empaakai. Sono luoghi abitati dai Masai, unica tribù autorizzata ad abitare nell’area protetta di Ngorongoro. I Masai sono infatti in perfetto equilibrio con l’ecosistema del luogo perché non cacciano e non si nutrono degli animali selvatici, ma solo di quelli che allevano e che a loro volta non impattano sull’ecosistema di quelli selvatici.
Sul versante occidentale si trovano invece le pianure racchiuse da due laghi, Eyasi e Ndutu. Sono le zone più popolate tra dicembre e febbraio perché luogo di concentrazione delle grandi migrazioni. Vicino a quest’area ci sono le gole di Olduvai, un luogo di profondo interesse del Serengeti dal XX secolo, in quanto teatro di ritrovamenti archeologici importanti. Le gole, infatti, hanno ospitato vari studiosi e vari scavi che hanno portato alla luce reperti di ominidi risalenti a 3 milioni e mezzo di anni fa.
I paleoantropologi hanno studiato molto questo luogo, ritenuto di estrema importanza, grazie alla scoperta dei resti primitivi. Si tratta di un sito di interesse mondiale, per la materia evolutiva umana; anche per questo motivo le gole dell’Olduvai vengono definite “la culla dell’umanità”. Il sito archeologico di Laetoli è poi quello più famoso della zona, in quanto a ritrovamenti fossili.
Quest’area fu colonizzata nel Novecento dai tedeschi e nel 1935 i due coniugi archeologi, L. Leakey e M. Leakey, esplorarono proprio questa zona. Prima vennero scoperte delle ossa, che poi vennero classificate come appartenenti all’Australopithecus afarensis. Negli anni Quaranto erano stati ritrovati resti come mascelle, mandibole e denti, che furono negli anni successivi associati per affinità alla specie dell’ominide Lucy.
Poi, nel 1976 un altro studioso, Andrew Hill, indentificò una serie di impronte di animali fossilizzate sulla cenere. Bisognò aspettare altri 2 anni per condurre nuovi scavi che portarono alla luce circa 27 metri di impronte fossili di ominidi. Le orme fossili si sono conservate grazie alla cenere depositata a seguito dell’eruzione del vulcano Sadiman, creando così uno strato di cenere fossilizzato sulle orme lasciate dagli ominidi; la prima serie di orme scoperte nel 1978 sono della specie Australopithecus afarensis, e nel 2015 sono state scoperte ulteriori orme che appartengono allo stesso strato geologico.
Gli ominidi che hanno lasciato quelle impronte erano bipedi, avevano grandi dita in fila, quindi molto diverse dalle orme di scimmia che presentano dita molto divergenti tra di loro. Queste stesse orme dimostrarono anche che l’andatura degli ominidi era a “colpo di tallone”, seguita da colpo di punta. Un’ altra evidenza analizzata dalle impronte è che, essendo vicine, indicavano gambe più corte, che impedivano quindi lunghi passi, poco dopo l’uomo si sarebbe evoluto per avere gambe più lunghe e camminare quindi più velocemente.
In definitiva, com’è stato possibile stabilire con sicurezza che i ritrovamenti erano proprio di Australopithecus afarensis? La forma, la lunghezza e la conformazione delle dita hanno permesso con certezza di classificare i ritrovamenti di Laetoli come appartenenti ai primi ominidi abitanti di quelle zone, infatti a conferma di ciò, le ossa precedentemente rinvenute erano del medesimo strato sedimentario delle orme.
Nella stessa aerea quindi, apparentemente così inospitale e a causa delle continue eruzioni vulcaniche, si è poi concentrata una quantità così notevole di specie animali e di primi uomini, da definirla uno dei primi e più importanti crogioli di vita dell’inizio della nostra storia evolutiva.
Bibliografia
John Michael Harris e Mary Douglas Leakey, Laetoli: a Pliocene site in northern Tanzania, Clarendon press, 1987
M. Hopkins, Did volcanoes help create life?, in Nature, 2004
Fidelis T Masao, Elgidius B. Ichumbaki, Marco Cherin, Angelo Barili, Giovanni Boschian, Dawid A Iurino, Sofia Menconero, Jacopo Moggi-Cecchi e Giorgio Manzi, New footprints from Laetoli (Tanzania) provide evidence for marked body size variation in early hominins, in Evolutionary Biology, 2016
John Reader, Africa: A Biography of the Continent, Penguin, 1988





